N° 1 - 2012

 

 EDITORIALE

IL GIOCO DELLE PARTI

La crisi ha partorito un governo composto da esponenti dei “poteri forti” (banchieri, managers, etc.) ed ha mostrato a nudo la miseria di un ceto politico incapace di affrontare la situazione e costretto, per uscire in qualche modo dall’impasse, a sfuggire dalle proprie responsabilità e ad affidare a “tecnici” (cosiddetti) il compito di salvare, grazie alle loro “competenze”, la Patria in ambasce.

Il nuovo esecutivo ha già avvìato un duro programma di macelleria sociale che colpisce gli strati più deboli della popolazione: ma in un primo tempo ha consapevolmente inserito nella legge finanziaria alcune macroscopiche forzature, come la non rivalutazione delle pensioni eccedenti i 736 euro mensili o l’introduzione indifferenziata dell’IMU sulla prima casa, disponendosi però ad attenuarle al momento della presentazione definitiva del decreto. Così, è stata offerta ai partitila possibilità di “salvare la faccia” (o di provare a salvarla). E infatti da un lato il Pd sostiene ora di avere “imposto” la rivalutazione delle pensioni fino a 1.400 euro, d’altro lato il PdL si vanta di avere impedito l’introduzione dell’imposta patrimoniale, mentre il Terzo Polo si rallegra per avere suscitato “attenzione” verso le famiglie più in difficoltà. E naturalmente l’impianto della manovra non è stato scalfito.

Dunque, l’ammucchiata parlamentare almeno per adesso regge e l’eventualità del ricorso ad elezioni anticipate sembrerebbe scongiurata. Come mai i Democratici – che molto probabilmente le elezioni le avrebbero pure vinte – non soltanto hanno accettato, anzi hanno addirittura sollecitato, anche tramite la Presidenza della Repubblica, questa pasticciatissima soluzione? La risposta si trova nella linea politica “neoriformista” (cioè “moderata”) perseguita da tempo da quelPartito, i cui vertici (e non solo) sono ormai bene integrati nel sistema: una linea che, con sempre maggiore evidenza, di fatto finisce per identificarsi con quella del Terzo Polo e deve evitare i rischi che un clima elettorale acceso potrebbe produrre, allontanando la prospettiva di un’organica convergenza al “centro” con l’UDC di Casini, Futuro e Libertà di Fini e l’API di Rutelli. Una linea suicida, oggettivamente capace di favorire, per di più, anche una ripresa della destra – destra “berlusconiana”, oggi in piena crisi, e della Lega padana: ma tant’è!

Con il ministero presieduto dal bocconiano professor Monti è stato fatto un altro passo avanti verso la costruzione di un regime autoritario, la marginalizzazione del Parlamento (che si vorrebbe relegato al ruolo disemplice Camera di registrazione delle decisioni assunte dall’esecutivo), la frantumazione dei diritti dei lavoratori, la riduzione delle libertà democratiche (anche imponendo di fatto, con il taglio dei finanziamenti statali, la chiusura dei giornali non conformisti). Di questo, appunto, ha bisogno oggi il grande capitale finanziario e industriale. E’ in atto un attacco senza precedenti alle conquiste che il movimento operaio ha realizzato, lottando, nel corso di decenni. La strada è stata aperta in Italia con l’imposizione del “modello Pomigliano” (o “modello Marchionne”) in tutti gli stabilimenti della Fiat. L’esempio è già stato seguito anche da Federmeccanica. E il governo, espressione diretta del padronato, ora intende colpire l’art. 18 dello Statuto deiLavoratori. Le “controriforme” preannunciate (in particolare quelle del mercato del lavoro e della previdenza), il progressivo smantellamento di quanto ancora resta del welfare, le privatizzazioni che si profilano richiamano una situazione risalente ad oltre mezzo secolo fa, che si riteneva superata per sempre.

Contrastano questa tendenza i movimenti, la CGIL, i Cobas e le poche, disperse e deboli forze della sinistra “politica” extraparlamentare (e, flebilmente, anche l’area socialdemocratica delPd). La resistenza si estende e si esprime con gli scioperi, le manifestazioni e con diverse altre forme di lotta . Da qui, dal conflitto sociale, può nascere, maturare e crescere una consapevole alternativa anticapitalistica, oggi in nuce. Il cambiamento verrà “costruito” e imposto dal basso: altrimenti, non ci sarà.

m. ro.

 


 

 ITALIA

UN ALTRO MONDO E' IMPOSSIBILE

la Repubblica e i movimenti al tempo dei tecnici

Ancora una volta, il là lo ha dato Eugenio Scalfari, con un articolo pubblicato su la Repubblica il 16 ottobre 2011. Nel quale, nonostante il titolo (Stato sconfitto da un pugno di teppisti), agli scontri di piazza avvenuti il giorno prima a Roma durante la manifestazione degli indignati si accennava appena, con generici richiami ad una minoranza di violenti e lamentando che le forze dell’ordine non erano state in grado di “neutralizzare preventivamente i teppisti e i provocatori che dovrebbero essere noti e rintracciabili”. In realtà, a Scalfari interessava regolare i conti proprio con il movimento, di cui ha offerto un ritratto a dir poco caricaturale definendo le mobilitazioni contro le logiche neoliberiste “reminiscenza di comunismo utopico” con una “tonalità francescana”. Di più, in certe manifestazioni emergerebbe “un rischio estremamente grave: un contagio di populismo” (…)esiste storicamente il populismo dei demagoghi, costruito per accalappiare i gonzi, e il populismo degli utopisti che predicono la Città del Sole”. Stupisce l’evocazione del pensiero di Tommaso Campanella, ma all’ ‘uomo che non credeva in Dio’ preme far percepire, attraverso palesi esagerazioni, il movimento degli indignati come un fenomeno speculare al berlusconismo: cioè come un populismo d’altro segno, che può avere effetti nefasti.

Certo, nei giorni successivi Repubblica si è impegnata a blandire i manifestanti pacifici, ‘vittime’ dei blackbloc; ma ha anche cercato di spingere il movimento verso un terreno che non dovrebbe essere suo: quello della delazione. Il tentativo è in parte riuscito e c’è stato chi, da un discorso serio e giustamente rigoroso sulle pratiche di piazza, è passato alla diffusione di filmati su internet per consentire alla polizia di individuare i “teppisti”.

 

Una discussione rivelatrice

Affievolitasi l’eco dei fatti del 15 ottobre, l’impostazione di Scalfari è stata ripresa anche da chi non sempre è in linea con il suo pensiero. E’ il caso di Mario Pirani, che da tempo esprime l’ ‘anima’ più schiettamente liberista di Repubblica (mentre il fondatore di quel giornale in genere cura di più la fascia di lettori che ancora pensa ‘qualcosa di sinistra’). La convergenza tra i due è stata suggellata nella rubrica settimanale tenuta da Pirani (Linea di confine) con un articolo del 21 novembre 2011, dal titolo Cancellato Stalin si torna a Proudhon. In piena “luna di miele” con il neonato governo “tecnico” del professor Monti, Pirani cita il suo illustre collega, afferma che nell’ “angoscioso succedersi delle notizie sul disastro finanziario internazionale non si è pienamente avvertito l’emergere di un risvolto ideologico di sottofondo, pericoloso ancorché confuso” e si dice preoccupato per l’affermarsi di mentalità che minano la civile convivenza. A suo avviso, tra coloro che diffondono messaggi fuorvianti, rivolti alle “parti più sprovvedute o tendenti all’illusione e all’utopia dell’opinione pubblica”,è il sociologo tedesco Ulrich Beck. Il quale, sulla base di un articolo riportato da la Repubblica il 1 novembre, viene descritto come un intellettuale in preda ad “empito palingenetico” (questa raffigurazione, peraltro, contrasta nettamente con il breve profilo dello studioso tracciato nel Dizionario del pensiero ecologico. Da Pitagora ai no global, che lo definisce “estraneo alle suggestioni liberiste”, ma anche lontano “da ogni tentazione catastrofista” perché “fiducioso verso la possibilità di costruire una nuova modernità, il cui segno prevalente sia nella democratizzazione di tutti i processi decisionali”).

Nello scritto contestato da Pirani, Beck attribuisce al movimento internazionale degli indignati l’intenzione di demolire “la visione economica dell’ american way, in una fase nella quale il capitalismo “viene portato sul banco degli imputati e sottoposto a una critica radicale”. Certo, le parole di Beck sono dure, ma ciò non implica una svolta radicale nelle sua posizioni: è la crisi attuale, ritenuta da molti peggiore di quella del 1929, che lo spinge ad usare toni assai forti. Tuttavia, le sue indicazioni (che Pirani omette di citare) sono tutt’altro che dirompenti: per “impedire ad ogni costo” la catastrofe, egli chiede al movimento Occupy di “avanzare alcune proposte basilari – come ad esempio una tassa sulle transazioni finanziarie – nell’interesse correttamente inteso degli Stati nazionali”: si dovrebbe istituire una “Robin Hood Tax” (…) un’alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale”. Così, gli “attori statali” avrebbero maggiore incidenza nella dimensione “trans-statale”. E con il tempo “si potrebbe ottenere (…) che non sia l’economia a dominare la democrazia, ma, al contrario, la democrazia a dominare l’economia”. Assolutizzando alcune frasi, Pirani ha attaccato a testa bassa un discorso di mero buon senso, che prospetta forme di intervento già oggetto di discussione tra i leaders europei (escluso il britannico David Cameron, che ha paura d’inimicarsi la City).

Se un giornale come la Repubblica ospita anche articoli di Beck, è per rendere meno monocordi le sue pagine. Le proposte di Beck sono stimolanti, salvano il lettore dalla tirannia del ‘pensiero unico’ dominante sulle pagine di quel quotidiano: Ma è davvero una forzatura considerarle eversive.

Pirani si rifà a Scalari anche per irridire l’ipotesi di una società nella quale i beni comuni siano “messi a disposizione dei loro naturfruitori, cioè delle persone che vivono e abitano in quei luoghi e che decideranno sul posto le regole del valore d’uso nelle ‘agorà’, nelle piazze di quel luogo”. E da qui trae lo spunto per parlare di un singolare revival del socialismo utopistico del primo Ottocento, quando Proudhon predicava la rigorosa equazione del valore delle cose al lavoro”. Fantasticherie, che distoglierebbero dall’analisi dei processi in atto e dalla conseguente capacità di affrontarli concretamente, adottando – in una fase in cui è “venuta meno la potestà degli Stati nazionali”“nuove regole capaci di controllare e imbrigliare l’innovazione, altrimenti devastante, della libera circolazione dei capitali”.

Alcune considerazioni: in questi anni, anche se i quotidiani “progressisti” fingono di ignorarlo, non sono mancate elaborazioni capaci di coniugare radicalità e rigore scientifico, non limitandosi a deplorare il primato della finanza e ad invocare un salvifico ritorno alle virtù dell ’”economia reale”. Accanto alle vulgate sulla crisi mosse da un giusto risentimento, ma non ancorate ad un’analisi strutturale, si sono fatte strada interpretazioni che tentano di arrivare al cuore dei problemi.

Emiliano Brancaccio, ad esempio, mette in guardia da una visione “moralistica del tracollo economico, che individua la causa di tutti i mali nel greed, la famigerata avidità dei banchieri e degli speculatori”. I quali, invero, “hanno quasi sempre agito nel pieno rispetto di due leggi, quella dello Stato e quella del profitto”. Bisogna, dunque, tornare a “parlare (…) del capitalismo e delle sue contraddizioni interne” e va compreso “che l’odierno fallimento del capitale è una diretta conseguenza del suo enorme successo nella strategia degli ultimi decenni, finalizzata all’annientamento politico del lavoro”. In sostanza, quella in corso è “la crisi di un mondo di bassi salari”, perché “per una potente miscela di progresso tecnico e di intensificazione dello sfruttamento, in questi anni abbiamo assistito a un notevole incremento della capacità produttiva dei lavoratori, senza però che la loro capacità di spesa aumentasse di pari passo.

Questa tesi ha suscitato un ampio dibattito, raccogliendo adesioni (ma anche dei dissensi) nell’ambito della sinistra alternativa. A tale discussione Pirani e Scalfari si sono sottratti, preoccupati per le ricadute politiche delle critiche“popolari” al capitalismo (non‘raffinate’, ma comunque in grado di sollecitare attenzione verso problemi reali). Pirani lo riconosce quando parla di “affabulazioni innocue ma non tanto se le rapportiamo allo striscione che apriva la prima manifestazione contro Monti: ‘Via il governo dei sacrifici’”.

Insomma, Repubblica avverte il rischio che risulti culturalmente legittimato il dissenso verso un governo capace di attuare le ricette della Banca Centrale Europea e della Confindustria con una celerità che i precedenti esecutivi “politici” non garantivano. Sta qui la sostanza di certi affondi: si possono, sì, delineare delle misure, di portata limitata, volte a mitigare le conseguenze devastanti del ‘capitalismo reale’; però devono essere promosse esclusivamente dalle classi dominanti, non disturbate dalle piazze. Il dissenso di Pirani da Beck è dovuto alla ‘granitica’ convinzione che certi processi decisionali non possano essere democratizzati. La discussione collettiva, pubblica genererebbe un ‘mostro’: l’idea, cioè, che possa esserci una “alternativa di sistema”. Per respingere la quale viene evocato “il più grande esperimento sociale e politico che l’uomo abbia tentato in tutta la sua storia”. Ossia, quel ‘socialismo reale’ che “fallì ovunque con eguali caratteristiche: dittatura poliziesca e depressione economica”: un’esperienza che i contestatori non possono rimuovere perchè “la sua memoria è incancellabile”. Dunque, ogni tentativo di uscire dalla catastrofe attuale cercando nuove soluzioni, sarebbe destinato ad un esito tragico. Ma Pirani è più visionario degli “utopisti”, veri o presunti, che sbeffeggia: di fatto, egli colloca il capitalismo in una dimensione atemporale, sottratta al divenire storico e quindi impermeabile a quei contraccolpi della realtà che un’ ‘alternativa di sistema’potrebbero imporla davvero.

Dopo la battaglia

Questa svolta nel rapporto tra la Repubblica ed i movimenti sociali, delineatasi a partire dal 16 ottobre 2011, si è tradotta non solo in un atteggiamento poco comprensivo (se non ostile) verso le ragioni di chi scende in piazza, ma anche in veri e propri oscuramenti, come quello subito dalla manifestazione del 26 novembre 2011 in difesa dell’acqua pubblica. Pochi mesi prima, quel giornale aveva rivendicato l’esito referendario, ritenendolo – analogamente al risultato delle amministrative – un segnale di cambiamento e di apertura di una nuova fase politica, oltre il berlusconismo. Ora, la scelta di non sostenere la lotta di chi pretende che quell’espressione di volontà popolare sia rispettata, e si oppone pertanto ai propositi di privatizzazione di un servizio essenziale, rivela l’uso strumentale, e a tempo, di una campagna mai veramente condivisa.

Repubblica, nel suo lungo scontro con il Cavaliere, ha usato volta per volta gli argomenti più disparati. Se quello legalitario è stato il principale, non è mancato il tentativo di ammantare di connotati sociali l’avversione per il fondatore del Pdl. Ma la battaglia contro il ‘berlusconismo’ non ha certo messo in dubbio l’ ‘eternità’ del capitalismo. Come se l’egoismo proprietario e l’intreccio fra media e politica non fossero tratti presenti – seppure in forme diverse – in tutti i Paesi “avanzati”. Nell’insistere sull’anomalia italiana rispetto al mondo occidentale, si è di fatto concepito quest’ultimo come una sorta di Bengodi ed oggi che pesanti contraddizioni sembrano minacciarne la sopravvivenza Repubblica si erge in sua difesa, deridendoo demonizzando chiunque cerchi di esplorare nuove vie.

Stefano Macera

 

1) IlMovimentodel99percentopuòcambiareilmondo

2) RobertoDellaSeta, DanieleGuastino, DizionariodelPensieroecologico. DaPitagoraainoglobal, Carocci, 2007

3)Lacrisi diunmondodibassi salari, Liberazione, 19 febbraio 2009 (ora anche in Emiliano Brancaccio, Lacrisidelpensierounico, Franco Angeli, 2010)

4) Va però riconosciuto che Pirani ha avuto una posizione più lineare rispetto ad altri commentatori di Repubblica, perché, sempre concentrato sulle necessità dell’impresa, non ha mai fatto delle istanze dei lavoratori un argomento da agitare nell’opposizione a Berlusconi.

 



 MONDO

LA RIVOLUZIONE ARABA NON SI E' FERMATA

Raramente si è verificato un così evidente “effetto domino” come nei sommovimenti che hanno sconvolto l’assetto del mondo arabo islamico, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria e allo Yemen, con ripercussioni dirette o indirette in molti paesi.

La repressione non è riuscita a ripristinare lo status quo ante: in Bahrein, Yemen, Siria) è stata di una violentissima, ma la “normalità” non è tornata (basta pensare alla riapertura in Bahrein di un conflitto che sembrava soffocato dall’intervento militare saudita).

La vicenda della Libia è stata PERò uno spartiacque. La violenza della repressione contro i “topi” di Bengasi aveva fatto temere un vero e proprio genocidio e aveva indotto i ribelli a considerare necessario un intervento esterno, pur conoscendone i rischi (non a caso i dirigenti del CNT hanno sempre rifiutato l’intervento di truppe di terra, fin dall’inizio, ma anche nella fase successiva alla fine del conflitto). A loro volta, le potenze che sono intervenute hanno cercato in tutti i modi di togliere ai libici il loro potere decisionale, andando ben oltre il mandato (già in sé molto discutibile) dell’ONU; infatti, non si sono limitate a fermare l’attacco contro le roccaforti della sollevazione impedendo a Gheddafi di usare la sua forza aerea, ma hanno distrutto completamente le forze aeree libiche. Ora aspettano con impazienza di poter vendere ancora aerei e altre armi alla “nuova Libia”. Ma non sono tranquilli sull’assetto definitivo del Paese, dove non è chiaro chi saranno alla fine i vincitori.

Il modo con cui è avvenuto l’intervento, prolungato proprio per logorare le forze locali, ha finito per far rafforzare più del previsto le identità tribali, mai completamente eliminate da Gheddafi nonostante che questo fosse un obiettivo del suo programma iniziale. Così, la Libia è oggi lottizzata da una ventina di gruppi, che controllano intere città o singoli quartieri della capitale, non solo militarmente: un esempio da manuale di “sviluppo ineguale e combinato” è la presenza di quattordici televisioni a base regionale, e un numero ancor maggiore di pagine di Facebook, alcune delle quali apertamente tribali, con sponsor in diversi paesi arabi che si combattono per interposta persona. Quale potrà essere il futuro di questo Paese? Come in Iraq e in Afghanistan, le nazioni che hanno partecipato al conflitto e distrutto molte infrastrutture (tranne - nei limiti del possibile - quelle petrolifere) ora pretendono di partecipare anche alla sua “ricostruzione” ricavandone consistenti vantaggi. Tra queste è l’Italia, come è emerso dalla presenza nel nuovo governo Monti dell’ex ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, diventato il rappresentante personale per l' Iraq e l' Afghanistan del suo successore, Corrado Passera, con la motivazione che“conosce bene quei Paesi, in cui ci sono grandi interessi italiani” (ma è presumibile che egli si candidi anche a seguire la Libia).

 

Anche chi, nel mondo arabo, ha condiviso o accettato inizialmente l’intervento imperialista in Libia, non è tranquillo sulle prospettive future. Nello Yemen la rivolta di un settore dell’esercito legato al generale Ali Mohsen ha una base apertamente tribale; in Siria l’attuale gruppo dirigente e i comandi militari sono di origine aulita, mentre è sunnita il grosso delle truppe e la maggior parte delle forze che si contrappongono a Bashar al-Assad respingono per il momento l’idea di chiedere unintervento di altri Paesi (anche arabi a maggioranza sunnita) per fermare la repressione e cercano di evitare una caratterizzazione confessionale della rivolta.

 

A scoraggiare i rivoluzionari può pesare il fatto che anche nei paesi come la Tunisia e l’Egitto, dove la rivoluzione ha avuto successo e il dittatore locale è stato costretto a dimettersi, continua la repressione violenta delle frange più radicali da parte di polizia ed esercito, che sono rimasti gli stessi di prima. Ma la partita è ancora aperta. In piazza Tahrir alla vigilia delle elezioni ci sono stati ancora molti morti, tuttavìa la protesta non si è spenta; altri ce ne sono stati a metà dicembre, con una feroce violenza premeditata e l’uso di squadracce paramilitari. Dal voto, però, è emerso anche un Egitto conservatore, che era rimasto in disparte ma aveva radici profonde, e che ha fatto vincere i partiti islamici,soprattutto i più moderati Fratelli Musulmani. Non è stata una vera sorpresa. Ci sono molti precedenti storici: ad esempio, nel giugno 1917 i bolscevichi risultarono nettamente marginali nelle elezioni delle Dume municipali di Mosca e di molte altre città. Nelle fabbriche la loro influenza cresceva, ma nel paese erano i socialrivoluzionari a raccogliere i voti di chi si era risvegliato solo dopo una rivoluzione a cui non aveva partecipato. Trotskij aveva spiegato bene questo fenomeno: le masse non sono mai omogenee e hanno tempi diversi per apprendere:

 

Mentre i bolscevichi si impadronivano irresistibilmente delle fabbriche e dei reggimenti, le elezioni alle Dume democratiche davano una prevalenza schiacciante e in apparenza crescente ai conciliatori. […] In giugno, alle elezioni di Mosca i socialrivoluzionari raccolsero più del 60% dei voti. Furono anch’essi stupefatti. […] Gli strati più avanzati degli operai e dei soldati si affrettavano già a liberarsi dalle illusioni conciliatrici. Nel frattempo, i più larghi strati di popolino delle città cominciavano appena a muoversi. Per queste masse disperse le elezioni democratiche costituivano forse una prima possibilità […] per pronunciarsi politicamente. Mentre l’operaio, ieri ancora menscevico o social rivoluzionario, votava per il partito dei bolscevichi, trascinandosi dietro il soldato,il cocchiere, il facchino, il portiere, la venditrice di mercato, il bottegaio e il suo commesso, il maestro, nascevano alla vita politica con un atto eroico come quello di dare il voto ai socialrivoluzionari.”

 

Trotskij concludeva che gli strati piccolo-borghesi “votavano in ritardo per Kerensky” perché egli “era ai loro occhi l’incarnazione della rivoluzione di febbraio che giungeva sino a loro”. (Lev Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Oscar Mondadori, Milano, 1969, vol. I, pp. 468-469).

Ma non occorre risalire tanto indietro. Chi conosce la storia dell’Italia nel periodo 1943-1948 ricorda la delusione del PCI di fronte ai primi risultati di alcune elezioni parziali del 1945 e soprattutto nelle elezioni del 1946 per la Costituente, che videro quel Partito, che aveva avuto un ruolo preponderante nell’organizzazione degli scioperi del 1943 e 1944 e nella resistenza armata, sorpassato, sia pur di poco, dal Partito socialista, partito essenzialmente di opinione, mentre fu pressoché irrilevante il risultato del Partito d’Azione, che era apparso il settore più radicale della coalizione antifascista. Ma la sorpresa maggiore fu che la Democrazia cristiana, il cui contributo alle lotte era stato modestissimo, ottenne quasi lo stesso numero di voti di quelli ottenuti complessivamentedai due partiti operai. Quel successo era dovuto al peso delle organizzazioni cattoliche assistenziali, alla rete fittissima delle parrocchie e, soprattutto, alla capacità di parlare ai settori (anche operai) che avevano preferito tenersi in disparte durante la Resistenza, alla quale aveva partecipato solo una sia pur consistente minoranza, e che erano ansiosi di vedere la chiusura di una fase di instabilità e di conflitti.

Forse è proprio questo l’esempio più calzante per spiegare oggi il successo di An-Nahda in Tunisia e del partito islamista moderato “Libertà e Giustizia”, legato ai Fratelli Musulmani, in Egitto. L’uno e l’altro non erano stati protagonisti delle rivoluzioni che hanno fatto cadere Ben Ali e Mubaraq, e anche se alcuni loro dirigenti si potevano presentare come perseguitati dalle dittature, in realtà erano le uniche forze di opposizione tollerate e organizzate. Durante la prima fase della rivoluzione, in entrambi i Paesi, l’esercito ha appoggiato più o meno apertamente i partiti islamici, con cui ha trovato facilmente un modus vivendi. Per non sopravvalutare il significato del pur notevole successo ottenuto dagli islamici moderati ho ricordato le elezioni russe vinte dai Partiti moderati nel giugno del 1917, ma mi sembra utile accennare anche alla violentissima repressione tentata, ancora nel settembre di quell’anno, con il colpo militare del generale Kornilov. I bolscevichi (i cui dirigenti erano da giugno quasi tutti in carcere o in clandestinità) sembravano in quel momento del tutto emarginati, se non già liquidati. Non era così.

In Tunisia e in Egitto o in Libia è possibile che le forze militari e politiche che si sono impossessate del potere dopo la prima fase della rivoluzione riescano oggi a prevalere, anche per la frammentazione e l’inesperienza delle forze rivoluzionarie (i gruppi di orientamento marxisti sono ben lontani dall’avere il radicamento che avevano nel 1917 i bolscevichi), ma di questo nella sinistra italiana si discute poco. L’attenzione è ora concentrata sempre più sulla Siria: ci si preoccupa, giustamente, delle velleità di alcuni paesi imperialisti (in primo luogo, anche per ragioni “storiche”, la Francia), ma sorvolando - come già era stato fatto per la Libia - sulle responsabilità del regime oppressivo di Bashar el-Assad, analoghe a quelle di Gheddafi. Mi sembra sintomatico di questo atteggiamento un appello promosso da PeaceLink e sottoscritto da decine di organizzazioni, dalla Fiom-Cgil all’Associazione per la Pace, da Italia-Cuba alla Comunità Internazionale di Capodarco, da Un Ponte per… alla Rete Disarmiamoli (ma ci sono anche Pdci, Rete dei Comunisti e tanti altri). L’obiettivo dichiarato dell’appello è quello di fermare i progetti di intervento esterno, che indubbiamente ci sono, evitando però di ammettere il carattere endogeno della protesta: si dice solo che “nei mesi scorsi c’è stata una crescente campagna mediatica internazionale sugli eventi in Siria, spesso basata su resoconti parziali e non verificabili, com’è già successo nel caso della Libia”. Invece, non c’era solo una campagna mediatica: c’erano fatti concreti e tragici. È possibile che certi resoconti siano stati “parziali e non verificabili” e che il numero delle vittime indicate dagli oppositori sia esagerato, come potrebbe essere confermato dal numero relativamente contenuto di rifugiati nei paesi vicini (12.000). Ma non si capisce perché se i morti fossero “solo” due o tremila, le violenze contro i manifestanti non dovrebbero essere condannate. Secondo l’appello, invece, “quello che si sa è che sono in corso violenti scontri fra truppe governative e le truppe di insorti dell'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria, con basi in Turchia al confine con la Siria, e che questo crescendo di violenze ha già provocato enormi perdite anche di civili.”

L’appello sorvola sul fatto che “l'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria” è entrato in scena solo dopo mesi di feroce repressione, perché molti disertori che avevano rifiutato di sparare sui civili disarmati dovevano ormai proteggersi combattendo. Perché poi lo si definisce “autoproclamato”? Chi doveva dargli il nome, PeaceLink?

L’appello ammette che i “civili innocenti sono le prime vittime di ogni guerra”, ma non diceche lo sono stati già nei mesi in cui non c’era ancora nessuna diserzione e quindi non si poteva certo sostenere che “entrambe le parti armate hanno dunque responsabilità”. Inizialmente, come in Libia, di parte armata ce n’era una sola!

Seguendo con attenzione quotidiana la vicenda siriana, era possibile prendere atto che ancora alla fine di agosto la maggioranza degli insorti rifiutava nettamente una risposta militare alla repressione. In un testo (pubblicato sul mio sito come Siria, una rivolta eroica) il Coordinamento degli insorti si opponeva nettamente a chi ventilava la possibilità di ricorrere alle armi per difendersi: “Possiamo comprendere le ragioni" di tali appelli, ma "rifiutiamo questa posizione dato che la troviamo inaccettabile sul piano politico, nazionale e etico". Inoltre, una tale opzione "indebolirebbe il sostegno popolare e la partecipazione alla rivoluzione". La "militarizzazione" aumenterebbe la "catastrofe umanitaria nello scontro con il regime" e ciò "ridurrebbe la superiorità morale" acquisita dalla rivoluzione dal suo inizio. L'esempio della prima Intifada (cominciata nel dicembre 1987) in Palestina era indicatoo come punto di come riferimento (in opposizione alla seconda Intifada "militarizzata"). Poi la dichiarazione affermava: "È importante notare che il regime siriano e il nemico israeliano utilizzano gli stessi strumenti di fronte alle due ribellioni."

In settembre si intensificano le esecuzioni di militari che rifiutano di sparare, inducendone altri a disertare e a organizzarsi come esercito. Ma la maggioranza dei Comitati rimane contraria alla soluzione armata. Gilbert Achcar, storico e politologo ma anche militante rivoluzionario libanese, ha potuto assistere alla riunione dell’opposizione siriana che si è svolta l’8 e il 9 ottobre in Svezia, nei pressi di Stoccolma, per affrontare la possibilità di un’opzione militare e ne ha fatto un resoconto dettagliato che appare sul numero di dicembre della rivista ERRE. In quella riunione oppositori, uomini e donne, attivi in Siria o all’estero, si sono incontrati con i principali membri del Comitato di coordinamento (CC) venuti appositamente dalla Siria per l’occasione, con la partecipazione dell’esponente più significativo del Consiglio Nazionale siriano (CNS, l’altra fazione della opposizione siriana, quella maggiormente riconosciuta all’estero), Burhan Ghalioun, che ne il presidente. Achcar è stato invitato a pronunciarsi sulla questione del ricorso alle armi e del possibile aiuto esterno, anche perché era nota la sua posizione sulla Libia (aveva avvertito fin dall’inizio sul pericolo rappresentato dall’intervento della NATO, ma aveva anche detto di capire le ragioni che avevano indotto la maggior parte dei ribelli ad accettarlo). Egli ha ribadito che “la forza dell’insurrezione siriana risiede nell’essere largamente estesa”e (che) i ribelli non hanno commesso l’errore di prendere le armi, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe considerevolmente indebolito lo slancio della sollevazione e avrebbe permesso al regime di reprimerla molto più facilmente. I ribelli siriani fino ad ora hanno fatto ricorso a forme di lotta come le proteste notturne e le manifestazioni del venerdì (e ciò non per ragioni religiose, ma perché il venerdì è il giorno ufficiale di vacanza ed è difficile per il regime impedire alle persone di riunirsi nelle moschee), in modo da preservare l’anonimato della maggioranza dei manifestanti. Questo metodo di manifestare, che si coniuga alla guerriglia è il più appropriato quando una sollevazione popolare deve far fronte a una repressione brutale messa in atto da una forza militare di una superiorità schiacciante”. Inoltre, Achcar ha osservato che “se l’insurrezione siriana avesse avuto una direzione dotata di una visione strategica (a questo proposito rileviamo i limiti delle «rivoluzioni Facebook»), avrebbe cercato di estendere le reti dell’opposizione all’interno dell’esercito insistendo allo stesso tempo perché i soldati non disertassero individualmente o in piccoli gruppi (…). In assenza di direzione e di strategia, soldati e ufficiali hanno iniziato ad abbandonare i loro ranghi in maniera disorganizzata. In questi ultimi due mesi la portata delle defezioni si è estesa. Queste defezioni hanno messo in imbarazzo l’opposizione politica, alcuni membri della quale rimproverano ai militari dissidenti di rappresentare una minaccia e di far deviare la sollevazione dalla via pacifica, mentre altri li salutano chiedendo loro contemporaneamente di non impugnare le loro armi contro il regime. Quest’ultimo appello è una proposta suicida della quale i dissidenti hanno buoni motivi per infischiarsene. Il compito strategico di convincere i soldati siriani a unirsi alla rivoluzione non deve contrapporsi alle manifestazioni popolari e alla loro natura non violenta. Qui, ancora una volta, il caso siriano combina fra loro elementi dell’esperienza egiziana e dell’esperienza libica, ossia folle di manifestanti pacifici e scontri armati. La non-violenza delle manifestazioni popolari era, e resta, una condizione fondamentale dello slancio di questo movimento e del suo carattere di massa, con la partecipazione femminile. Questo slancio è esso stesso un fattore decisivo nell’incitare i soldati a ribellarsi contro il regime”.

Rispetto a pochi mesi fa è indubbio che le ripercussioni delle prime due rivoluzioni (che non hanno ottenuto tutti i risultati che si proponevano, ma non sono state neppure soffocate) continuano a manifestarsi in tutta l’area e impediscono una completa “normalizzazione” anche laddove la repressione aveva raggiunto qualche risultato, come nel Bahrein. I Paesi imperialisti (non solo gli Stati Uniti) finora non sono riusciti ad imporre delle vere restaurazioni e al momento non osano neppure appoggiare troppo apertamente le forze che lavorano in questa direzione.

L’instabilità si estende in tutta la regione mediorientale, tanto più ora che i due Paesi che erano stati scelti come bersaglio dalla “guerra al terrorismo”, Iraq e Afghanistan, vengono lasciati, dopo la partenza delle truppe statunitensi ed europee, in mano a governi poco affidabili e minacciati da conflitti interni laceranti. Un precedente che non può non scoraggiare gli irresponsabili che a Washington vorrebbero ritentare l’avventura in un Iran presentato con la stessa ipocrisia come un grave pericolo, ma che è relativamente solido e che anzi si ricombatterebbe di fronte ad un’aperta aggressione. Certo, nono è da escludere un attacco aereo da parte di uno Stato di Israele guidato da dirigenti con il complesso suicida di Masada (o di Sansone…), ma le ripercussioni potrebbero essere terribili per gli aggressori in tutto il mondo arabo islamico, a prescindere dalla complicità della maggior parte dei governanti. Ne fanno fede le difficoltà di Israele a riprendere le relazioni preesistenti con l’Egitto, che pure è governato dagli stessi militari che gli avevano assicurato una preziosa collaborazione per stringere d’assedio Gaza. Non solo continuano gli attentati al gasdotto che rifornisce (sotto costo) Israele, troppo frequenti e impuniti per essere soltanto l’azione di un piccolo gruppo, ma è sintomatico che le parole d’ordine contro il sionismo siano in questa fase fatte proprie anche dagli islamici “moderati”, con cui in passato Israele aveva stabilito silenziosamente buoni rapporti, e che, come è accaduto in Turchia, oggi sono spinti a radicalizzare le proprie posizioni. Anche questo è un sottoprodotto dell’ondata delle rivoluzioni arabe.

Antonio Moscato

 



ARGENTINA: Dopo la “notte neoliberale”, il cambiamento

Dieci anni fa in Argentina infuriavano disoccupazione, fallimenti, disperazione: il tramonto dell’illusione della ricchezza facile lasciava rovine e morti sul terreno. Le protestedel 19 e 20 dicembre 2001, nelle quali persero la vita 40 manifestanti, chiusero tragicamente un ciclo di recessioni, indebitamento pubblico e caduta libera del PIL, sfociato nella salita verticale degli indici di povertà e nell’ultimo, disperato tentativo di frenare il tracollo con il blocco dei conti correnti (il cosiddetto “corrallito”), che impediva ai cittadini di accedere ai propri risparmi.Il dramma di quelle giornate segnò la fine della lunga notte neoliberale vissuta dal Paese che tre anni prima il Direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Camdessus, aveva definito “un esempio da seguire” per la sua diligenza nel recepire le ricette di quella istituzione finanziaria e per avere smantellato le politiche sociali e le più importanti aziende pubbliche costruite negli anni della crescita economica.

Per demolire le conquiste sociali argentine c’erano voluti alcuni decenni, attraversati anche da feroci dittature militari. Alcuni analisti sostengono che il processo di dismissione del welfare si possa far risalire al colpo di Stato del 1955 contro Juan Domingo Perón, ma più specificamente e sistematicamente l’offensiva “neoliberale” iniziò con il golpe del 1976 e successivamente si sviluppò con i governi democratico-liberisti, che adottarono le politiche suggerite dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale. In questo lungo periodo crebbe a dismisura l’indebitamento con Stati ed istituzioni straniere e, per guadagnare il consenso dei settori economici, fu acquisito il debito di molte imprese private. Contemporaneamente, si incominciò a favorire l’acquisto di prodotti fabbricati all’estero ed a demolire il buon tessuto industriale creato nel periodo peronista. L’aumento esponenziale delle importazioni alimentò la fuoriuscita di capitali verso l’estero e favorì la deindustrializzazione, facendo lievitare il debito pubblico e la disoccupazione.L’Argentina bruciava o svendeva i suoi beni pubblici, passando dall’essere la decima potenza economica mondiale, il granaio capace di accogliere milioni di migranti in fuga da guerre e carestie, a Paese con indicatori economici e sociali da Terzo mondo: il 52% della popolazione sotto la soglia di povertà, il 71% di denutrizione infantile, il più alto debito pubblico pro-capite del pianeta, la classe media colpita duramente dalla crisi. Negli anni tra il 1998 e il 2002 gli aeroporti e i consolati stranieri si riempirono di giovani che volevano emigrare, Questo era, dieci anni fa, l’esito dell’ubriacatura liberista.

Il Paese, però, seppe infine imboccare una coraggiosa via d’uscita: nella fase di transizione venne azzerato il pagamento del debito e fu rotta la convertibilità tra il peso (la moneta nazionale) e il dollaro, che era stata fissata 1 a 1 da una legge del 1991. I passi successivi furono altrettanto decisivi, con la svalutazione della moneta e gli accordi di ristrutturazione del debito in quantità e in tempi di restituzione che permisero una riattivazione economica interna e un risparmio di denaro che altrimenti sarebbe andato alle banche straniere creditrici. A queste scelte politiche si deve la vittoria dell’esponente della sinistra peronista Néstor Kirchner nelle elezioni presidenziali del 2003 e di sua moglie Cristina Fernández nel 2007 e nel 2011[1]. Da allora, per nove anni, il Paese è cresciuto di circa il 94%, la più alta crescita di tutto l’emisfero occidentale, con un ritmo tra il 7 e il 10% annuo (escluso il 2009): è stata avvìata una redistribuzione della ricchezza verso le fasce più deboli della popolazione e gli indici di povertà, indigenza e disoccupazione sono stati portati sotto il 10%.

Il ‘caso’ argentino è particolarmente interessante perché la rapida uscita dalla crisi è stata possibile grazie ad una ferma riorganizzazione economica ed alla decisione di non pagare percentuali importanti di debito pubblico. Senza chiedere l’aiuto delle istituzioni finanziarie internazionali e senza ricorrere alle classiche politiche liberiste per ad attirare i capitali stranieri. Il Paese è stato salvato opponendosi alle richieste di “aggiustamenti” fiscali e di non stanziare fondi per spese di carattere sociale, (considerate dai liberisti una dispersione “inutile” di risorse pubbliche). I risultati sono stati positivi.

La sociologa Norma Giarranca, l’economista Julio Gambino, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglizpropongono una lettura dell’attuale crisi europea alla luce di quanto accaduto in Argentina e sottolineano i guasti provocati dalle “ricette” che il FMI e la Banca Centrale Europea propongono (impongono) ancora ai Paesi in difficoltà. Certo, l’Argentina è ricca di prodotti naturali esportabili e dispone di grandi estensioni di terreni coltivabili (a differenza della Spagna, del Portogallo, dell’ Irlanda e dell’ Italia); tuttavia, l’inflazione è ancora alta. Come recentemente ha rilevato l’economista Miguel Bonasso, “la crescita non coincide con lo sviluppo”, dato che è dovuta alle esportazioni delle commodities (soprattutto di soia e mais), il cui modello produttivo impoverisce presto i suoli, limita la diversificazione agroindustriale e favorisce la concentrazione di latifondi privati. L’attuale sistema economico non può evitare la marginalizzazione di una buona parte della popolazione, né il “clientelismo politico” e, in un futuro non lontano, si manifesteranno nuove, acute tensioni sociali. Ma non si deve dimenticare che nel corso dell’ultimo decennio si è verificato un grande e positivo cambiamento: il Paese, oggi, svolge un’importante ruolo politico a livello continentale (e non solo) [2] e la sua straordinaria crescita ha aperto nuove opportunità. Interessante è uno studio del CEPR (Center for economic and policy research) [3], effettuato da Mark Weisbrot, Rebecca Ray, Juan A. Montecino, Sara Kozameh e terminato nel 2001, che, attraverso un’approfondita analisi degli indicatori economici e sociali, perviene alla conclusione che i miglioramenti degli indici macroeconomici, sociali e sanitari argentini sono reali e notevoli, come anche gli investimenti in politiche sociali e gli interventi redistributivi. E paragona la situazione dei paesi Europei in difficoltà con quella dell’Argentina, rilevando che il cammino intrapreso da quest’ultima, rifiutando di pagare una parte consistente del debito per liberare risorse a favore della spesa pubblica, dovrebbe essere preso in considerazione come una opzione possibile anche nel nostro vecchio continente.

Nadia Angelucci - Gianni Tarquini

[1] Vedi Cassandra, 4/2011 (nuova serie on – line), “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.

[2] Come l’aver bloccato, insieme agli altri Stati latinoamericani, in particolare Brasile e Venezuela, l’avvìo del mercato comune con gli USA, l’ALCA, chiesto da Bush, nel corso del vertice di Mar de la Plata(2005) e sviluppato politiche di apertura verso nuovi acquirenti internazionali, come la Cina, e di integrazione continentale, come la recenta nascita del CELAC (Comunidad de Estados de Latinoamérica y el Caribe) del 2 dicembre 2011.

[3] Il CEPR ha sede a Washington e riunisce studiosi di diversi Paesi. Il documento sull’Argentina è stato tradotto in spagnolo a dicembre e non è disponibile in italiano.

[1] Vedi Cassandra numero 4 del 2011, “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.

 

 



DIBATTITI

UNA POLEMICA NON SOLO "FILOSOFICA"

Nuovo realismo e Pensiero debole

PARTE I

 

E’ esplosa sui media la polemica fra Nuovo realismo e Pensiero debole: cercherò di chiarire, soprattutto per i lettori più giovani, i motivi di entrambi gli orientamenti e il senso dell’attuale discussione. Ma andiamo per ordine.

L’8 agosto Maurizio Ferraris apre su il manifesto il discorso, seguito da un dibattito con Gianni Vattimo, il massimo teorico italiano del cosiddetto Pensiero debole, annunciando un prossimo convegno sul tema del Nuovo realismo da tenersi a Bonn. Il 31 sul Corriere della Serascende in campo Emanuele Severino, il discutibile decano della filosofia italiana. Micromega dedica molti articoli all’argomento. Il britannico Prospect sentenzia la fine del cosiddetto Postmoderno.

Un sito internet (1) raccoglie buona parte del materiale, la cui quantità stupirebbe se si trattasse di una semplice questione filosofica. Tuttavìa, come sempre accade, anche in questo caso i fenomeni “culturali”, nonostante la forma filosofica (o letteraria, etc.), hanno basi molto concretamente politiche, rigorosamente ignorate dalle storie “interne” delle discipline, ma che costituiscono l’oggetto principale delle cosiddette storie “esterne”. (vedi riquadro)In breve: il Nuovo realismo intende contrapporsi alla ormai lunga tradizione qualunquistica europea e mondiale, alla quale Vattimo ha dato in Italia il nome di Pensiero debole, e sembra preludere alla fine prossima della stagione del Postmoderno di cui il Pensiero debole è parte integrante. Cominciamo da quest’ultimo fenomeno.

Antefatto

L’ “indebolimento” (vedi riquadro) del pensiero, nelle sue varie espressioni, viene da molto lontano. Le sue radici filosofiche affondano nel XIX° secolo con Schopenhauer, il quale interpreta (erroneamente) in modo gnoseologicamente “pessimistico” (cioè “scettico”) il criticismo kantiano e ne fonda la vulgata. Si diffonde poi, nel XX°, grazie alla moda nichilistica introdotta da quella “piattaforma girevole” che è Nietzsche. Il tutto è ben descritto nella sua complessa articolazione da Lukacs, che ne La distruzione della ragione pone il fenomeno direttamente in relazione con l’Imperialismoelo considera come una forma di “apologetica indiretta” dello status quo.

Nel dopoguerra, il processo dell’ “indebolimento” inizia con il naturale rigetto della retorica nazionalistica, patriottarda, imperiale e falsamente valoriale del regime fascista e, come era ovvio (ma non sempre equanime), coinvolge subito anche i due maggiori filosofi italiani, Benedetto Croce e soprattutto Giovanni Gentile, investendo gradatamente le varie espressioni ideologiche della cultura. (2)

 

Fatto

Il Pensiero debole e più in generale la cultura del Postmoderno, della globalizzazione e del Pensiero unico si sono imposti come filosofia dominante a partire dai primi anni ’50 del secolo scorso (3), sospinti anche dall’ondata emotiva suscitata dall’insurrezione ungherese del 1956, che riguardò l’intero mondo della cultura europea e mise in crisi l’intellettualità di sinistra, una parte della quale iniziò la sua transumanza verso i verdi prati del moderatismo.

Ma in genere, nella seconda metà del Novecento si manifestano due fenomeni fondamentali per il rivoluzionamento (contro-rivoluzione) delle tradizioni culturali e della mentalità comune: la delegittimazione dell’ideologia come progetto alternativo di società (“politica”, socialismo, comunismo, etc.) ed il contemporaneo dilagare dell’ ideologia del “consumismo” con le nuove spaventose tecniche pubblicitarie. I due fenomeni sono collegati fra loro e comportano una vera e propria mutazione antiumanistica della vita quotidiana e dei “bisogni”.

 

Costellazione nichilista

 

Si tratta di un complesso di fenomeni intellettuali e di costume che si fondano sulla tendenza ad “indebolire” la “forza” di qualsiasi affermazione di principio, tranne (ovviamente) quella della negazione stessa. Per cui ad una affermazione si risponde: “è una opinione tua, potrebbe essere vero il contrario”; o meglio: “l’opinione contraria ha lo stesso valoredella tua”. E, dato che “nessuno ha la verità in tasca”, si generalizza con l’affermazione qualunquistica che tutte le opinioni si equivalgono e meritano uguale rispetto. L’effetto è quello di un diffuso nichilismo.

In concreto si tratta di una convergenza tra “filosofia”, “metodologia” e “storiogrfia” dichiaratamente rivolta contro ogni forma di ideologia, non tanto come forma di falsa coscienza, quanto come tradizione delle “grandi narrazioni”, cioè dei progetti di trasformazione globale della società e contro la “grande storia”.

La destinazione reale di tale strategia politico-culturale è stata fin dall’inizio la delegittimazione della sinistra anticapitalistica, asse portante della cultura dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione, in perenne conflitto politico e ideologico (pur con degli scivoloni, come quello sull’art. 7 della Costituzione) con la cultura e la politica cattolica. Questo è stato il confronto tra Pci-Psi e Dc, svoltosi in una democrazia dimidiata dalla subalternità agli Usa e dalla conventio ad excludendm degli “opposti estremismi” (socialcomunisti e fascisti).

La guerra ideologica del nichilismo fu rivolta dunque contro le ideologie, ma non contro tutte. Se ne salvavano, e tuttora sopravvivono vive e vegete, tre: quella della destra (cemento della sopravvivenza dei gruppi fascisti e parafascisti), quella dei cattolici (che negano che la loro sia una ideologia) e, naturalmente, quella del mercato (variamente mascherata da liberismo, liberalismo, democrazia parlamentare, etc., ma in realtà strumento della subordinazione dell’Italia agli USA).

L’ideologia della sinistra soccombette, vittima di tutte le suggestioni della costellazione nichilista, delle rivolte nei Paesi di “democrazia popolare”, infine del crollo del “socialismo reale” e del simbolico abbattimento del muro di Berlino. In Italia è stata travolta dall’ ingloriosa fine della prima Repubblica - con il suicidio del Pci, la polverizzazione e/o l’abiura di quasi tutte le altre organizzazioni politiche della sinistra, l’abbandono della lotta di classe da parte di quelle sindacali - ed un qualunquismo moderato è esondato anche dove meno ce lo aspetteremmo (basti pensare alle petulanti battute di Niki Vendola controle “grandi narrazioni”): così, oggi si affermano l’antipolitica e il degrado delle istituzioni. Ne facciamo quotidianamente esperienza con l’ipocrita moda mediatica della “par condicio”: è proibito schierarsi e (al limite) avere una opinione, bisogna essere sempre e comunque super partes.

Ma l’antipolitica, in sostanza, non è altro che l’evaporazione del confronto politico di fondo, e quindi qualunquismo (“sono tutti uguali”). Solo su questa base è stato possibile il dilagare, nel governo e dintorni, dell’inaudito livello di degrado morale, culturale e intellettuale che è sotto gli occhirassegnati (indifferenti) di tutti (o quasi).

 

“Nuovo realismo” e tramonto del nichilismo

 

Da un lato, il capitalismo mondiale aveva bisogno di una ideologia non solo forte, mafortissima, e se la costruiva con tutti i mezzi della globalizzazione, forma attuale dell’imperialismo (oggetto di studi molteplici e imponenti, per il quale valgono ancora molte pagine di Lenin) e, nei singoli Paesi, con tutti i mezzi dell’azione antioperaia: si pensi all’opera di certi “giuslavoristi” asserviti al grande capitale su cui si fondano anche le mascalzonate di Marchionne e ai supporti ideologici (filosofico-sociologici) offerti da molti intellettuali (in particolare: l’idea suggestiva e rassicurante del ”Villaggio globale”, l’ identificazione di messaggio e medium in Mc Luhan, infine il qualunquismo del “pensiero unico”, vera e propria ideologia della globalizzazione capitalistica fondata sulla mitologia del mercato).

Dall’altro lato, l’indebolimento generale delle contrapposizioni si prestava ad essere cavalcato, e lo fu. Da noi lo ha cavalcato Berlusconiportando, nell’assuefazione generale, il “debolismo” ideologico e politico, e quindi l’ “antipolitica”, alle estreme conseguenze e curando esclusivamente i propri interessi, che sono sì quelli di un capitalista, ma tanto degradato da essere solo in parte sovrapponibile alle prospettive economiche e politiche del capitale nazionale e internazionale. I pastrocchi (e la corruzione) del “berlusconismo”, infatti, sono stati tollerati di buon grado dal grande capitale finchè serviva a smantellare quel che restava delle lotte operaie, della sinistra e della legalità costituzionale. Poi, kaputt. Ed ecco Luca di Montezemolo. Ecco Emma Marcegaglia. Ecco Diego Della Valle. Ecco le pugnalate maramaldesche di Giuliano Ferrara (personaggio disgustoso, ma non privo di servile intelligenza) che imprevedibilmente ci dice una cosa verissima: “il modernista sommo dei nostri anni, quello che ha relativizzato ogni cosa … [che] ha distrutto ogni dogmatismo scolastico nel linguaggio e nel pensiero politico … [che] ha fatto della debolezza una forza ... è Berlusconi”, mentre “la tendenza antirelativista e la sfida culturale alla postmodernità ... è intestata al Papa” (vedi il Foglio del 22 agosto) . Ha ragione: Berlusconi è la personificazione del “debolismo” (in fondo, che altro è la débauche, se non l’ “indebolimento” dell’erotismo?). (4) L’ eterogenesi dei fini, o l’ironia della storia, ha dunque attribuito al bolso vecchio di Arcore un ruolo paradossale: proprio quello di affossare la “crisi delle ideologie” e di rimettere in auge il “pensiero forte”.

La polemica dilaga ora sulla stampa. Ma cos’è il pensiero forte (vecchio e nuovo), ovvero il realismo, di cui Ferraris è divenuto il profeta? Dire che si tratta dello stile di pensiero opposto al “debolismo” e al “postmoderno” non basta. Come è possibile rintracciare le ragioni “concrete” del pensierodebole, è infatti possibile rintracciare anche le ragioni “concrete” del suo tramonto. La gravità planetaria della crisi che attraversa il capitalismo mondiale, la questione sociale connessa, la cronaca nera della politica berlusconiana ripropongono in forma radicale la questione “strutturale” del modo di produzione, e di un progetto alternativo basato su solide prospettive ideologiche, politiche, sociali. E organizzative: a questo ancora non siamo (restiamo suggestionati dall’idea dei partiti “aperti” e “leggeri”), ma la “speranza è l’ultima a morire”. Comunque, siamo alla fine del Pensierodebole e della “crisi delle ideologie “ e possono (perché no?) tornare soggetti, progetti e prospettive ideologiche, politiche, sociali che la “modernità” capitalistica sembrava avere definitivamente seppellito. Il dibattito è ormai avviato e sembra vivace. Ne riparleremo nella seconda parte di questo articolo.

 

Enrico Guarneri

 

NOTE

1) “Pensiero forte pensiero debole”, versione aggiornata al 9.9.2011. Ma su internet il materiale è vastissimo.

 

2] Il rifiuto coinvolse la stessa radice “letteraria” dello stile propagandistico della cultura di regime: la figura retorica dell’enfasi. Ma questa è anche il tono connaturato con l’entusiasmo e la convinzione “forte”, con la battaglia delle idee, con la spinta verso un progetto innovativo. Ne conseguì l’indebolimento della comunicazione ed il declino di tradizionali strumenti di mobilitazione dell’elettorato. Sostituito, negli ultimissimo anni, dalla pura e semplice caciara televisiva. E se qualcuno usa l’entusiasmo espressivo, lo si accusa di fare comizi.

 

3) Qualche vecchio “documento”: ROSSI, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Mulino, 1989. Alle pp. 39-40 dice: “Il moderno si configura come l’età …di una ragione forte che costruisce spiegazioni totalizzanti del mondo e che è dominata dall’idea di uno sviluppo storico del pensiero come incessante e progressiva illuminazione ...– Il postmoderno si configura ex contrario come l’età di un indebolimento delle pretese della ragione che revoca il senso della storia e mette in questione le eventualità totalitarie dell’umanesimo ... in cui la scienza riconosce il carattere discontinuo e paradossale della propria crescita ... [come l’età]della dissoluzione delle categorie del nuovo e dell’esperienza della fine della storia ... in cui scienza e tecnica appaiono rischiose e non ... liberatrici dalla fatica e dal bisogno”.

Gli effetti di rimbalzo di questa complessa (anti)ideologìa si vedono in fenomeni come quello della Eutanasia della critica di cui parla Lavagetto in un libricino (2005) che sembra fatto apposta per figurare accanto al Va pensiero di Viano.

 

4) Incidentalmente: tutte le concessioni encomiastiche che sono state tributate a Berlusconi (fascinatore, grandecomunicatore,etc.) sono frutto di questa evaporazione del senso di parole e idee, che non permette più di definire le cose con le loro appropriate categorie. La definizione di populista, con intenti denigratori, permette di sospettare, in chi lo usa, uno scarso patrimonio di conoscenze storiche: la“galleria dei neutrini”della ex-ministra Gelminiè un fenomeno collaterale ed un esempio delle fantasiose cazzateelargite a piene mani ai cittadini.

 

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

SCHEDE

 

STORIA INTERNA E STORIA ESTERNA- Due modi di narrare la storia di un aspetto dellacultura: il primo fà discendere un evento o una teoria dai suoi antecedenti, il secondo da motivazioni generali che attengono alla storia della società nel suo complesso. Il primo ha una connotazione prevalentemente tecnica, il secondo ha una connotazione “sociale” (per la letteratura si pensi, ad es., agli scritti di Lukacsed a Scrittori e popolo di Asor Rosa). Solo il secondo è in grado di spiegare le funzioni sociali dei fenomeni culturali, le “rotture epistemologiche” e le “rivoluzioni” pratiche, concettuali, stilistiche.

 

INDEBOLIMENTO- Un processo logico che interessa le affermazioni strutturate nella forma del sillogismo: da due affermazioni universali non si fa discendere, come si dovrebbe,una conclusione universale, ma unaparticolare. Un esempio: se tutti gli uomini sono mortali (pr. magg.), e se tuttii berlusconiani sono uomini (pr. min.), allora qualcheberlusconiano è mortale (conclusione “debole”).Non si vuole insinuare, come potrebbe sembrare,che qualche berlusconiano non sia mortale, il che sarebbe semplicemente ridicolo, ma semplicemente ci si vuole limitare a considerazioni particolari “senza generalizzare”. Non è una operazione logica, ma politica. L’armamentario del“postmodernismoe del “debolismo” che si sviluppa a partire dagli anni Quaranta è complesso e variegato: sono teorie in se stesse debolissime (pluralismo, agnosticismo, revisionismo, scetticismo, crisi delle ideologìe, crisi dei valori, qualunquismo, opportunismo, trasformismo, etc. fino alle amenità della New Age), macreano una costellazione nichilistica resistentissima.


 

RECENSIONI

 

Michelangelo Cocco, Il fuoco di Atene, manifestolibri, 2011, pp. 133, € 16,00.

Domenico Liberato Norcia, Quello che ho chiesto trent’anni fa all’onorevole Enrico Berlinguer e quello che chiederei oggi all’ingegner Sergio Marchionne,Napoli, Legma edizioni, 2011, pp. 107, euro 10

 

Nella foto di copertina del libro si vede un grande comizio davanti alla Fiat Mirafiori di Torino. Siamo nell’autunno 1980, è in corso una dura lotta per evitare che 23 mila operai vengano messi in cassa integrazione a 0 ore. In primo piano, su un palchetto improvvisato, Enrico Berlinguer, all’epoca segretario del Pci, e al suo fianco, con due microfoni in mano, un operaio che gli pone una domanda. Quell’operaio è Domenico Liberato Norcia, nato a Greci in provincia di Avellino nel 1937, emigrato in Germania a lavorare all’età di 23 anni lasciando al paese la moglie incinta. Dopo nove anni di permanenza sul suolo tedesco, nel 1969 fu assunto dalla Fiat come operaio nelle officine della lastratura e partecipò da protagonista alle lotte dell’ “autunno caldo” e a tutte le scadenze successive del decennio che si stava aprendo.

Eletto delegato in rappresentanza del suo gruppo omogeneo, si iscrisse alla Fim Cisl (l’importanza del sindacato l’aveva scoperta già in Germania) ed intervenne attivamente nelle discussioni e nelle assemblee che in quegli anni misero in contatto operai e studenti. Per lui questo fu un periodo di grandi soddisfazioni sul piano personale e collettivo. Trovò una casa decente in affitto per la sua famiglia, frequentò corsi di formazione sindacale, vide che le lotte possono produrre benefici per gli operai consentendo loro una vita più dignitosa, sicura, capace di guardare al futuro con speranza. Infatti,la fabbrica torinese assunse posizioni più civili nel campo dei diritti del lavoro e della redistribuzione del reddito grazie soprattutto alla lotta condotta dagli operai, da tanti lavoratori come Liberato. Oggi, sciolto ormai da vincoli sociali e di classe, il capitale persegue ben altre strade, ben altre strategie.

Questa “poetica” autobiografia è perciò esemplare, rappresentativa di un agire più generale, comune ai lavoratori in un’altra fase della storia italiana. Liberato raggiunse una piena maturità di cittadino – lavoratore affrontando senza asservimenti e remissioni, a viso aperto e “scoperto”, il confronto con la controparte. E’ stata, la sua, un’esperienza decisiva, “maestra di vita”, che potrà (potrebbe) riproporsi ancora, nella Fiat di Sergio Marchionne.

E’ interessante anche la seconda parte del libro, nella quale con un procedimento di regressione l’Autore ripercorre tutta la sua vita: l’infanzia di stenti e di privazioni, i primi lavoretti, gli studi, gli interessi, la famiglia, le abitudini e i costumi della popolazione del paese di Greci dove crebbe, sono oggetto di analisi attenta. Con mente vivacemente lucida egli ricorda le paure, le ansie, i giochi e gli entusiasmi, gli amici e le storie leggendarie che popolarono i suoi primi anni. Ma più che “tornare bambino”, come si dice raggiunta una certa età, Liberato si “riscopre” ancorabambino, tanto poca sembra essere la separazione tra quella storia lontana e quella vissuta oggi. Sono pagine affascinanti, per il mondo che raccontano e per il modo con cui lo raccontano cogliendo anche in episodi apparentemente insignificanti gli elementi caratteristici che contribuirono alla formazione della sua ricca personalità di lavoratore cosciente e libero, marito e padre, pittore e scrittore: la personalità di un uomo che ha saputo sempre ascoltare gli altri, prima di rappresentare se stesso.

 

Diego Giachetti