N° 1 - 2012

 

 EDITORIALE

IL GIOCO DELLE PARTI

La crisi ha partorito un governo composto da esponenti dei “poteri forti” (banchieri, managers, etc.) ed ha mostrato a nudo la miseria di un ceto politico incapace di affrontare la situazione e costretto, per uscire in qualche modo dall’impasse, a sfuggire dalle proprie responsabilità e ad affidare a “tecnici” (cosiddetti) il compito di salvare, grazie alle loro “competenze”, la Patria in ambasce.

Il nuovo esecutivo ha già avvìato un duro programma di macelleria sociale che colpisce gli strati più deboli della popolazione: ma in un primo tempo ha consapevolmente inserito nella legge finanziaria alcune macroscopiche forzature, come la non rivalutazione delle pensioni eccedenti i 736 euro mensili o l’introduzione indifferenziata dell’IMU sulla prima casa, disponendosi però ad attenuarle al momento della presentazione definitiva del decreto. Così, è stata offerta ai partitila possibilità di “salvare la faccia” (o di provare a salvarla). E infatti da un lato il Pd sostiene ora di avere “imposto” la rivalutazione delle pensioni fino a 1.400 euro, d’altro lato il PdL si vanta di avere impedito l’introduzione dell’imposta patrimoniale, mentre il Terzo Polo si rallegra per avere suscitato “attenzione” verso le famiglie più in difficoltà. E naturalmente l’impianto della manovra non è stato scalfito.

Dunque, l’ammucchiata parlamentare almeno per adesso regge e l’eventualità del ricorso ad elezioni anticipate sembrerebbe scongiurata. Come mai i Democratici – che molto probabilmente le elezioni le avrebbero pure vinte – non soltanto hanno accettato, anzi hanno addirittura sollecitato, anche tramite la Presidenza della Repubblica, questa pasticciatissima soluzione? La risposta si trova nella linea politica “neoriformista” (cioè “moderata”) perseguita da tempo da quelPartito, i cui vertici (e non solo) sono ormai bene integrati nel sistema: una linea che, con sempre maggiore evidenza, di fatto finisce per identificarsi con quella del Terzo Polo e deve evitare i rischi che un clima elettorale acceso potrebbe produrre, allontanando la prospettiva di un’organica convergenza al “centro” con l’UDC di Casini, Futuro e Libertà di Fini e l’API di Rutelli. Una linea suicida, oggettivamente capace di favorire, per di più, anche una ripresa della destra – destra “berlusconiana”, oggi in piena crisi, e della Lega padana: ma tant’è!

Con il ministero presieduto dal bocconiano professor Monti è stato fatto un altro passo avanti verso la costruzione di un regime autoritario, la marginalizzazione del Parlamento (che si vorrebbe relegato al ruolo disemplice Camera di registrazione delle decisioni assunte dall’esecutivo), la frantumazione dei diritti dei lavoratori, la riduzione delle libertà democratiche (anche imponendo di fatto, con il taglio dei finanziamenti statali, la chiusura dei giornali non conformisti). Di questo, appunto, ha bisogno oggi il grande capitale finanziario e industriale. E’ in atto un attacco senza precedenti alle conquiste che il movimento operaio ha realizzato, lottando, nel corso di decenni. La strada è stata aperta in Italia con l’imposizione del “modello Pomigliano” (o “modello Marchionne”) in tutti gli stabilimenti della Fiat. L’esempio è già stato seguito anche da Federmeccanica. E il governo, espressione diretta del padronato, ora intende colpire l’art. 18 dello Statuto deiLavoratori. Le “controriforme” preannunciate (in particolare quelle del mercato del lavoro e della previdenza), il progressivo smantellamento di quanto ancora resta del welfare, le privatizzazioni che si profilano richiamano una situazione risalente ad oltre mezzo secolo fa, che si riteneva superata per sempre.

Contrastano questa tendenza i movimenti, la CGIL, i Cobas e le poche, disperse e deboli forze della sinistra “politica” extraparlamentare (e, flebilmente, anche l’area socialdemocratica delPd). La resistenza si estende e si esprime con gli scioperi, le manifestazioni e con diverse altre forme di lotta . Da qui, dal conflitto sociale, può nascere, maturare e crescere una consapevole alternativa anticapitalistica, oggi in nuce. Il cambiamento verrà “costruito” e imposto dal basso: altrimenti, non ci sarà.

m. ro.

 


 

 ITALIA

UN ALTRO MONDO E' IMPOSSIBILE

la Repubblica e i movimenti al tempo dei tecnici

Ancora una volta, il là lo ha dato Eugenio Scalfari, con un articolo pubblicato su la Repubblica il 16 ottobre 2011. Nel quale, nonostante il titolo (Stato sconfitto da un pugno di teppisti), agli scontri di piazza avvenuti il giorno prima a Roma durante la manifestazione degli indignati si accennava appena, con generici richiami ad una minoranza di violenti e lamentando che le forze dell’ordine non erano state in grado di “neutralizzare preventivamente i teppisti e i provocatori che dovrebbero essere noti e rintracciabili”. In realtà, a Scalfari interessava regolare i conti proprio con il movimento, di cui ha offerto un ritratto a dir poco caricaturale definendo le mobilitazioni contro le logiche neoliberiste “reminiscenza di comunismo utopico” con una “tonalità francescana”. Di più, in certe manifestazioni emergerebbe “un rischio estremamente grave: un contagio di populismo” (…)esiste storicamente il populismo dei demagoghi, costruito per accalappiare i gonzi, e il populismo degli utopisti che predicono la Città del Sole”. Stupisce l’evocazione del pensiero di Tommaso Campanella, ma all’ ‘uomo che non credeva in Dio’ preme far percepire, attraverso palesi esagerazioni, il movimento degli indignati come un fenomeno speculare al berlusconismo: cioè come un populismo d’altro segno, che può avere effetti nefasti.

Certo, nei giorni successivi Repubblica si è impegnata a blandire i manifestanti pacifici, ‘vittime’ dei blackbloc; ma ha anche cercato di spingere il movimento verso un terreno che non dovrebbe essere suo: quello della delazione. Il tentativo è in parte riuscito e c’è stato chi, da un discorso serio e giustamente rigoroso sulle pratiche di piazza, è passato alla diffusione di filmati su internet per consentire alla polizia di individuare i “teppisti”.

 

Una discussione rivelatrice

Affievolitasi l’eco dei fatti del 15 ottobre, l’impostazione di Scalfari è stata ripresa anche da chi non sempre è in linea con il suo pensiero. E’ il caso di Mario Pirani, che da tempo esprime l’ ‘anima’ più schiettamente liberista di Repubblica (mentre il fondatore di quel giornale in genere cura di più la fascia di lettori che ancora pensa ‘qualcosa di sinistra’). La convergenza tra i due è stata suggellata nella rubrica settimanale tenuta da Pirani (Linea di confine) con un articolo del 21 novembre 2011, dal titolo Cancellato Stalin si torna a Proudhon. In piena “luna di miele” con il neonato governo “tecnico” del professor Monti, Pirani cita il suo illustre collega, afferma che nell’ “angoscioso succedersi delle notizie sul disastro finanziario internazionale non si è pienamente avvertito l’emergere di un risvolto ideologico di sottofondo, pericoloso ancorché confuso” e si dice preoccupato per l’affermarsi di mentalità che minano la civile convivenza. A suo avviso, tra coloro che diffondono messaggi fuorvianti, rivolti alle “parti più sprovvedute o tendenti all’illusione e all’utopia dell’opinione pubblica”,è il sociologo tedesco Ulrich Beck. Il quale, sulla base di un articolo riportato da la Repubblica il 1 novembre, viene descritto come un intellettuale in preda ad “empito palingenetico” (questa raffigurazione, peraltro, contrasta nettamente con il breve profilo dello studioso tracciato nel Dizionario del pensiero ecologico. Da Pitagora ai no global, che lo definisce “estraneo alle suggestioni liberiste”, ma anche lontano “da ogni tentazione catastrofista” perché “fiducioso verso la possibilità di costruire una nuova modernità, il cui segno prevalente sia nella democratizzazione di tutti i processi decisionali”).

Nello scritto contestato da Pirani, Beck attribuisce al movimento internazionale degli indignati l’intenzione di demolire “la visione economica dell’ american way, in una fase nella quale il capitalismo “viene portato sul banco degli imputati e sottoposto a una critica radicale”. Certo, le parole di Beck sono dure, ma ciò non implica una svolta radicale nelle sua posizioni: è la crisi attuale, ritenuta da molti peggiore di quella del 1929, che lo spinge ad usare toni assai forti. Tuttavia, le sue indicazioni (che Pirani omette di citare) sono tutt’altro che dirompenti: per “impedire ad ogni costo” la catastrofe, egli chiede al movimento Occupy di “avanzare alcune proposte basilari – come ad esempio una tassa sulle transazioni finanziarie – nell’interesse correttamente inteso degli Stati nazionali”: si dovrebbe istituire una “Robin Hood Tax” (…) un’alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale”. Così, gli “attori statali” avrebbero maggiore incidenza nella dimensione “trans-statale”. E con il tempo “si potrebbe ottenere (…) che non sia l’economia a dominare la democrazia, ma, al contrario, la democrazia a dominare l’economia”. Assolutizzando alcune frasi, Pirani ha attaccato a testa bassa un discorso di mero buon senso, che prospetta forme di intervento già oggetto di discussione tra i leaders europei (escluso il britannico David Cameron, che ha paura d’inimicarsi la City).

Se un giornale come la Repubblica ospita anche articoli di Beck, è per rendere meno monocordi le sue pagine. Le proposte di Beck sono stimolanti, salvano il lettore dalla tirannia del ‘pensiero unico’ dominante sulle pagine di quel quotidiano: Ma è davvero una forzatura considerarle eversive.

Pirani si rifà a Scalari anche per irridire l’ipotesi di una società nella quale i beni comuni siano “messi a disposizione dei loro naturfruitori, cioè delle persone che vivono e abitano in quei luoghi e che decideranno sul posto le regole del valore d’uso nelle ‘agorà’, nelle piazze di quel luogo”. E da qui trae lo spunto per parlare di un singolare revival del socialismo utopistico del primo Ottocento, quando Proudhon predicava la rigorosa equazione del valore delle cose al lavoro”. Fantasticherie, che distoglierebbero dall’analisi dei processi in atto e dalla conseguente capacità di affrontarli concretamente, adottando – in una fase in cui è “venuta meno la potestà degli Stati nazionali”“nuove regole capaci di controllare e imbrigliare l’innovazione, altrimenti devastante, della libera circolazione dei capitali”.

Alcune considerazioni: in questi anni, anche se i quotidiani “progressisti” fingono di ignorarlo, non sono mancate elaborazioni capaci di coniugare radicalità e rigore scientifico, non limitandosi a deplorare il primato della finanza e ad invocare un salvifico ritorno alle virtù dell ’”economia reale”. Accanto alle vulgate sulla crisi mosse da un giusto risentimento, ma non ancorate ad un’analisi strutturale, si sono fatte strada interpretazioni che tentano di arrivare al cuore dei problemi.

Emiliano Brancaccio, ad esempio, mette in guardia da una visione “moralistica del tracollo economico, che individua la causa di tutti i mali nel greed, la famigerata avidità dei banchieri e degli speculatori”. I quali, invero, “hanno quasi sempre agito nel pieno rispetto di due leggi, quella dello Stato e quella del profitto”. Bisogna, dunque, tornare a “parlare (…) del capitalismo e delle sue contraddizioni interne” e va compreso “che l’odierno fallimento del capitale è una diretta conseguenza del suo enorme successo nella strategia degli ultimi decenni, finalizzata all’annientamento politico del lavoro”. In sostanza, quella in corso è “la crisi di un mondo di bassi salari”, perché “per una potente miscela di progresso tecnico e di intensificazione dello sfruttamento, in questi anni abbiamo assistito a un notevole incremento della capacità produttiva dei lavoratori, senza però che la loro capacità di spesa aumentasse di pari passo.

Questa tesi ha suscitato un ampio dibattito, raccogliendo adesioni (ma anche dei dissensi) nell’ambito della sinistra alternativa. A tale discussione Pirani e Scalfari si sono sottratti, preoccupati per le ricadute politiche delle critiche“popolari” al capitalismo (non‘raffinate’, ma comunque in grado di sollecitare attenzione verso problemi reali). Pirani lo riconosce quando parla di “affabulazioni innocue ma non tanto se le rapportiamo allo striscione che apriva la prima manifestazione contro Monti: ‘Via il governo dei sacrifici’”.

Insomma, Repubblica avverte il rischio che risulti culturalmente legittimato il dissenso verso un governo capace di attuare le ricette della Banca Centrale Europea e della Confindustria con una celerità che i precedenti esecutivi “politici” non garantivano. Sta qui la sostanza di certi affondi: si possono, sì, delineare delle misure, di portata limitata, volte a mitigare le conseguenze devastanti del ‘capitalismo reale’; però devono essere promosse esclusivamente dalle classi dominanti, non disturbate dalle piazze. Il dissenso di Pirani da Beck è dovuto alla ‘granitica’ convinzione che certi processi decisionali non possano essere democratizzati. La discussione collettiva, pubblica genererebbe un ‘mostro’: l’idea, cioè, che possa esserci una “alternativa di sistema”. Per respingere la quale viene evocato “il più grande esperimento sociale e politico che l’uomo abbia tentato in tutta la sua storia”. Ossia, quel ‘socialismo reale’ che “fallì ovunque con eguali caratteristiche: dittatura poliziesca e depressione economica”: un’esperienza che i contestatori non possono rimuovere perchè “la sua memoria è incancellabile”. Dunque, ogni tentativo di uscire dalla catastrofe attuale cercando nuove soluzioni, sarebbe destinato ad un esito tragico. Ma Pirani è più visionario degli “utopisti”, veri o presunti, che sbeffeggia: di fatto, egli colloca il capitalismo in una dimensione atemporale, sottratta al divenire storico e quindi impermeabile a quei contraccolpi della realtà che un’ ‘alternativa di sistema’potrebbero imporla davvero.

Dopo la battaglia

Questa svolta nel rapporto tra la Repubblica ed i movimenti sociali, delineatasi a partire dal 16 ottobre 2011, si è tradotta non solo in un atteggiamento poco comprensivo (se non ostile) verso le ragioni di chi scende in piazza, ma anche in un parziale oscuramento, come quello subito dalla manifestazione del 26 novembre 2011 in difesa dell’acqua pubblica. Pochi mesi prima, quel giornale aveva rivendicato l’esito referendario, ritenendolo – analogamente al risultato delle amministrative – un segnale di cambiamento e di apertura di una nuova fase politica, oltre il berlusconismo. Ora, la scelta di non sostenere la lotta di chi pretende che quell’espressione di volontà popolare sia rispettata, e si oppone pertanto ai propositi di privatizzazione di un servizio essenziale, rivela l’uso strumentale, e a tempo, di una campagna mai veramente condivisa.

Repubblica, nel suo lungo scontro con il Cavaliere, ha usato volta per volta gli argomenti più disparati. Se quello legalitario è stato il principale, non è mancato il tentativo di ammantare di connotati sociali l’avversione per il fondatore del Pdl. Ma la battaglia contro il ‘berlusconismo’ non ha certo messo in dubbio l’ ‘eternità’ del capitalismo. Come se l’egoismo proprietario e l’intreccio fra media e politica non fossero tratti presenti – seppure in forme diverse – in tutti i Paesi “avanzati”. Nell’insistere sull’anomalia italiana rispetto al mondo occidentale, si è di fatto concepito quest’ultimo come una sorta di Bengodi ed oggi che pesanti contraddizioni sembrano minacciarne la sopravvivenza Repubblica si erge in sua difesa, deridendoo demonizzando chiunque cerchi di esplorare nuove vie.

Stefano Macera

 

1) IlMovimentodel99percentopuòcambiareilmondo

2) RobertoDellaSeta, DanieleGuastino, DizionariodelPensieroecologico. DaPitagoraainoglobal, Carocci, 2007

3)Lacrisi diunmondodibassi salari, Liberazione, 19 febbraio 2009 (ora anche in Emiliano Brancaccio, Lacrisidelpensierounico, Franco Angeli, 2010)

4) Va però riconosciuto che Pirani ha avuto una posizione più lineare rispetto ad altri commentatori di Repubblica, perché, sempre concentrato sulle necessità dell’impresa, non ha mai fatto delle istanze dei lavoratori un argomento da agitare nell’opposizione a Berlusconi.

 



 MONDO

E’ POSSIBILE UNA RUSSIA SENZA PUTIN?

 

Raramente Per contestare le recenti elezioni legislative (4 dicembre 2011), in Russia i partiti dell’opposizione hanno presentato diverse istanze alla magistratura anche se, come ha comunicato l’Ufficio stampa del premier Vladimir Putin, ciò non potrà modificare sostanzialmente i risultati ed il rapporto di forze nel nuovo parlamento (Duma). Questa previsione è largamente condivisa: addirittura c’è chi sostiene che le contestazioni riguardano meno dell’1% dei seggi elettorali. Comunque, Putin ha proposto che alle prossime elezioni presidenziali in ogni seggio sia installata una webcam, attiva 24 ore su 24, in modo da consentire un monitoraggio in tempo reale sia durante il voto, sia durante il conteggio delle schede.
Le proteste sono iniziate ad urne appena chiuse. La sera del 5 dicembre, man mano che emergevano i primi risultati del voto, l’opposizione ha tenuto nel centro di Mosca un comizio (autorizzato) contro i brogli elettorali, che è poi sfociato in un corteo. Il giorno dopo, si è svolta una manifestazione in Piazza Triumfal’naja. La folla, affluita numerosa nonostante la pioggia, gridava: Rossija bez Putina (Russia senza Putin), Putin Vor (Putin ladro). Erano presenti l’eroe dei blogger di Russia, Aleksej Naval’nyj, già esponente del movimento liberale Jabloko, ideatore dello slogan “Russia Unita - partito di ladri”, e molti giovani gestori di blog; Aleksandr Belov-Potkin, ex leader del Movimento xenofobo contro l’immigrazione clandestina (DPNI), con il quale Naval’nyj simpatizza; l’ecologista Evgenija Čirikova, animatrice di un movimento per la difesa della foresta di Khimki, a nord-ovest di Mosca, contro l’autostrada Mosca-San Pietroburgo che la società francese Vinci sta costruendo; il promotore delle battaglie anti-droga Evgenij Rojzman; l’ex vice-premier el’ciniano Boris Nemcov; l’ex deputato putiniano Vladimir Ryžkov; e tanti altri. Gente diversa per cultura, idee politiche e stili di vita, che aveva scelto come proprio simbolo di protesta nastri e fiori bianchi: la manifestazione, detta “rivoluzione delle nevi (o bianca)”, richiamava infatti le “rivoluzioni colorate” avvenute in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003, in Ucraina nel 2004. Secondo i rappresentanti dell’opposizione, per favorire il partito di Putin, Russia Unita, sarebbe stato falsificato addirittura il 25% dei voti.
Nei giorni successivi si sono svolte altre proteste a Mosca e a San Pietroburgo. I manifestanti chiedevano l’annullamento del voto per la Duma, le dimissioni del capo della Commissione elettorale e la sua incriminazione per le frodi (con le quali sarebbero stati sottratti alle opposizioni 13 milioni di voti), l’indizione di nuove elezioni e l’immediata scarcerazione di tutti gli arrestati (tra cui Naval’nyj, il giovane leader liberale Il’ja Jašin e l’esponente della sinistra radicale Sergej Udal’cov).
Nella capitale è scesa in piazza una vera e propria galassia formata non solo dalle forze d’opposizione tradizionali, ma anche da movimenti, associazioni politiche e civili di vario tipo: dai “secchielli blu” (denunciano le troppe “auto con il lampeggiante blu”, status symbol che viene garantito ai vip e a persone non certo in servizio di emergenza) ai “creditori derubati” (cittadini che hanno anticipato soldi per case e appartamenti mai costruiti); dai “gruppi anti-corruzione” ai movimenti per la difesa dei diritti umani, come “Memorial” o il “Gruppo di Helsinki”; da “Altra Russia”, guidata dallo scrittore Eduard Limonov (fondatore e leader del Partito Nazional-Bolscevico) al Fronte di sinistra diretto da Udal’cov, a ParNaS e a Solidarnost’. Quest’ultimo movimento (Solidarnost’) è stato fondato nel 2008 da Nemcov con l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukovskij e con i co-organizzatori del Fronte Unito Civico (l’ex campione di scacchi Garri Kasparov e Jašin, ex membro di Jabloko). Hanno partecipato anche movimenti terzomondisti, anarchici e dell’estrema destra neo-nazista, nazionalista o monarchica e persone della middle class.
Proteste ci sono state anche a Krasnodar, Soči, Rostov sul Don, Volgograd, Astrachan’, Pjatigorsk, Machačkala, Novorossijsk, Stavropol, Astrachan’, Majkop, etc.
Immediata è stata la reazione delle autorità politiche contro i manifestanti, le Ong (es. Golos, finanziata dalle potenti associazioni statunitensi USAID e NED) e le organizzazioni di tutela dei diritti umani, i media e le radio indipendenti (radio “Echo Moskvy”). Più di 250 persone sono state arrestate. Il direttore di “Kommersant” è stato licenziato dopo la pubblicazione di articoli ritenuti troppo critici nei confronti di Putin.
Il 24 dicembre, sulla prospettiva Sacharov, a Mosca, c’è stata una nuova manifestazione, alla quale hanno partecipato, tra gli altri: Il’ja Ponomarëv, deputato della Duma di Stato per il partito Russia Giusta; Nemcov; Michail Kas’janov, co-presidente del partito ParNaS; l’oppositore inguscio Magomed Chazbiev. Non mancavano giovani universitari, pensionati, semplici cittadini, ma anche ultranazionalisti delle varie squadre di calcio della capitale, responsabili un anno fa di feroci scontri xenofobi ed anticaucasici in Piazza del Maneggio…e l’elenco potrebbe continuare. Insomma, una piazza anti-Putin, eterogenea e “contraddittoria”, che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici, il riconteggio dei voti, l’approvazione di una nuova legge elettorale e nuove elezioni. Se questi punti non saranno presi in considerazione dal governo sarà organizzata un’altra protesta in febbraio.

Anche il Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) ha protestato con forza contro i brogli elettorali, promuovendo numerose manifestazioni. Il 18 dicembre, in un meeting tenutosi a Mosca, dove il giorno prima il Congresso del partito aveva approvato all’unanimità la candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo marzo di Gennadij Žjuganov, Putin, il presidente Medvedev e il partito Russia Unita venivano giudicati dal Segretario del partito responsabili di avere organizzato i brogli elettorali: “Li puniremo nelle urne il prossimo marzo” - aveva promesso, dicendosi convinto di poter passare al secondo turno e di poter battere Putin nel testa a testa finale.
Nelle elezioni legislative, i comunisti hanno raccolto il 19,19% dei consensi popolari: un dato molto positivo, ma ridimensionato dai brogli. Secondo il PCFR, infatti, i suoi voti supererebbero il 30%. Žjuganov, alla riunione del Presidium del C.C. del PCFR del 10 dicembre, aveva affermato: “I cittadini si sentono oltraggiati dall'ingiustizia sociale crescente, dalla falsa ‘democrazia’ e dalla costante falsificazione della volontà popolare. Sono estremamente indignati per gli arbitri e la corruzione presenti nelle forze di polizia, per la mancanza di opportunità di vita per i giovani e per la continua umiliazione che subiscono dal partito al potere. (…) La campagna elettorale è stata la più sporca e disonesta degli ultimi 20 anni. (…) I comunisti dichiarano che le elezioni per la Duma di Stato sono state scorrette e non libere. Le consideriamo illegittime, da un punto di vista morale e politico. (…) Noi non riconosciamo come validi i risultati elettorali dichiarati nelle repubbliche di Mordovia, Daghestan, Tuva, Cecenia, Inguscezia e nelle regioni di Tambov, Saratov, Rostov e Tula, nella provincia di Krasnodar, nella città di San Pietroburgo e nella regione di Mosca. (…) Il Partito Comunista esige l’annullamento dei risultati nelle regioni, municipalità e distretti in cui sono avvenute significative violazioni dei regolamenti elettorali. La Duma deve istituire una commissione parlamentare per investigare le irregolarità. Tutte le persone responsabili di questi brogli devono essere punite”.
I comunisti, tuttavia, hanno tenuto a precisare che le loro proteste non devono essere in alcun modo confuse con le dimostrazioni che si sono svolte a Mosca in Piazza Bolotnaja e sulla Prospettiva Sacharov. Il 26 dicembre, nel corso di una riunione della Segreteria del C.C. del PCFR, Žjuganov ha detto: “I tentativi degli ‘arancioni’ di assumere il controllo delle proteste, ricordano molto ciò che accadde nel 1991. È un dato reale che allora insieme a El’cin fecero la loro comparsa anche gli ‘el’ciniani’, nelle persone di Kas’janov, Nemcov e altri.”. (…) In questo fine settimana, il 24-25 dicembre, come il 18 dicembre, noi abbiamo attuato le nostre azioni di protesta in tutto il Paese. Solo in due città - Mosca e San Pietroburgo - gli ‘arancioni’ e i loro compari sono stati in grado di imporre l’agenda e chi avrebbe parlato dal palco. In tutti i capoluoghi regionali le azioni di protesta sono state dirette dai comunisti. (…) Alla squadra di Putin ottenere il risultato previsto per le elezioni presidenziali risulterà più complicato che per quelle della Duma. In questo contesto il nostro compito è quello di mobilitare al massimo le nostre forze e cercare di tradurre in pratica tutte le proposte programmatiche in merito allo sviluppo del movimento di protesta, alla creazione di gruppi di azione sociale diretta, all’iniziativa nei sindacati e nei collettivi di lavoro, che sono state formulate nel nostro Congresso e nei Plenum”.

Dunque, si sono delineate tre componenti di dissenso: 1) una radicale contestazione “antisistema”, cui fanno riferimento i movimenti che si richiamano alle rivoluzioni “arancioni” o “colorate”: forze politiche come Solidarnost’, ParNaS, Jabloko, movimenti per i diritti umani, ecologisti, neo-fascisti e nazionalisti, anarchici e forze della sinistra radicale come il Levyi front (Fronte di sinistra), ONG della società civile, media dell’opposizione come “Novaja Gazeta”, radio “Echo Moskvy”, il quotidiano economico e finanziario “Vedomosti”, molti siti web, etc.; 2) un’opposizione istituzionale rappresentata dai due partiti storici della sinistra: il Partito comunista e il social-democratico Russia Giusta; 3) una nuova ondata, spontanea ed apparentemente senza affiliazione politica, espressa dai blogger e dai giovani appartenenti alla classe media che ambiscono ad una maggiore mobilità sociale: sono gli indignati russi, “una nuova generazione di giovani” che - come afferma il sociologo Leontij Byzov, - “non ricordano il ‘trauma degli anni ‘90” e “non hanno paura del cambiamento, lo preferiscono alla ‘prigione dorata’ della stabilità putinista (…) vogliono la mobilità sociale e sognano una brillante carriera” (“Le Monde diplomatique-Mondialisation”, 27 dicembre 2011).

All’estero, le elezioni legislative russe hanno suscitato reazioni diverse. Alcune personalità politiche hanno espresso un giudizio positivo sul voto (il presidente della repubblica Ceca, Václav Klaus, e il titolare del ministero degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman), altre un giudizio negativo. Il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, intervenendo il 6 dicembre alla seduta del Consiglio dei Ministri dell’OSCE in Lituania, ha dichiarato che le elezioni svolte in Russia non sono state libere. Putin ha subito replicato affermando che quella dichiarazione è un chiaro segnale di appoggio alle forze filo-occidentali presenti nel Paese ed ha condannato i tentativi di “destabilizzazione”, citando l’esempio della “rivoluzione arancione” in Ucraina, denunciando, inoltre, con forza i Paesi che interferiscono nei processi interni della Federazione Russa e che finanziano con centinaia di milioni di dollari i partiti dell’opposizione liberale.
L’8 dicembre veniva annunciato che il regista cinematografico Govoruchin avrebbe diretto il centro operativo di Putin, avendo come referente non il partito Russia Unita, ma il Fronte Popolare Panrusso, un organismo promosso dal premier nel maggio 2011 in vista delle elezioni legislative e presidenziali per raccogliere consensi nella società civile, che raggruppa intorno al partito di maggioranza una serie di associazioni sindacali, imprenditoriali, giovanili, alle quali sarebbe stati promessi, in cambio del loro appoggio, dei seggi alla Duma. L’obiettivo era quello di ottenere per questa via la riconferma della maggioranza dei due terzi. Fanno parte del Fronte i rappresentanti della Confederazione dei sindacati indipendenti (eredi dei sindacati dell’ex-URSS), la Giovane Guardia (ala giovanile di Russia Unita), le Unioni dei pensionati e dei veterani della guerra afghana, l’Unione Russa degli Industriali e Imprenditori (RSPP), due associazioni di piccole e medie imprese: Opora e Delovaja Rossija. Ha aderito al Fronte l’oligarca Aleksandr Lebedev, ex ufficiale del KGB, proprietario della National Reserve Bank, già sodale di Michail Gorbačëv in alcune avventure editoriali (“Novaja Gazeta”) e politiche (Partito democratico di Russia), nonché proprietario dei due giornali britannici “The Independent” e “Evening Standard”. Presidente del Fronte è lo stesso Putin, mentre il coordinatore è Michail Šmakov, presidente della Confederazione dei sindacati indipendenti (Fnpr), che è la più grande organizzazione sindacale russa, vantando il maggior numero di lavoratori affiliati (25 milioni). Il Fronte ha dato vita anche all’Agenzia delle Iniziative Strategiche (ASI) diretta dall’economista Nikolaj Fëdorov.
Sulla questione dei brogli elettorali, il presidente russo Dmitrij Medvedev ha dichiarato che le Commissioni elettorali e giudiziarie dovranno esaminare i reclami e le azioni legali e che se risulteranno casi di “reale violazione” sarà presa la “giusta decisione”: le manifestazioni - ha aggiunto - sono un’espressione della democrazia, ma devono svolgersi “nel rigoroso rispetto della legislazione russa”. Sempre Medvedev, durante un incontro con il Comitato civico dei suoi sostenitori (ottobre 2011), aveva contestato quanti paragonano l’attuale situazione del Paese a quella che c’era al tramonto dell’Unione Sovietica (“Queste analogie non hanno senso, il nostro è ormai un Paese diverso, noi siamo cambiati, sono cambiati anche l’ordine sociale e i rapporti economici. Ma questo non vuol dire che la Russia debba rinunciare al suo passato”), sottolineando però che sono delle priorità il passaggio ad una nuova economia e il perfezionamento degli istituti politici democratici. E incontrando, il 13 dicembre, i capigruppo della Duma, il presidente ha ribadito che occorre riformare il sistema politico (ormai “esausto”) e ha promesso che metà delle Commissioni parlamentari (14 su 29) sarà controllata dall’opposizione.

Il “tandem” Putin - Medvedev - Nonostante che le elezioni legislative del 4 dicembre non abbiano messo in discussione il “tandem” Putin-Medvedev, il nuovo clima politico determinato dal calo significativo di “Russia Unita” (dal 64,31% del dicembre 2007 all’attuale 49,32%) e dalla notevole crescita delle opposizioni potrebbe portare a degli assestamenti negli equilibri politici interni al partito di maggioranza. Anders Aslund, del Peterson Institute americano, parla di un aperto conflitto tra i due leaders, contrapponendo la propensione di Medvedev per le privatizzazioni, la lotta alla corruzione e la modernizzazione politica al modello putiniano “dominato dal capitalismo di Stato e dalla politica industriale”. Vladimir Frolov propone, invece, un’altra lettura, che vede due posizioni in competizione, ma all’interno di un unico percorso. Medvedev sarebbe concentrato su una piattaforma “attenta all’innovazione economica e istituzionale”, Putin su una “attenta al capitale umano, cioè alla spesa sociale pagata con le tasse sulle imprese”. Vlad Sobell, del Daiwa Institute Research (London - UK), infine, vedrebbe nel “tandem” una soluzione ottimale, comprendente sia l’ala tradizionalista, sia quella modernizzatrice.
Il “tandem” va però collocato in un più ampio contesto strategico. La Russia nei prossimi anni dovrà competere sia con le vecchie potenze, sia con le nuove emergenti e per fronteggiare la sfida bisogna che adegui il suo sistema politico produttivo e il suo sistema militare, ma anche il sistema politico-istituzionale e la società nel suo complesso. Su questo terreno si misureranno gli orientamenti dei due leaders che, pur ritenendo entrambi necessaria la modernizzazione del Paese, divergono sui tempi e i modi per realizzarla.

I risultati del voto - I dati ufficiali sono i seguenti: Russia Unita (allargata al Fronte Popolare Panrusso), 49,32%; Partito Comunista della Federazione Russa, 19,19%; Russia Giusta, 13,24%; Partito Liberal-Democratico di Russia, 11,67%.
Russia Unita, dunque, ha vinto ancora. Mantiene, infatti, il controllo della maggioranza assoluta dei seggi della Duma (238 seggi su 450), ma perde quella dei due terzi (315 seggi su 450), necessaria per poter riformare la Costituzione, che aveva ottenuto nel 2007.
I sostenitori di Russia Unita hanno festeggiato la vittoria il 12 dicembre con un comizio nel centro di Mosca, al quale hanno partecipato anche la Giovane Guardia, il Fronte Popolare Russo e i gruppi giovanili Rossija Molodaja (Giovane Russia), Naši (Nostri) e Stal’ (Acciaio). La manifestazione, il cui slogan era “Gloria alla Russia!”, non doveva essere - a detta dei suoi organizzatori - una risposta a quelle tenute dalle opposizioni nei giorni precedenti: era stata già programmata per celebrare la Giornata della Costituzione. La folla ha inneggiato a Putin, candidato alla presidenza nelle elezioni del prossimo marzo (questa volta per un mandato di 6 anni, come prevede la norma costituzionale modificata) ed ha sottolineato che non ci sono attualmente personalità pronte a diventare dei veri leaders. Putin, sebbene in discesa, non ha ancora rivali in grado di insidiarlo: il potere, che gli assicura il controllo del parlamento, dei media televisivi, dei partiti, del sistema elettorale, della magistratura e delle amministrazioni locali, lo ha per ora corazzato contro ogni rischio.

I successi delle opposizioni - Una sorpresa è stata la riconferma di Russia Giusta, che è un partito di centro-sinistra nato nel 2006 dalla fusione di tre formazioni politiche - Rodina (Madre-Patria); Rossiskaja Partija Žizni (Partito russo della vita); Rossiskaja Partija Pensionerov (Partito russo dei pensionati) - per togliere voti e seggi al Partito Comunista in occasione delle elezioni legislative del 2007. Ha un programma di tipo socialdemocratico, a sfondo populista (Nikolaj Levičev ne è leader dal 2011). Nel corso della passata legislatura si è spostato su posizioni sempre più critiche nei confronti del governo e ciò è costata al suo ex-segretario, Sergej Mironov, la rimozione dal Consiglio della Federazione (il Senato russo), dove ricopriva la carica di presidente. Era opinione diffusa che difficilmente questo partito sarebbe riuscito a superare lo sbarramento elettorale. Era sorto, infatti, grazie ad una manovra architettata dal Cremlino ed era stato usato “a comando”, finché era utile allo scopo, ma ora non aveva più appoggi rilevanti. Invece, ha superato la soglia del 7%, necessaria per entrare alla Camera bassa (Duma), avvantaggiandosi del forte calo di Russia Unita.
Altri partiti d’opposizione hanno aumentato i loro consensi, dato il generale spostamento di voti. È, ad esempio, il caso di Jabloko (Mela), che ha ottenuto molti voti in meno (con punte del 10% nelle principali città, ma sotto il 4% a livello nazionale) rispetto a Russia Giusta, pur raddoppiando in confronto all’esito del 2007 (dall’1,59% è passata al 3,43%). Questo partito ha un’ideologia che s’ispira al liberalismo sociale o socio-liberalismo e si distingue da Pravoe Delo (Giusta Causa) - il partito che gli è più affine - poiché quest’ultimo persegue politiche neo-liberiste radicali (già al primo Congresso ci fu chi suggerì di cambiare il suo nome in quello di “Partito Capitalista”).
Non sono riusciti a superare la soglia del 7%, e nemmeno a conquistarsi il “diritto di tribuna” alla Duma concesso a quelli che si fossero attestati tra il 5% ed il 6% (un seggio) o raggiunto un risultato tra il 6% ed il 7% (due seggi): il partito socialdemocratico d’ispirazione patriottica e nazionalistica (vicino a Russia Giusta) Patrioty Rossii (Patrioti di Russia), che ha ottenuto soltanto lo 0,97%; quello di Grigorij Javlinskij, Jabloko, liberal-europeista, che si è attestato al 3,43% (un risultato desolante se si pensa che un tempo aveva oltre il 10% e partecipava alle coalizioni di governo); Pravoe Delo (Giusta Causa), liberale di centro-destra fondato dall’Unione Russa degli Imprenditori e Industriali (la “Confindustria” russa), il cui ambizioso obiettivo era quello di diventare un’autorevole forza sul fianco di destra di Russia Unita, ma che ha ottenuto appena un miserrimo 0.60%: il giovane magnate Michail Prochorov, quando ne era segretario, aveva definito questa forza politica “seconda gamba” di Russia Unita.
ParNaS (Partito della libertà popolare), il partito dell’opposizione radicale (che vede insieme l’ex premier allontanato da Putin, Michail Kas’janov - noto come “Miša 2%” per le tangenti che intascava da ogni transazione realizzata con le multinazionali occidentali -, l’ex vice-premier ai tempi di El’cin, Boris Nemcov, e l’ex deputato indipendente Vladimir Ryžkov), non ha potuto partecipare alla competizione elettorale non essendo stato registrato dal ministero di Grazia e Giustizia. Questa formazione è nata nel dicembre 2010 da quattro movimenti politici: l’Unione Democratica del Popolo Russo di Michail Kas’janov, il Partito Repubblicano di Russia di Ryžkov, Solidarietà di Boris Nemcov (che s’ispira alla Solidarność polacca) e Scelta Democratica di Vladimir Milov. Questi movimenti hanno formato una coalizione il 16 settembre 2011 sotto il comune slogan Za Rossiju bez proizvola i korrupcii (Per una Russia senza mancanza di leggi e senza corruzione). Michail Kas’janov, che ne è co-presidente, considera l’attuale situazione nel Paese una “crisi di sistema”, superabile con una nuova legislazione per l’elezione del presidente e dei deputati alla Duma di Stato.
La nuova Duma si è riunita per la prima volta il 21 dicembre 2011. Non era presente nessuna voce dell’opposizione liberale. Il primo passo compiuto dall’assemblea parlamentare è stata l’elezione di Sergej Naryškin - stretto alleato del premier e finora potente capo di gabinetto del Cremlino - a presidente del plenum. Naryškin è stato eletto con i soli voti di Russia Unita.

“Giusta Causa” - Come ha dichiarato uno dei leader comunisti, Ivan Mel’nikov, il Paese si sta orientando a sinistra e Giusta Causa non poteva perciò contare su ampi consensi tra la popolazione, che in questo momento ha soprattutto a cuore la questione sociale (sostegno alle famiglie con figli piccoli, la casa, i servizi sociali e sanitari, gli alti prezzi del combustibile, etc.). Anatolij Vakulenko, analista alla Finam Investment Holding, aveva già manifestato scetticismo riguardo a un possibile successo di questa formazione, rilevando che l’elettorato di destra non supera di molto il 10% e comunque in gran parte vota per Russia Unita; un parere diverso aveva espresso l’economista Vladislav Inozemcev, direttore del Centro per gli Studi Post-Industriali e uno dei leader del partito, il quale aveva scritto su “Ria Novosti” (4 luglio 2011) che Giusta Causa avrebbe potuto intercettare i voti dei delusi da Russia Unita e di un elettorato liberale disperso, raccogliendo il 9-11% dei consensi.
Giusta Causa è nata nel novembre 2008 dalla fusione di tre partiti: Graždanskaja Sila (Forza Civile), Demokratičeskaja Partija Rossii (Partito Democratico di Russia) e Sojuz Pravych Sil (Unione delle Forze di Destra). È l’erede dei partiti della destra liberista che avevano avuto fortuna negli anni ’90 sostenendo le terapie shock con le quali si riformò la Russia di E’lcin, ma che furono poi spazzati via dal ciclo di stabilizzazione avviato da Putin, accusati di essere responsabili del disastro economico e sociale di quel periodo. Secondo il politologo Dmitrij Badovskij avrebbe potuto intercettare e dare rappresentanza alle stratificazioni sociali prodotte dallo sviluppo russo dell’epoca putiniana, agli strati impiegatizi di piccola e media borghesia con redditi crescenti che fino ad allora avevano sostenuto Russia Unita in mancanza di un vero partito liberale. Effettivamente, un dato nuovo è proprio l’ampliarsi della classe media, che si pensa diventi in capo ad un decennio (nel 2021) una fascia consistente della popolazione (addirittura il 60-70% nelle metropoli). La matrice ideologica di centro-destra accomuna tutte le componenti che sono confluite in Giusta Causa, un partito caratterizzato, appunto, da istanze liberiste e attente ai bisogni del ceto medio che, seppure già adeguatamente rappresentato nei principali capoluoghi della Federazione russa, è ancora, tuttavia, in embrione.
L’oligarca Prochorov, eletto segretario nel giugno 2011 con un mandato quadriennale, aveva dichiarato che “Il capitalismo è per gente che ama il rischio, ed un buon governo deve offrire alla gente garanzie sociali e sostegno”. Questo personaggio ha fatto carriera negli anni ‘90 sfondando nel settore finanziario e arrivando a controllare buona parte della produzione di metalli preziosi; è direttore generale di Poljus-Zoloto, amministratore delegato della compagnia Noril’skij Nikel, comproproprietario della compagnia Interros, proprietario della squadra di basket dei New Jersey Nets ed è il terzo uomo più ricco della Russia, con una fortuna stimata da “Forbes” in 18 bilioni di dollari. Era stato il primo a sostenere esplicitamente la rielezione di Medvedev se Russia Unita lo avesse estromesso dalla corsa per le presidenziali del 2012. Medvedev, in un’intervista rilasciata al “Financial Time” il 19 giugno 2011, aveva affermato di “avere voglia di un secondo mandato”, pur “non volendo contrapporre la sua candidatura a quella di Putin”, assumendo così una posizione interlocutoria in attesa di capire meglio l’evoluzione del quadro politico. Ai primi di ottobre 2011, però, già si sapeva con certezza che candidato alla presidenza nel 2012 sarebbe stato Putin e che Medvedev sarebbe stato capolista per Russia Unita alle elezioni legislative di dicembre e quindi con ogni probabilità sarebbe divenuto premier. Un ribaltamento del “tandem” di governo non era certo inaspettato: lo stesso presidente lo aveva spiegato in una lunga intervista rilasciata il 30 settembre 2011 ai direttori generali dei principali canali televisivi russi: “Ho condiviso con il primo ministro posizioni molto simili sulla maggior parte delle questioni strategiche che riguardano lo sviluppo del Paese, e su molte altre questioni” e “so anche che il primo ministro Putin in questo momento rimane senza dubbio il politico più popolare nel nostro Paese”.
È probabilmente legata a questo accordo l’estromissione del magnate Prochorov da Giusta Causa, dato che per lui uno degli obiettivi del partito doveva essere proprio quello di sostenere la ricandidatura presidenziale di Medvedev. A lui piaceva il “liberalismo alla russa” elaborato da Igor Jürgens, responsabile del think tank liberale dell’Istituto per lo Sviluppo Contemporaneo (INSOR - presieduto dallo stesso Medvedev) e vice-presidente dell’Unione Russa degli Industriali e Imprenditori. Secondo Jürgens, la Russia ha oggi bisogno di un nuovo “disgelo”, come ai tempi di Chruščev: la crisi impone “un vasto rinnovamento economico e sociale che renda il Paese competitivo su scala globale (…) Gli aiuti statali all’economia alimentano le tendenze autarchiche. Ma Mosca non deve chiudersi al mondo (liMes, 5/2009). Occorrono risposte nuove, non basta più la centralizzazione e le élites chiedono più libertà.
Prochorov veniva estromesso a metà settembre 2011. La fronda contro di lui era stata guidata da Andrej Bogdanov e Andrej Dunaev (ora segretario del partito), che lo accusavano di avere “personalizzato” Giusta Causa, di essere eccessivamente critico nei confronti del duo Putin-Medvedev e, soprattutto, di avere arruolato Evgenij Rojzman, un ultra-nazionalista, poeta e ideatore della Fondazione “Città senza droghe”. In effetti, Prochorov aveva dichiarato al “New York Times” (16 settembre 2011) di essere entrato in conflitto con gruppi di potere interni al Cremlino, in particolare con Vladislav Surkov, l’ideologo di Putin. Aveva denunciato che Giusta Causa era diventata “un partito fantoccio nelle mani del Cremlino, gestito da un burattinaio”. Molti analisti ritengono che sia veramente Surkov a stabilire quale partito possa partecipare alle elezioni, rendendo, di fatto, la Federazione Russa una “democrazia controllata”.
Tuttavia, il dato più rilevante è la scarsa consistenza di consensi che riscuote attualmente Giusta Causa. Già i sondaggi del settembre 2011 (quando leader del partito era ancora Prochorov) la davano non oltre il 2% e dunque sotto la soglia di sbarramento per l’ingresso nella Duma. E così è stato. Punti salienti del suo cartello elettorale sono stati: abolizione del servizio militare obbligatorio, ritorno all’elezione diretta di sindaci e governatori degli Oblast’, abolizione dell’immunità parlamentare, aumento graduale dell’età pensionabile, aliquota fiscale unica (con esenzione decennale per i prodotti agricoli), liberalizzazione della detenzione di armi da fuoco. Prochorov, quando era ancora segretario del partito, aveva inoltre sottolineato la necessità per la Russia di “fare un audace passo strategico entrando nell’area di Schengen e nell’eurozona”.

Il Progetto Eurasia - Mentre i vecchi tycoon russi à la Chodorkovskij guardavano, ai tempi di E’lcin, agli USA come partner privilegiato, i nuovi oligarchi anti-Putin sono oggi più orientati verso la strategia europeista, cui s’ispira anche il presidente Medvedev.
È un segno dei tempi: qui sta la differenza di fondo con gli anni ‘90. Certo, questo indirizzo di politica estera è molto distante rispetto a quello deciso da Putin, le cui direttrici sono esposte nel suo ultimo intervento, considerato da molti analisti un “manifesto presidenziale”. Si tratta del “Nuovo progetto d’integrazione per l’Eurasia”, pubblicato sul quotidiano Izvestija del 4 ottobre 2011. Dopo aver definito l’avvio dal 1° gennaio 2012 dello “Spazio economico comune di Russia, Bielorussia e Kazakistan” come “una pietra miliare storica”, lungo una strada cominciata vent’anni fa con la costituzione della Comunità degli Stati Indipendenti, Putin indica “l’obiettivo ambizioso di raggiungere un più alto livello d’integrazione, una Unione eurasiatica”.
A quanti temono un’involuzione nel campo della politica estera, Fëdor Lukjanov, editor in chief della rivista “Russia in Global Affairs”, risponde: “Pochi leaders stranieri (…) potevano davvero pensare che ogni controversia internazionale fosse esclusivamente gestita da Medvedev”, nonostante la Costituzione assegni al Presidente questa prerogativa” (RIA Novosti, 26 settembre 2011).
Tuttavia, va rilevato un fatto importante e nuovo: sempre più nella visione di Putin prende rilievo il problema del rapporto tra la Russia e l’Europa. Così, su “Russia Beyond the Headlines” del 18 ottobre 2011 si possono leggere alcune sue interessanti dichiarazioni: “L’Unione eurasiatica (la sua istituzione è prevista nel 2015 - N.d.A.) basata sui princìpi universali d’integrazione sarà una parte essenziale della Grande Europa” con il proposito di “creare una comunità armonizzata di economie che si estende da Lisbona a Vladivostok”. L’Europa è dunque nel progetto putiniano un importante partner, non nella prospettiva di un ingresso della Russia nell’UE (idea caldeggiata dalle forze russe filo-occidentali), ma per la creazione di un comune spazio economico. L’ottica finale è quella della definizione dei rapporti di forza nel mondo multipolare: “Una partnership tra l’Unione Eurasiatica e la UE economicamente coerente e bilanciata avvierà cambiamenti nella configurazione geo-politica e geo-economica del continente intero con un effetto globale garantito. (…) Al di là dei benefici economici diretti, l’accesso all’Unione eurasiatica aiuterà i Paesi ad integrarsi in Europa più rapidamente e da una posizione più forte” (“Working Day”, 4 ottobre 2011).

Una strana “alleanza”? - Qualche giorno dopo il voto legislativo, Prochorov ha annunciato la sua intenzione di candidarsi come indipendente alla presidenza della Russia. Ha detto che non intende impostare la sua campagna elettorale sulla critica a Putin e di sperare nell’appoggio del ceto medio (“nell’accezione più larga di questo termine”), di
essere pronto a diventare “l’integratore dell’opposizione democratico-liberale di destra”. Ma non tutti gli osservatori credono che riuscirà a raccogliere le firme necessarie per ottenere la registrazione come candidato indipendente. Il suo annuncio, infatti, è arrivato lo stesso giorno in cui l’ex ministro delle Finanze, Aleksej Kudrin, ha dichiarato di volersi impegnare per la nascita di una nuova formazione di destra, che riempia un vuoto nel quadro politico. L’ex ministro ha anche sottolineato che il partito di maggioranza non ha saputo rispondere alle aspettative della gente, venendo meno ad alcune importanti promesse della sua campagna elettorale, come la lotta alla corruzione, la riforma del sistema giudiziario e il miglioramento delle condizioni per il business (il rapporto del 2011 della Banca Mondiale riguardante le agevolazioni e le condizioni per fare impresa collocava la Russia in 120esima posizione, dietro ex-repubbliche sovietiche come la Georgia, la Lettonia, il Kazakistan e l’Azerbaigian).
Prochorov non ha escluso la possibilità di cooperare con Kudrin, che aveva dichiarato nel settembre 2011 di non voler far parte di un futuro governo a guida Medvedev (e dopo quella dichiarazione il presidente gli aveva praticamente imposto di dimettersi). Alcuni sostengono che l’ex ministro si era “collocato fuori della linea politica del governo” e che, dunque, esisteva realmente un problema di disciplina interna; altri riferiscono che in realtà si era voluto licenziare un ministro “oculato”, che aveva rifiutato di dare soldi ai produttori agricoli, ai produttori di latte, al settore della difesa (65 miliardi di dollari in più previsti per i prossimi tre anni), per nominare prima delle elezioni parlamentari un nuovo ministro acquiescente, disponibile ad accontentare le richieste di tutti. Martin Gilman, già rappresentante del Fondo Monetario Internazionale, ricordava su “The Moscow Times” (3 ottobre 2011) l’apprendistato di Kudrin durante la crisi del 1998. Dal default russo di quell’anno egli si sarebbe convinto della necessità di privilegiare i conti dello Stato. I suoi maggiori successi furono il risarcimento dei debiti esteri e, nel 2004, la costituzione del Fondo di stabilizzazione, alimentato con i proventi petroliferi. Ma questo è stato anche il suo limite: l’essersi troppo concentrato sul controllo della spesa e per nulla sulla crescita dell’economia del Paese, come aveva sostenuto il ministro per lo Sviluppo economico, che gli aveva chiesto di “allentare i cordoni della borsa”. In effetti, nel 2009 il Pil ha subito un calo (- 7,9%), nel 2010 la ripresa è stata lenta (+4%), l’inflazione è salita quasi al 9% ed è tornato il deficit di bilancio (la Banca centrale è intervenuta alzando i tassi d’interesse). Il risultato è stato un rafforzamento del rublo, e ciò ha innescato una discussione all’interno del governo. Mentre il ministero delle Finanze, schierandosi con la Banca centrale, varava un piano per portare a zero il deficit statale, il ministero dello Sviluppo economico indicava l’opportunità di frenare il rialzo della moneta per favorire l’esportazione e aiutare, nel contempo, l’economia tramite la spesa statale per le infrastrutture e le industrie ad alta tecnologia, potendo la Russia godere di un debito federale pari solo al 10% del Pil.
Difficile è valutare, al momento, quanto potrà funzionare un’eventuale collaborazione politica tra Prochorov e Kudrin, avendo i due personaggi vedute e percorsi politici “oggettivamente” lontani, ma la loro “alleanza” può spiegarsi se pensata come un’unione di forze per contrastare meglio il potere governativo.
Prochorov ha annunciato che se venisse eletto presidente il suo primo atto sarebbe quello di accordare il perdono all’ex-patron del fallito colosso petrolifero Jukos, Chodorkovskij, in prigione dal 2003 per frode fiscale, ritenuto “prigioniero politico” di Putin. Ma non è chiaro quale “programma” presenterà nella competizione per le presidenziali: le sue dichiarazioni, rilasciate qualche mese prima del voto parlamentare, sono inquietanti, al punto da far scatenare una reazione furente da parte dei sindacati, di molti polittici e di semplici cittadini. L’oligarca proporrebbe, infatti, di apportare modifiche sostanziali al codice del lavoro: cambiare il monte ore settimanale dalle 40 attuali a 60, passare ai contratti a breve termine invece che a tempo indeterminato e abbreviare i tempi di preavviso per il licenziamento. Tutto questo per favorire i datori di lavoro, che potrebbero contare su dipendenti occupati anche 12 ore al giorno e che sarebbe possibile licenziare senza corrispondere loro la liquidazione.

Partito Comunista della Federazione Russa - Il Partito Comunista della Federazione Russa ha registrato una forte crescita: più di 12 milioni e mezzo di voti (oltre quattro milioni e mezzo in più rispetto alle precedenti elezioni del 2007). Ha raggiunto il 19,19%, vale a dire 7 punti abbondanti in più rispetto alle precedenti legislative, e ottenuto il risultato più alto dal 1999 con l’assegnazione di 92 seggi nella Duma. Ha vinto in importanti centri industriali, scientifici e culturali - da Novosibirsk, Omsk e Vladivostok a Voronež, Rjazan e Orenburg. Ha significativamente rafforzato la sua posizione a Mosca. Nelle regioni di Orlovsk e Novosibirsk un elettore su tre ha votato comunista. Il consenso al partito è cresciuto nelle regioni di Kostroma, Nižegorod, Irkutsk, Moskvà, Kaliningrad, Pskov, Smolensk, Magadansk, Murmansk e in province come Gov’-Altaj, Krasnojarsk, Primorsk, Permskij. Buoni risultati ha ottenuto anche in Buriatija, Chakasija, Nord Ossetija-Alanija, Čuvašija, Marij El e nel distretto autonomo di Jamalo-Neneckij (Estremo Nord).
Non c’è dubbio sul fatto che i comunisti rappresentino la parte più povera del Paese e per questo hanno raggiunto ottimi risultati soprattutto nelle città industriali. Ma hanno votato per loro anche i pensionati, moltissimi giovani universitari e una parte del ceto intellettuale. Infatti, mentre nella capitale e nelle grandi città fiorisce l’industria del lusso ed emerge sempre più forte il conflitto di interessi tra la politica e il mondo degli affari, nelle periferie urbane, come nelle regioni più remote, si accumulano povertà, disagi e risentimento.
Il Partito Comunista è l’unica forza politica popolare che in vent’anni è riuscita a costruire un’identità alternativa allo strapotere di Russia Unita. La Russia di Putin ha un’economia sostanzialmente capitalistica, seppure a forte controllo statale, e grande è la sperequazione dei redditi (20 milioni di cittadini si trovano ancora sotto la soglia di povertà). È mancata in questi anni di “putinismo” una seria politica di redistribuzione delle ricchezze derivanti dal petrolio. Insufficienti sono le tutele dei lavoratori (è in aumento la precarizzazione) e la difesa delle pensioni. Lo sviluppo rivela ancora tutta la sua fragilità, essendo troppo legato al settore energetico e, quindi, alle oscillazioni dei prezzi delle commodities.
La crisi economica ha accresciuto l’insofferenza popolare. Per questo 7 giovani su 10 hanno votato per i comunisti, che sono dunque il partito di maggioranza assoluta tra le nuove generazioni. I punti salienti del programma che hanno presentato in campagna elettorale sono: ritorno alla proprietà pubblica nel settore minerario e nei settori chiave dell’economia; impiego del fondo valutario statale ad uso esclusivo dell’economia nazionale; stretto controllo del sistema finanziario; emissione di obbligazioni anti-crisi erogate tramite prestiti statali; introduzione di una tassazione progressiva a partire da un reddito di 100mila rubli; aumento della domanda aggregata attraverso incrementi salariali e pensionistici, assegnazione di borse di studio e assegni familiari; sviluppo dei finanziamenti per la costruzione di nuovi alloggi a prezzi accessibili; stanziamento fino al 10% delle spese di bilancio a favore dell’agricoltura; controlli severi sull’usufrutto dei terreni agricoli attualmente in mano agli speculatori; sgravi fiscali per le piccole e medie imprese; ripristino del sistema energetico unitario sotto il controllo statale; rilancio dell’industria meccanica; espansione delle infrastrutture legate alle comunicazioni e ai trasporti; crescita sostanziale (di 2-3 volte la spesa corrente) per la ricerca e lo sviluppo; protezione sociale per i bambini, i giovani e gli anziani.
Nonostante i brogli, il PCFR si è affermato come seconda forza dopo il partito di Putin, conducendo una battaglia politica nella quale il popolo si riconosce sempre di più. Non esistono altri partiti, così radicati nel territorio e ben organizzati, in grado di tramutare in proposte politiche le rivendicazioni (sanità gratuita, riforma dell’istruzione, lotta alla corruzione, etc.) che provengono da un elettorato vicino alla sinistra, che nella nuova Duma detiene più di un terzo dei seggi (156).
Il potere di Putin si è consolidato nell’ultimo decennio grazie ad un misto di populismo, di patriottismo nostalgico nazionalista e di benefici ricavati più che da capacità di governo dell’economia, dall’aumento delle entrate statali dovuto alla crescita dei prezzi delle materie prime come il gas e gli idrocarburi, che Mosca ha per un periodo difeso da ulteriori privatizzazioni ed utilizzato per riassestare la disastrosa situazione economica ereditata dalla shock terapy con cui El’cin aveva svenduto il Paese. Tuttavia, Putin e Medvedev non sono riusciti a dare impulso all’economia ed a modernizzare la Russia combattendo la corruzione, migliorando le infrastrutture e il funzionamento delle istituzioni. Il Paese vive una fase di zastoj (stagnazione) economica e politica e non riesce a mantenere la velocità dei Brics - Brasile, (Russia), India, Cina e Sud Africa. La situazione si è aggravata nell’ultimo biennio, che ha visto il prodotto interno crollare nel 2009, aumentando fra la popolazione il malcontento e le preoccupazioni per il futuro. La retorica nazionalista non è stata sufficiente ad evitare l’insuccesso elettorale di Russia Unita.
L’affermazione dei comunisti non è, quindi, da ritenersi inaspettata e tanto meno può essere derubricata a “sentimento nostalgico”, idea che circola frequentemente nella stampa occidentale. Certo non è da escludere che una parte di elettorato abbia dato il proprio voto al PCFR per una “disperata” mancanza di alternative credibili e, più ancora, per paura di ritornare agli spaventosi anni ‘90 ora che il Paese si trova in gravi difficoltà anche a causa della crisi mondiale. Tony Halpin, corrispondente del “Times” a Mosca, ha scritto: “Penso che il duo presidenziale abbia dato il risultato elettorale per scontato. Putin e Medvedev hanno annunciato appena due mesi fa di scambiarsi i ruoli e molti russi si sono sentiti offesi dal fatto che nessuno dei due li abbia consultati prima di decidere chi sarebbe stato presidente e chi premier, l’anno prossimo (…) La gente ha guardato alle liste e ha visto nel partito comunista, il partito più autentico dell’opposizione. Ciò non vuol dire che voglia il ritorno del comunismo, ma ha voluto ribadire la propria opposizione a Russia Unita; certo la percezione che ha avuto degli altri partiti, soprattutto di quelli che sarebbero potuti entrare in parlamento, è stata quella di essere troppo compromessi, troppo vicini al Cremlino e, quindi, a ‘Russia Unita’”( euronews, 5 dicembre 2011).
In Russia, come nel resto d’Europa, riemerge con forza la domanda di giustizia sociale. La gente è delusa dal capitalismo. Ora la partita si sposta a marzo 2012, al prossimo appuntamento per le elezioni presidenziali. A sfidare Putin e il suo blocco di potere ci sarà anche Žjuganov. Ci saranno, dunque, ancora una volta, i comunisti.

Gli altri Partiti nella Duma - Il Partito Liberal-Democratico di Russia (PLDR) dell’ultra nazionalista Vladimir Žirinovskij ha ottenuto l’11,67% dei voti, con un incremento del proprio bacino elettorale di circa due milioni di consensi, aumentando in percentuale del 3,5%, e conquistando 56 seggi nella Duma. Questo partito ha fatto leva soprattutto sulla paura della gente per la crisi economica, gli immigrati asiatici e caucasici, la prospettiva incombente del disastro demografico (la Russia perde ogni anno mezzo milione di abitanti e invecchia a ritmo accelerato). Non meraviglia che i sentimenti sciovinisti e razzisti siano molti diffusi tra la parte slava della popolazione, che più delle altre si sente minacciata. La crescente presenza di immigrati nelle metropoli è un fenomeno oggi stimato intorno ai 12 milioni di persone (circa il 10% della popolazione del Paese). Questi lavoratori, provenienti per lo più dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale e del Caucaso, sottopagati e sottoposti, specie nel settore edile, a condizioni di lavoro pericolose, rappresentano una risorsa per la crescita dell’economia russa, ma suscitano anche fantasmi identitari nella società: secondo i più recenti sondaggi, oltre la metà dei russi vorrebbe espellere gli “stranieri’.
Il 4 novembre scorso si è tenuta la solita Marcia dei Russi (che viene organizzata ogni anno dal 2005), egemonizzata da partiti e movimenti di tendenze nazional-patriottiche ed identitarie. Appelli alla mobilitazione sono apparsi sulle pagine internet dei maggiori gruppi, quali il Movimento Nazional-Socialista Slavjanskij Sojuz (Unione Slava) e il Movimento Contro l’Immigrazione Clandestina (Dviženie Protiv Nelegal’noj Immigracii- DPNI). Dmitrij Dёmuškin, leaader di Slavjanskij Sojuz (ora fuorilegge a causa della sua ideologia suprematista ed apertamente neonazista) e uno dei promotori della manifestazione, ha annunciato l’adesione all’iniziativa di oltre 40 organizzazioni e gruppi politici, tra cui il PLDR. Le parate si sono svolte simultaneamente in più di dieci città della Federazione. A Nižnij Novgorod sono confluiti esponenti dell’ormai fuorilegge Partito Nazional-Bolscevico (NBP) e della sua filiazione Drugaja Rossija (Altra Russia). Ancora una volta, il veicolo di comunicazione preferito è stato Vkontakte (omologo russo di Facebook). L’iniziativa numericamente più rilevante ha avuto luogo a Mosca, nel quartiere periferico di Ljublino, dove circa 20mila persone hanno scandito slogans quali “Russia ai Russi”, “Basta sfamare il Caucaso”, “Abbasso il partito dei truffatori e dei ladri” (riferito a Russia Unita) e contro “l’invasione” degli immigrati, visti come una concreta minaccia al già miserabile tenore di vita dei russi.
Il PLDR ha sostenuto in questi ultimi anni un programma che prevede il ripristino della Russia come grande potenza (senza la suddivisione in repubbliche nazionali) e ha posto con forza la “questione russa”, sostenendo che l’abisso in cui il Paese sta oggi precipitando ha origini precise, che non possono essere comprese e superate se non attraverso un processo di “autocoscienza nazionale”, vale a dire recuperando il sentimento nazionale, soffocato e deformato prima dall’internazionalismo del comunismo sovietico, poi dalla Russia post-comunista contaminata dall’Occidente capitalista. Žirinovskij ha sollecitato gli altri movimenti ad appoggiare il suo progetto “Potere russo”, che considera suoi avversari gli “ebrei” e “gli amici degli Stati Uniti”. I punti programmatici del PLDR sono: consolidamento del sistema giudiziario; pena capitale per i condannati per terrorismo, omicidio premeditato ed altri gravi reati; abolizione delle sette religiose; statalizzazione dei settori strategici dell’economia; controllo statale sui prezzi, in particolare dei generi alimentari; agevolazioni fiscali per i produttori nazionali; sostegno alla piccola industria; riforma del sistema di assicurazioni sociali; sostegno statale per la scienza, le tecnologie e l’agricoltura intensiva; lotta alla burocrazia e corruzione; sovranità economica russa (protezionismo); controllo di tutti i terreni agricoli da parte dello Stato. Il partito ha approvato il 13 dicembre la candidatura di Žirinovskij alle elezioni presidenziali del 4 marzo prossimo.
Russia Giusta guidata da Levičev scavalca il Partito Liberal-Democratico di Russia, diventando la terza forza politica del Paese. Incrementa di oltre tre milioni di voti il proprio consenso e del 5,5% la propria quota percentuale rispetto alle precedenti elezioni del 2007, passando dal 7,74% al 13,24%. Alla Duma ottiene 26 seggi in più (64 seggi).
Russia Unita ha ottenuto risultati “bulgari” nelle piccole repubbliche caucasiche: 90% in Inguscezia, 91% in Daghestan, 99% in Cecenia. Consegue risultati sorprendenti anche in Mordovia (92%). Al contrario, i risultati sono piuttosto negativi nelle città di Mosca (46%) e San Pietroburgo (35%). Nei distretti europei solo raramente supera la soglia del 50%. Rispetto al 2007 subisce complessivamente un vero e proprio tracollo, con una perdita di oltre il 27% dei voti raccolti nelle precedenti legislative e di ben 77 seggi. Ciononostante, mantiene il controllo della Duma con 238 seggi su 450 (52,89%).
I russi sono ancora riconoscenti a Putin per avere rimesso in piedi un Paese che era stato umiliato e messo in ginocchio, ripristinando ordine, un minimo di benessere ed una certa credibilità internazionale. Chi si ricorda la Russia di fine anni ’90 non può non apprezzare il cambiamento in meglio. Quello che è mancato, però, è il passaggio successivo. Le ricchezze sono finite nelle mani di pochissimi, è aumentata la corruzione, la crisi economica si è fatta sentire ed il potere non ha saputo venire incontro alle nuove esigenze della società. Sergej Dubinin, capo della Banca centrale dal 1995 al 1998, ora presidente del consiglio di sorveglianza del gruppo VTB, ha scritto su “Russia in Global Affairs” (luglio-settembre 2011) che la crisi ha messo in luce le debolezze strutturali dell’economia. Il ciclo mondiale si è scisso, con i Paesi sviluppati immersi nella recessione, mentre quelli emergenti hanno proseguito lo sviluppo. La Russia però non è tra questi ultimi, avendo registrato un calo consistente (quasi l’8%) nel punto critico del 2009. La diagnosi è spietata: Mosca non è stata in grado di adeguare la struttura economica, continua a dipendere troppo da petrolio e gas e dai loro prezzi volatili. Resta indietro rispetto all’Occidente, ma rischia di accumulare ritardi anche rispetto ai paesi del Sud-Est asiatico e di ritrovarsi ai livelli dell’Indonesia o delle Filippine. Cosa fare allora? Consolidato lo Stato, il Paese deve ora ammodernarsi. E qui entra in gioco il progetto strategico dell’Unione Eurasiatica. A margine di un Forum per gli investitori, promosso ad ottobre 2011 da VTB Capital, la compagnia di investment banking del gruppo VTB (Vneštorbank - Banca per il commercio estero), Putin aveva dichiarato: “La tecnologia è concentrata in Europa, mentre per le opportunità di investimento e i mercati si deve guardare verso l’Asia, a Cina, Giappone, Sud Corea e India. (…) Noi siamo interessati all’afflusso di investimenti europei ‘intelligenti’ nei settori high-tech. E stiamo cercando di penetrare nei mercati cinese e indiano”. Il rapporto con l’Europa ha un’importanza fondamentale, essendo legato alla necessità di importare tecnologia per il necessario ammodernamento della Russia e per la sua proiezione in Asia: infatti, come ha sottolineato Andrej Kortunov, presidente della “New Eurasia Foundation” di Mosca commentando la proposta di Unione Eurasiatica, “in larga misura dipende dal successo dello sforzo di modernizzazione se la Russia non resterà solo un fornitore di risorse energetiche ai paesi confinanti, ma diventerà anche una locomotiva per la modernizzazione delle loro economie: allora il progetto di Unione Eurasiatica avrà un futuro” (RT, 6 ottobre 2011). Il Comitato Nazionale Russo del Consiglio per la Sicurezza Cooperazione in Asia-Pacifico (CSCAP) aveva presentato nel 2010 al presidente D. Medvedev il rapporto”Going East: Russias’s Asia-Pacific Strategy” (2010), nel quale la strategia di sviluppo della Russia era sintetizzata nel motto “Appoggiarsi all’Ovest, stabilizzare il Sud e andare ad Est”: “L’Occidente è la prima fonte di alta tecnologia e investimenti di alta qualità, il Sud minaccia la sicurezza del Paese, l’Est fornisce mercati e offre nuove aree di cooperazione”. In questo progetto di ampio respiro, Putin indica l’impegno per i prossimi sei anni. Intanto, il 19 ottobre 2011, otto membri della CSI, hanno stipulato un accordo per la costituzione di una zona di libero scambio: tra i firmatari vi era anche l’Ucraina; il 18 novembre i Presidenti di Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno redatto una dichiarazione finalizzata a creare una Commissione Economica Eurasiatica, primo passo verso l’ulteriore definizione della Comunità Eurasiatica.
E’ illusorio credere nell’imminente fine del “putinismo”, ipotizzare grandi sconvolgimenti. Benché il sistema economico sia ancora strettamente dipendente dalle risorse energetiche, l’economia del Paese è in condizioni migliori rispetto al 1989 e maggiore è la stabilità interna rispetto agli anni della transizione liberista. All’estero Mosca ha recuperato il prestigio perduto. In tale contesto, la rielezione di Putin alla presidenza sembra certa: il neo-liberismo in Russia non suscita alcun entusiasmo, ma se da un lato forte è il malcontento contro la corruzione e l’arroganza del potere, dall’altro i russi ricordano bene ciò che era successo negli anni ‘90 durante la turbolenta transizione. Il collasso dell’economia, la povertà dilagante e l’instabilità diffusa sono associati a quel periodo di passaggio al capitalismo e ciò li rende diffidenti verso ulteriori riforme all’occidentale. Alexander Titov dell’Università di Leeds ha rilevato che, in realtà, la protesta dell’opinione pubblica non significa un rifiuto totale nei confronti di Putin: “Certamente molti russi si sono sentiti ingannati dai brogli, ma ciò che vogliono è una maggiore trasparenza nel processo elettorale e non lo smantellamento totale del sistema politico come è accaduto alla fine degli anni ’80. I russi sono stanchi di Putin, ma non necessariamente delle sue politiche. (…) Ormai a Mosca hanno compreso che il vecchio modello su cui si basava la politica nazionale non può continuare e necessita di cambiamenti. (…) Lo scenario più probabile vede Putin che promuove alcuni cambiamenti di facciata per migliorare l’immagine del suo governo ed essere eletto alla presidenza. In seguito, durante il suo prossimo mandato, è possibile che si proceda a nuove riforme, ma si tratterà comunque di cambiamenti all’interno del regime esistente e non da una nuova entità politica” (affaritaliani.it, 29 dicembre 2011).
In effetti, Putin ha accennato ad alcune concessioni politiche che intende fare. Ha detto che potrebbe cambiare la legge elettorale (tra l’altro, si ritiene che lo sbarramento, attualmente del 7%, debba essere abbassato al 5%) e che con un altro provvedimento potrebbe essere introdotta l’elezione dei Governatori regionali. Nell’agenda politica è prevista anche l’attuazione di una politica sociale più “generosa”, ad es. con l’aumento di salari e pensioni. La Russia può permetterselo, grazie alla rendita derivante da immense risorse energetiche e ad una seria riserva di solidità, ma dovrà incrementare anche la lotta all’inefficienza degli apparati statali e alla corruzione.

Conclusioni - Riassumendo: le forze di destra e di centro-destra ammontano al 61% circa (meno del solo risultato ottenuto da Russia Unita nel 2007). Il 39% è ascrivibile a forze di centro-sinistra e di sinistra. La situazione è ancora profondamente sbilanciata, ma si nota un forte riequilibrio politico rispetto alle precedenti elezioni legislative.
Finora, i candidati alle prossime elezioni presidenziali di marzo sono l’ex-presidente ed attuale premier Putin; il leader liberal-democratico Žirinovskij; il leader comunista, Žjuganov; l’ex leader della socialdemocratica Russia Giusta Mironov. Ad essi si è aggiunto l’oligarca Prochorov, obbligato alla raccolta di 2 mila firme in più rispetto agli altri candidati, in quanto esponente di una forza politica non rappresentata in parlamento. Allo stesso obbligo è soggetto Javlinskij, candidato ufficiale per Jabloko, poiché anche il suo partito non è riuscito a superare lo sbarramento necessario per ottenere seggi alla Duma. Per lui è il terzo tentativo di una corsa al Cremlino che già lo ha visto posizionarsi al quarto posto nel 1996 e al terzo nel 2000, rispettivamente con il 7,43% ed il 5,8% dei voti.

Cristina Carpinelli

 

 MONDO

LA RIVOLUZIONE ARABA NON SI E' FERMATA

 

Raramente si è verificato un così evidente “effetto domino” come nei sommovimenti che hanno sconvolto l’assetto del mondo arabo islamico, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria e allo Yemen, con ripercussioni dirette o indirette in molti paesi.

La repressione non è riuscita a ripristinare lo status quo ante: in Bahrein, Yemen, Siria) è stata di una violentissima, ma la “normalità” non è tornata (basta pensare alla riapertura in Bahrein di un conflitto che sembrava soffocato dall’intervento militare saudita).

La vicenda della Libia è stata PERò uno spartiacque. La violenza della repressione contro i “topi” di Bengasi aveva fatto temere un vero e proprio genocidio e aveva indotto i ribelli a considerare necessario un intervento esterno, pur conoscendone i rischi (non a caso i dirigenti del CNT hanno sempre rifiutato l’intervento di truppe di terra, fin dall’inizio, ma anche nella fase successiva alla fine del conflitto). A loro volta, le potenze che sono intervenute hanno cercato in tutti i modi di togliere ai libici il loro potere decisionale, andando ben oltre il mandato (già in sé molto discutibile) dell’ONU; infatti, non si sono limitate a fermare l’attacco contro le roccaforti della sollevazione impedendo a Gheddafi di usare la sua forza aerea, ma hanno distrutto completamente le forze aeree libiche. Ora aspettano con impazienza di poter vendere ancora aerei e altre armi alla “nuova Libia”. Ma non sono tranquilli sull’assetto definitivo del Paese, dove non è chiaro chi saranno alla fine i vincitori.

Il modo con cui è avvenuto l’intervento, prolungato proprio per logorare le forze locali, ha finito per far rafforzare più del previsto le identità tribali, mai completamente eliminate da Gheddafi nonostante che questo fosse un obiettivo del suo programma iniziale. Così, la Libia è oggi lottizzata da una ventina di gruppi, che controllano intere città o singoli quartieri della capitale, non solo militarmente: un esempio da manuale di “sviluppo ineguale e combinato” è la presenza di quattordici televisioni a base regionale, e un numero ancor maggiore di pagine di Facebook, alcune delle quali apertamente tribali, con sponsor in diversi paesi arabi che si combattono per interposta persona. Quale potrà essere il futuro di questo Paese? Come in Iraq e in Afghanistan, le nazioni che hanno partecipato al conflitto e distrutto molte infrastrutture (tranne - nei limiti del possibile - quelle petrolifere) ora pretendono di partecipare anche alla sua “ricostruzione” ricavandone consistenti vantaggi. Tra queste è l’Italia, come è emerso dalla presenza nel nuovo governo Monti dell’ex ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, diventato il rappresentante personale per l' Iraq e l' Afghanistan del suo successore, Corrado Passera, con la motivazione che“conosce bene quei Paesi, in cui ci sono grandi interessi italiani” (ma è presumibile che egli si candidi anche a seguire la Libia).

 

Anche chi, nel mondo arabo, ha condiviso o accettato inizialmente l’intervento imperialista in Libia, non è tranquillo sulle prospettive future. Nello Yemen la rivolta di un settore dell’esercito legato al generale Ali Mohsen ha una base apertamente tribale; in Siria l’attuale gruppo dirigente e i comandi militari sono di origine aulita, mentre è sunnita il grosso delle truppe e la maggior parte delle forze che si contrappongono a Bashar al-Assad respingono per il momento l’idea di chiedere unintervento di altri Paesi (anche arabi a maggioranza sunnita) per fermare la repressione e cercano di evitare una caratterizzazione confessionale della rivolta.

 

A scoraggiare i rivoluzionari può pesare il fatto che anche nei paesi come la Tunisia e l’Egitto, dove la rivoluzione ha avuto successo e il dittatore locale è stato costretto a dimettersi, continua la repressione violenta delle frange più radicali da parte di polizia ed esercito, che sono rimasti gli stessi di prima. Ma la partita è ancora aperta. In piazza Tahrir alla vigilia delle elezioni ci sono stati ancora molti morti, tuttavìa la protesta non si è spenta; altri ce ne sono stati a metà dicembre, con una feroce violenza premeditata e l’uso di squadracce paramilitari. Dal voto, però, è emerso anche un Egitto conservatore, che era rimasto in disparte ma aveva radici profonde, e che ha fatto vincere i partiti islamici,soprattutto i più moderati Fratelli Musulmani. Non è stata una vera sorpresa. Ci sono molti precedenti storici: ad esempio, nel giugno 1917 i bolscevichi risultarono nettamente marginali nelle elezioni delle Dume municipali di Mosca e di molte altre città. Nelle fabbriche la loro influenza cresceva, ma nel paese erano i socialrivoluzionari a raccogliere i voti di chi si era risvegliato solo dopo una rivoluzione a cui non aveva partecipato. Trotskij aveva spiegato bene questo fenomeno: le masse non sono mai omogenee e hanno tempi diversi per apprendere:

 

Mentre i bolscevichi si impadronivano irresistibilmente delle fabbriche e dei reggimenti, le elezioni alle Dume democratiche davano una prevalenza schiacciante e in apparenza crescente ai conciliatori. […] In giugno, alle elezioni di Mosca i socialrivoluzionari raccolsero più del 60% dei voti. Furono anch’essi stupefatti. […] Gli strati più avanzati degli operai e dei soldati si affrettavano già a liberarsi dalle illusioni conciliatrici. Nel frattempo, i più larghi strati di popolino delle città cominciavano appena a muoversi. Per queste masse disperse le elezioni democratiche costituivano forse una prima possibilità […] per pronunciarsi politicamente. Mentre l’operaio, ieri ancora menscevico o social rivoluzionario, votava per il partito dei bolscevichi, trascinandosi dietro il soldato,il cocchiere, il facchino, il portiere, la venditrice di mercato, il bottegaio e il suo commesso, il maestro, nascevano alla vita politica con un atto eroico come quello di dare il voto ai socialrivoluzionari.”

 

Trotskij concludeva che gli strati piccolo-borghesi “votavano in ritardo per Kerensky” perché egli “era ai loro occhi l’incarnazione della rivoluzione di febbraio che giungeva sino a loro”. (Lev Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Oscar Mondadori, Milano, 1969, vol. I, pp. 468-469).

Ma non occorre risalire tanto indietro. Chi conosce la storia dell’Italia nel periodo 1943-1948 ricorda la delusione del PCI di fronte ai primi risultati di alcune elezioni parziali del 1945 e soprattutto nelle elezioni del 1946 per la Costituente, che videro quel Partito, che aveva avuto un ruolo preponderante nell’organizzazione degli scioperi del 1943 e 1944 e nella resistenza armata, sorpassato, sia pur di poco, dal Partito socialista, partito essenzialmente di opinione, mentre fu pressoché irrilevante il risultato del Partito d’Azione, che era apparso il settore più radicale della coalizione antifascista. Ma la sorpresa maggiore fu che la Democrazia cristiana, il cui contributo alle lotte era stato modestissimo, ottenne quasi lo stesso numero di voti di quelli ottenuti complessivamentedai due partiti operai. Quel successo era dovuto al peso delle organizzazioni cattoliche assistenziali, alla rete fittissima delle parrocchie e, soprattutto, alla capacità di parlare ai settori (anche operai) che avevano preferito tenersi in disparte durante la Resistenza, alla quale aveva partecipato solo una sia pur consistente minoranza, e che erano ansiosi di vedere la chiusura di una fase di instabilità e di conflitti.

Forse è proprio questo l’esempio più calzante per spiegare oggi il successo di An-Nahda in Tunisia e del partito islamista moderato “Libertà e Giustizia”, legato ai Fratelli Musulmani, in Egitto. L’uno e l’altro non erano stati protagonisti delle rivoluzioni che hanno fatto cadere Ben Ali e Mubaraq, e anche se alcuni loro dirigenti si potevano presentare come perseguitati dalle dittature, in realtà erano le uniche forze di opposizione tollerate e organizzate. Durante la prima fase della rivoluzione, in entrambi i Paesi, l’esercito ha appoggiato più o meno apertamente i partiti islamici, con cui ha trovato facilmente un modus vivendi. Per non sopravvalutare il significato del pur notevole successo ottenuto dagli islamici moderati ho ricordato le elezioni russe vinte dai Partiti moderati nel giugno del 1917, ma mi sembra utile accennare anche alla violentissima repressione tentata, ancora nel settembre di quell’anno, con il colpo militare del generale Kornilov. I bolscevichi (i cui dirigenti erano da giugno quasi tutti in carcere o in clandestinità) sembravano in quel momento del tutto emarginati, se non già liquidati. Non era così.

In Tunisia e in Egitto o in Libia è possibile che le forze militari e politiche che si sono impossessate del potere dopo la prima fase della rivoluzione riescano oggi a prevalere, anche per la frammentazione e l’inesperienza delle forze rivoluzionarie (i gruppi di orientamento marxisti sono ben lontani dall’avere il radicamento che avevano nel 1917 i bolscevichi), ma di questo nella sinistra italiana si discute poco. L’attenzione è ora concentrata sempre più sulla Siria: ci si preoccupa, giustamente, delle velleità di alcuni paesi imperialisti (in primo luogo, anche per ragioni “storiche”, la Francia), ma sorvolando - come già era stato fatto per la Libia - sulle responsabilità del regime oppressivo di Bashar el-Assad, analoghe a quelle di Gheddafi. Mi sembra sintomatico di questo atteggiamento un appello promosso da PeaceLink e sottoscritto da decine di organizzazioni, dalla Fiom-Cgil all’Associazione per la Pace, da Italia-Cuba alla Comunità Internazionale di Capodarco, da Un Ponte per… alla Rete Disarmiamoli (ma ci sono anche Pdci, Rete dei Comunisti e tanti altri). L’obiettivo dichiarato dell’appello è quello di fermare i progetti di intervento esterno, che indubbiamente ci sono, evitando però di ammettere il carattere endogeno della protesta: si dice solo che “nei mesi scorsi c’è stata una crescente campagna mediatica internazionale sugli eventi in Siria, spesso basata su resoconti parziali e non verificabili, com’è già successo nel caso della Libia”. Invece, non c’era solo una campagna mediatica: c’erano fatti concreti e tragici. È possibile che certi resoconti siano stati “parziali e non verificabili” e che il numero delle vittime indicate dagli oppositori sia esagerato, come potrebbe essere confermato dal numero relativamente contenuto di rifugiati nei paesi vicini (12.000). Ma non si capisce perché se i morti fossero “solo” due o tremila, le violenze contro i manifestanti non dovrebbero essere condannate. Secondo l’appello, invece, “quello che si sa è che sono in corso violenti scontri fra truppe governative e le truppe di insorti dell'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria, con basi in Turchia al confine con la Siria, e che questo crescendo di violenze ha già provocato enormi perdite anche di civili.”

L’appello sorvola sul fatto che “l'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria” è entrato in scena solo dopo mesi di feroce repressione, perché molti disertori che avevano rifiutato di sparare sui civili disarmati dovevano ormai proteggersi combattendo. Perché poi lo si definisce “autoproclamato”? Chi doveva dargli il nome, PeaceLink?

L’appello ammette che i “civili innocenti sono le prime vittime di ogni guerra”, ma non diceche lo sono stati già nei mesi in cui non c’era ancora nessuna diserzione e quindi non si poteva certo sostenere che “entrambe le parti armate hanno dunque responsabilità”. Inizialmente, come in Libia, di parte armata ce n’era una sola!

Seguendo con attenzione quotidiana la vicenda siriana, era possibile prendere atto che ancora alla fine di agosto la maggioranza degli insorti rifiutava nettamente una risposta militare alla repressione. In un testo (pubblicato sul mio sito come Siria, una rivolta eroica) il Coordinamento degli insorti si opponeva nettamente a chi ventilava la possibilità di ricorrere alle armi per difendersi: “Possiamo comprendere le ragioni" di tali appelli, ma "rifiutiamo questa posizione dato che la troviamo inaccettabile sul piano politico, nazionale e etico". Inoltre, una tale opzione "indebolirebbe il sostegno popolare e la partecipazione alla rivoluzione". La "militarizzazione" aumenterebbe la "catastrofe umanitaria nello scontro con il regime" e ciò "ridurrebbe la superiorità morale" acquisita dalla rivoluzione dal suo inizio. L'esempio della prima Intifada (cominciata nel dicembre 1987) in Palestina era indicatoo come punto di come riferimento (in opposizione alla seconda Intifada "militarizzata"). Poi la dichiarazione affermava: "È importante notare che il regime siriano e il nemico israeliano utilizzano gli stessi strumenti di fronte alle due ribellioni."

In settembre si intensificano le esecuzioni di militari che rifiutano di sparare, inducendone altri a disertare e a organizzarsi come esercito. Ma la maggioranza dei Comitati rimane contraria alla soluzione armata. Gilbert Achcar, storico e politologo ma anche militante rivoluzionario libanese, ha potuto assistere alla riunione dell’opposizione siriana che si è svolta l’8 e il 9 ottobre in Svezia, nei pressi di Stoccolma, per affrontare la possibilità di un’opzione militare e ne ha fatto un resoconto dettagliato che appare sul numero di dicembre della rivista ERRE. In quella riunione oppositori, uomini e donne, attivi in Siria o all’estero, si sono incontrati con i principali membri del Comitato di coordinamento (CC) venuti appositamente dalla Siria per l’occasione, con la partecipazione dell’esponente più significativo del Consiglio Nazionale siriano (CNS, l’altra fazione della opposizione siriana, quella maggiormente riconosciuta all’estero), Burhan Ghalioun, che ne il presidente. Achcar è stato invitato a pronunciarsi sulla questione del ricorso alle armi e del possibile aiuto esterno, anche perché era nota la sua posizione sulla Libia (aveva avvertito fin dall’inizio sul pericolo rappresentato dall’intervento della NATO, ma aveva anche detto di capire le ragioni che avevano indotto la maggior parte dei ribelli ad accettarlo). Egli ha ribadito che “la forza dell’insurrezione siriana risiede nell’essere largamente estesa”e (che) i ribelli non hanno commesso l’errore di prendere le armi, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe considerevolmente indebolito lo slancio della sollevazione e avrebbe permesso al regime di reprimerla molto più facilmente. I ribelli siriani fino ad ora hanno fatto ricorso a forme di lotta come le proteste notturne e le manifestazioni del venerdì (e ciò non per ragioni religiose, ma perché il venerdì è il giorno ufficiale di vacanza ed è difficile per il regime impedire alle persone di riunirsi nelle moschee), in modo da preservare l’anonimato della maggioranza dei manifestanti. Questo metodo di manifestare, che si coniuga alla guerriglia è il più appropriato quando una sollevazione popolare deve far fronte a una repressione brutale messa in atto da una forza militare di una superiorità schiacciante”. Inoltre, Achcar ha osservato che “se l’insurrezione siriana avesse avuto una direzione dotata di una visione strategica (a questo proposito rileviamo i limiti delle «rivoluzioni Facebook»), avrebbe cercato di estendere le reti dell’opposizione all’interno dell’esercito insistendo allo stesso tempo perché i soldati non disertassero individualmente o in piccoli gruppi (…). In assenza di direzione e di strategia, soldati e ufficiali hanno iniziato ad abbandonare i loro ranghi in maniera disorganizzata. In questi ultimi due mesi la portata delle defezioni si è estesa. Queste defezioni hanno messo in imbarazzo l’opposizione politica, alcuni membri della quale rimproverano ai militari dissidenti di rappresentare una minaccia e di far deviare la sollevazione dalla via pacifica, mentre altri li salutano chiedendo loro contemporaneamente di non impugnare le loro armi contro il regime. Quest’ultimo appello è una proposta suicida della quale i dissidenti hanno buoni motivi per infischiarsene. Il compito strategico di convincere i soldati siriani a unirsi alla rivoluzione non deve contrapporsi alle manifestazioni popolari e alla loro natura non violenta. Qui, ancora una volta, il caso siriano combina fra loro elementi dell’esperienza egiziana e dell’esperienza libica, ossia folle di manifestanti pacifici e scontri armati. La non-violenza delle manifestazioni popolari era, e resta, una condizione fondamentale dello slancio di questo movimento e del suo carattere di massa, con la partecipazione femminile. Questo slancio è esso stesso un fattore decisivo nell’incitare i soldati a ribellarsi contro il regime”.

Rispetto a pochi mesi fa è indubbio che le ripercussioni delle prime due rivoluzioni (che non hanno ottenuto tutti i risultati che si proponevano, ma non sono state neppure soffocate) continuano a manifestarsi in tutta l’area e impediscono una completa “normalizzazione” anche laddove la repressione aveva raggiunto qualche risultato, come nel Bahrein. I Paesi imperialisti (non solo gli Stati Uniti) finora non sono riusciti ad imporre delle vere restaurazioni e al momento non osano neppure appoggiare troppo apertamente le forze che lavorano in questa direzione.

L’instabilità si estende in tutta la regione mediorientale, tanto più ora che i due Paesi che erano stati scelti come bersaglio dalla “guerra al terrorismo”, Iraq e Afghanistan, vengono lasciati, dopo la partenza delle truppe statunitensi ed europee, in mano a governi poco affidabili e minacciati da conflitti interni laceranti. Un precedente che non può non scoraggiare gli irresponsabili che a Washington vorrebbero ritentare l’avventura in un Iran presentato con la stessa ipocrisia come un grave pericolo, ma che è relativamente solido e che anzi si ricombatterebbe di fronte ad un’aperta aggressione. Certo, nono è da escludere un attacco aereo da parte di uno Stato di Israele guidato da dirigenti con il complesso suicida di Masada (o di Sansone…), ma le ripercussioni potrebbero essere terribili per gli aggressori in tutto il mondo arabo islamico, a prescindere dalla complicità della maggior parte dei governanti. Ne fanno fede le difficoltà di Israele a riprendere le relazioni preesistenti con l’Egitto, che pure è governato dagli stessi militari che gli avevano assicurato una preziosa collaborazione per stringere d’assedio Gaza. Non solo continuano gli attentati al gasdotto che rifornisce (sotto costo) Israele, troppo frequenti e impuniti per essere soltanto l’azione di un piccolo gruppo, ma è sintomatico che le parole d’ordine contro il sionismo siano in questa fase fatte proprie anche dagli islamici “moderati”, con cui in passato Israele aveva stabilito silenziosamente buoni rapporti, e che, come è accaduto in Turchia, oggi sono spinti a radicalizzare le proprie posizioni. Anche questo è un sottoprodotto dell’ondata delle rivoluzioni arabe.

Antonio Moscato

 



ARGENTINA: Dopo la “notte neoliberale”, il cambiamento

Dieci anni fa in Argentina infuriavano disoccupazione, fallimenti, disperazione: il tramonto dell’illusione della ricchezza facile lasciava rovine e morti sul terreno. Le protestedel 19 e 20 dicembre 2001, nelle quali persero la vita 40 manifestanti, chiusero tragicamente un ciclo di recessioni, indebitamento pubblico e caduta libera del PIL, sfociato nella salita verticale degli indici di povertà e nell’ultimo, disperato tentativo di frenare il tracollo con il blocco dei conti correnti (il cosiddetto “corrallito”), che impediva ai cittadini di accedere ai propri risparmi.Il dramma di quelle giornate segnò la fine della lunga notte neoliberale vissuta dal Paese che tre anni prima il Direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Camdessus, aveva definito “un esempio da seguire” per la sua diligenza nel recepire le ricette di quella istituzione finanziaria e per avere smantellato le politiche sociali e le più importanti aziende pubbliche costruite negli anni della crescita economica.

Per demolire le conquiste sociali argentine c’erano voluti alcuni decenni, attraversati anche da feroci dittature militari. Alcuni analisti sostengono che il processo di dismissione del welfare si possa far risalire al colpo di Stato del 1955 contro Juan Domingo Perón, ma più specificamente e sistematicamente l’offensiva “neoliberale” iniziò con il golpe del 1976 e successivamente si sviluppò con i governi democratico-liberisti, che adottarono le politiche suggerite dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale. In questo lungo periodo crebbe a dismisura l’indebitamento con Stati ed istituzioni straniere e, per guadagnare il consenso dei settori economici, fu acquisito il debito di molte imprese private. Contemporaneamente, si incominciò a favorire l’acquisto di prodotti fabbricati all’estero ed a demolire il buon tessuto industriale creato nel periodo peronista. L’aumento esponenziale delle importazioni alimentò la fuoriuscita di capitali verso l’estero e favorì la deindustrializzazione, facendo lievitare il debito pubblico e la disoccupazione.L’Argentina bruciava o svendeva i suoi beni pubblici, passando dall’essere la decima potenza economica mondiale, il granaio capace di accogliere milioni di migranti in fuga da guerre e carestie, a Paese con indicatori economici e sociali da Terzo mondo: il 52% della popolazione sotto la soglia di povertà, il 71% di denutrizione infantile, il più alto debito pubblico pro-capite del pianeta, la classe media colpita duramente dalla crisi. Negli anni tra il 1998 e il 2002 gli aeroporti e i consolati stranieri si riempirono di giovani che volevano emigrare, Questo era, dieci anni fa, l’esito dell’ubriacatura liberista.

Il Paese, però, seppe infine imboccare una coraggiosa via d’uscita: nella fase di transizione venne azzerato il pagamento del debito e fu rotta la convertibilità tra il peso (la moneta nazionale) e il dollaro, che era stata fissata 1 a 1 da una legge del 1991. I passi successivi furono altrettanto decisivi, con la svalutazione della moneta e gli accordi di ristrutturazione del debito in quantità e in tempi di restituzione che permisero una riattivazione economica interna e un risparmio di denaro che altrimenti sarebbe andato alle banche straniere creditrici. A queste scelte politiche si deve la vittoria dell’esponente della sinistra peronista Néstor Kirchner nelle elezioni presidenziali del 2003 e di sua moglie Cristina Fernández nel 2007 e nel 2011[1]. Da allora, per nove anni, il Paese è cresciuto di circa il 94%, la più alta crescita di tutto l’emisfero occidentale, con un ritmo tra il 7 e il 10% annuo (escluso il 2009): è stata avvìata una redistribuzione della ricchezza verso le fasce più deboli della popolazione e gli indici di povertà, indigenza e disoccupazione sono stati portati sotto il 10%.

Il ‘caso’ argentino è particolarmente interessante perché la rapida uscita dalla crisi è stata possibile grazie ad una ferma riorganizzazione economica ed alla decisione di non pagare percentuali importanti di debito pubblico. Senza chiedere l’aiuto delle istituzioni finanziarie internazionali e senza ricorrere alle classiche politiche liberiste per ad attirare i capitali stranieri. Il Paese è stato salvato opponendosi alle richieste di “aggiustamenti” fiscali e di non stanziare fondi per spese di carattere sociale, (considerate dai liberisti una dispersione “inutile” di risorse pubbliche). I risultati sono stati positivi.

La sociologa Norma Giarranca, l’economista Julio Gambino, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglizpropongono una lettura dell’attuale crisi europea alla luce di quanto accaduto in Argentina e sottolineano i guasti provocati dalle “ricette” che il FMI e la Banca Centrale Europea propongono (impongono) ancora ai Paesi in difficoltà. Certo, l’Argentina è ricca di prodotti naturali esportabili e dispone di grandi estensioni di terreni coltivabili (a differenza della Spagna, del Portogallo, dell’ Irlanda e dell’ Italia); tuttavia, l’inflazione è ancora alta. Come recentemente ha rilevato l’economista Miguel Bonasso, “la crescita non coincide con lo sviluppo”, dato che è dovuta alle esportazioni delle commodities (soprattutto di soia e mais), il cui modello produttivo impoverisce presto i suoli, limita la diversificazione agroindustriale e favorisce la concentrazione di latifondi privati. L’attuale sistema economico non può evitare la marginalizzazione di una buona parte della popolazione, né il “clientelismo politico” e, in un futuro non lontano, si manifesteranno nuove, acute tensioni sociali. Ma non si deve dimenticare che nel corso dell’ultimo decennio si è verificato un grande e positivo cambiamento: il Paese, oggi, svolge un’importante ruolo politico a livello continentale (e non solo) [2] e la sua straordinaria crescita ha aperto nuove opportunità. Interessante è uno studio del CEPR (Center for economic and policy research) [3], effettuato da Mark Weisbrot, Rebecca Ray, Juan A. Montecino, Sara Kozameh e terminato nel 2011, che, attraverso un’approfondita analisi degli indicatori economici e sociali, perviene alla conclusione che i miglioramenti degli indici macroeconomici, sociali e sanitari argentini sono reali e notevoli, come anche gli investimenti in politiche sociali e gli interventi redistributivi. E paragona la situazione dei paesi Europei in difficoltà con quella dell’Argentina, rilevando che il cammino intrapreso da quest’ultima, rifiutando di pagare una parte consistente del debito per liberare risorse a favore della spesa pubblica, dovrebbe essere preso in considerazione come una opzione possibile anche nel nostro vecchio continente.

Nadia Angelucci - Gianni Tarquini

[1] Vedi Cassandra, 4/2011 (nuova serie on – line), “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.

[2] Come l’aver bloccato, insieme agli altri Stati latinoamericani, in particolare Brasile e Venezuela, l’avvìo del mercato comune con gli USA, l’ALCA, chiesto da Bush, nel corso del vertice di Mar de la Plata(2005) e sviluppato politiche di apertura verso nuovi acquirenti internazionali, come la Cina, e di integrazione continentale, come la recenta nascita del CELAC (Comunidad de Estados de Latinoamérica y el Caribe) del 2 dicembre 2011.

[3] Il CEPR ha sede a Washington e riunisce studiosi di diversi Paesi. Il documento sull’Argentina è stato tradotto in spagnolo a dicembre e non è disponibile in italiano.

[1] Vedi Cassandra numero 4 del 2011, “Avanti verso il cambiamento” di Gianni Tarquini.

 

 



DIBATTITI

UNA POLEMICA NON SOLO "FILOSOFICA"

Nuovo realismo e Pensiero debole

PARTE I

 

E’ esplosa sui media la polemica fra Nuovo realismo e Pensiero debole: cercherò di chiarire, soprattutto per i lettori più giovani, i motivi di entrambi gli orientamenti e il senso dell’attuale discussione. Ma andiamo per ordine.

L’8 agosto Maurizio Ferraris apre su il manifesto il discorso, seguito da un dibattito con Gianni Vattimo, il massimo teorico italiano del cosiddetto Pensiero debole, annunciando un prossimo convegno sul tema del Nuovo realismo da tenersi a Bonn. Il 31 sul Corriere della Serascende in campo Emanuele Severino, il discutibile decano della filosofia italiana. Micromega dedica molti articoli all’argomento. Il britannico Prospect sentenzia la fine del cosiddetto Postmoderno.

Un sito internet (1) raccoglie buona parte del materiale, la cui quantità stupirebbe se si trattasse di una semplice questione filosofica. Tuttavìa, come sempre accade, anche in questo caso i fenomeni “culturali”, nonostante la forma filosofica (o letteraria, etc.), hanno basi molto concretamente politiche, rigorosamente ignorate dalle storie “interne” delle discipline, ma che costituiscono l’oggetto principale delle cosiddette storie “esterne”. (vedi riquadro)In breve: il Nuovo realismo intende contrapporsi alla ormai lunga tradizione qualunquistica europea e mondiale, alla quale Vattimo ha dato in Italia il nome di Pensiero debole, e sembra preludere alla fine prossima della stagione del Postmoderno di cui il Pensiero debole è parte integrante. Cominciamo da quest’ultimo fenomeno.

Antefatto

L’ “indebolimento” (vedi riquadro) del pensiero, nelle sue varie espressioni, viene da molto lontano. Le sue radici filosofiche affondano nel XIX° secolo con Schopenhauer, il quale interpreta (erroneamente) in modo gnoseologicamente “pessimistico” (cioè “scettico”) il criticismo kantiano e ne fonda la vulgata. Si diffonde poi, nel XX°, grazie alla moda nichilistica introdotta da quella “piattaforma girevole” che è Nietzsche. Il tutto è ben descritto nella sua complessa articolazione da Lukacs, che ne La distruzione della ragione pone il fenomeno direttamente in relazione con l’Imperialismoelo considera come una forma di “apologetica indiretta” dello status quo.

Nel dopoguerra, il processo dell’ “indebolimento” inizia con il naturale rigetto della retorica nazionalistica, patriottarda, imperiale e falsamente valoriale del regime fascista e, come era ovvio (ma non sempre equanime), coinvolge subito anche i due maggiori filosofi italiani, Benedetto Croce e soprattutto Giovanni Gentile, investendo gradatamente le varie espressioni ideologiche della cultura. (2)

 

Fatto

Il Pensiero debole e più in generale la cultura del Postmoderno, della globalizzazione e del Pensiero unico si sono imposti come filosofia dominante a partire dai primi anni ’50 del secolo scorso (3), sospinti anche dall’ondata emotiva suscitata dall’insurrezione ungherese del 1956, che riguardò l’intero mondo della cultura europea e mise in crisi l’intellettualità di sinistra, una parte della quale iniziò la sua transumanza verso i verdi prati del moderatismo.

Ma in genere, nella seconda metà del Novecento si manifestano due fenomeni fondamentali per il rivoluzionamento (contro-rivoluzione) delle tradizioni culturali e della mentalità comune: la delegittimazione dell’ideologia come progetto alternativo di società (“politica”, socialismo, comunismo, etc.) ed il contemporaneo dilagare dell’ ideologia del “consumismo” con le nuove spaventose tecniche pubblicitarie. I due fenomeni sono collegati fra loro e comportano una vera e propria mutazione antiumanistica della vita quotidiana e dei “bisogni”.

 

Costellazione nichilista

 

Si tratta di un complesso di fenomeni intellettuali e di costume che si fondano sulla tendenza ad “indebolire” la “forza” di qualsiasi affermazione di principio, tranne (ovviamente) quella della negazione stessa. Per cui ad una affermazione si risponde: “è una opinione tua, potrebbe essere vero il contrario”; o meglio: “l’opinione contraria ha lo stesso valoredella tua”. E, dato che “nessuno ha la verità in tasca”, si generalizza con l’affermazione qualunquistica che tutte le opinioni si equivalgono e meritano uguale rispetto. L’effetto è quello di un diffuso nichilismo.

In concreto si tratta di una convergenza tra “filosofia”, “metodologia” e “storiogrfia” dichiaratamente rivolta contro ogni forma di ideologia, non tanto come forma di falsa coscienza, quanto come tradizione delle “grandi narrazioni”, cioè dei progetti di trasformazione globale della società e contro la “grande storia”.

La destinazione reale di tale strategia politico-culturale è stata fin dall’inizio la delegittimazione della sinistra anticapitalistica, asse portante della cultura dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione, in perenne conflitto politico e ideologico (pur con degli scivoloni, come quello sull’art. 7 della Costituzione) con la cultura e la politica cattolica. Questo è stato il confronto tra Pci-Psi e Dc, svoltosi in una democrazia dimidiata dalla subalternità agli Usa e dalla conventio ad excludendm degli “opposti estremismi” (socialcomunisti e fascisti).

La guerra ideologica del nichilismo fu rivolta dunque contro le ideologie, ma non contro tutte. Se ne salvavano, e tuttora sopravvivono vive e vegete, tre: quella della destra (cemento della sopravvivenza dei gruppi fascisti e parafascisti), quella dei cattolici (che negano che la loro sia una ideologia) e, naturalmente, quella del mercato (variamente mascherata da liberismo, liberalismo, democrazia parlamentare, etc., ma in realtà strumento della subordinazione dell’Italia agli USA).

L’ideologia della sinistra soccombette, vittima di tutte le suggestioni della costellazione nichilista, delle rivolte nei Paesi di “democrazia popolare”, infine del crollo del “socialismo reale” e del simbolico abbattimento del muro di Berlino. In Italia è stata travolta dall’ ingloriosa fine della prima Repubblica - con il suicidio del Pci, la polverizzazione e/o l’abiura di quasi tutte le altre organizzazioni politiche della sinistra, l’abbandono della lotta di classe da parte di quelle sindacali - ed un qualunquismo moderato è esondato anche dove meno ce lo aspetteremmo (basti pensare alle petulanti battute di Niki Vendola controle “grandi narrazioni”): così, oggi si affermano l’antipolitica e il degrado delle istituzioni. Ne facciamo quotidianamente esperienza con l’ipocrita moda mediatica della “par condicio”: è proibito schierarsi e (al limite) avere una opinione, bisogna essere sempre e comunque super partes.

Ma l’antipolitica, in sostanza, non è altro che l’evaporazione del confronto politico di fondo, e quindi qualunquismo (“sono tutti uguali”). Solo su questa base è stato possibile il dilagare, nel governo e dintorni, dell’inaudito livello di degrado morale, culturale e intellettuale che è sotto gli occhirassegnati (indifferenti) di tutti (o quasi).

 

“Nuovo realismo” e tramonto del nichilismo

 

Da un lato, il capitalismo mondiale aveva bisogno di una ideologia non solo forte, mafortissima, e se la costruiva con tutti i mezzi della globalizzazione, forma attuale dell’imperialismo (oggetto di studi molteplici e imponenti, per il quale valgono ancora molte pagine di Lenin) e, nei singoli Paesi, con tutti i mezzi dell’azione antioperaia: si pensi all’opera di certi “giuslavoristi” asserviti al grande capitale su cui si fondano anche le mascalzonate di Marchionne e ai supporti ideologici (filosofico-sociologici) offerti da molti intellettuali (in particolare: l’idea suggestiva e rassicurante del ”Villaggio globale”, l’ identificazione di messaggio e medium in Mc Luhan, infine il qualunquismo del “pensiero unico”, vera e propria ideologia della globalizzazione capitalistica fondata sulla mitologia del mercato).

Dall’altro lato, l’indebolimento generale delle contrapposizioni si prestava ad essere cavalcato, e lo fu. Da noi lo ha cavalcato Berlusconiportando, nell’assuefazione generale, il “debolismo” ideologico e politico, e quindi l’ “antipolitica”, alle estreme conseguenze e curando esclusivamente i propri interessi, che sono sì quelli di un capitalista, ma tanto degradato da essere solo in parte sovrapponibile alle prospettive economiche e politiche del capitale nazionale e internazionale. I pastrocchi (e la corruzione) del “berlusconismo”, infatti, sono stati tollerati di buon grado dal grande capitale finchè serviva a smantellare quel che restava delle lotte operaie, della sinistra e della legalità costituzionale. Poi, kaputt. Ed ecco Luca di Montezemolo. Ecco Emma Marcegaglia. Ecco Diego Della Valle. Ecco le pugnalate maramaldesche di Giuliano Ferrara (personaggio disgustoso, ma non privo di servile intelligenza) che imprevedibilmente ci dice una cosa verissima: “il modernista sommo dei nostri anni, quello che ha relativizzato ogni cosa … [che] ha distrutto ogni dogmatismo scolastico nel linguaggio e nel pensiero politico … [che] ha fatto della debolezza una forza ... è Berlusconi”, mentre “la tendenza antirelativista e la sfida culturale alla postmodernità ... è intestata al Papa” (vedi il Foglio del 22 agosto) . Ha ragione: Berlusconi è la personificazione del “debolismo” (in fondo, che altro è la débauche, se non l’ “indebolimento” dell’erotismo?). (4) L’ eterogenesi dei fini, o l’ironia della storia, ha dunque attribuito al bolso vecchio di Arcore un ruolo paradossale: proprio quello di affossare la “crisi delle ideologie” e di rimettere in auge il “pensiero forte”.

La polemica dilaga ora sulla stampa. Ma cos’è il pensiero forte (vecchio e nuovo), ovvero il realismo, di cui Ferraris è divenuto il profeta? Dire che si tratta dello stile di pensiero opposto al “debolismo” e al “postmoderno” non basta. Come è possibile rintracciare le ragioni “concrete” del pensierodebole, è infatti possibile rintracciare anche le ragioni “concrete” del suo tramonto. La gravità planetaria della crisi che attraversa il capitalismo mondiale, la questione sociale connessa, la cronaca nera della politica berlusconiana ripropongono in forma radicale la questione “strutturale” del modo di produzione, e di un progetto alternativo basato su solide prospettive ideologiche, politiche, sociali. E organizzative: a questo ancora non siamo (restiamo suggestionati dall’idea dei partiti “aperti” e “leggeri”), ma la “speranza è l’ultima a morire”. Comunque, siamo alla fine del Pensierodebole e della “crisi delle ideologie “ e possono (perché no?) tornare soggetti, progetti e prospettive ideologiche, politiche, sociali che la “modernità” capitalistica sembrava avere definitivamente seppellito. Il dibattito è ormai avviato e sembra vivace. Ne riparleremo nella seconda parte di questo articolo.

 

Enrico Guarneri

 

NOTE

1) “Pensiero forte pensiero debole”, versione aggiornata al 9.9.2011. Ma su internet il materiale è vastissimo.

 

2] Il rifiuto coinvolse la stessa radice “letteraria” dello stile propagandistico della cultura di regime: la figura retorica dell’enfasi. Ma questa è anche il tono connaturato con l’entusiasmo e la convinzione “forte”, con la battaglia delle idee, con la spinta verso un progetto innovativo. Ne conseguì l’indebolimento della comunicazione ed il declino di tradizionali strumenti di mobilitazione dell’elettorato. Sostituito, negli ultimissimo anni, dalla pura e semplice caciara televisiva. E se qualcuno usa l’entusiasmo espressivo, lo si accusa di fare comizi.

 

3) Qualche vecchio “documento”: ROSSI, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Mulino, 1989. Alle pp. 39-40 dice: “Il moderno si configura come l’età …di una ragione forte che costruisce spiegazioni totalizzanti del mondo e che è dominata dall’idea di uno sviluppo storico del pensiero come incessante e progressiva illuminazione ...– Il postmoderno si configura ex contrario come l’età di un indebolimento delle pretese della ragione che revoca il senso della storia e mette in questione le eventualità totalitarie dell’umanesimo ... in cui la scienza riconosce il carattere discontinuo e paradossale della propria crescita ... [come l’età]della dissoluzione delle categorie del nuovo e dell’esperienza della fine della storia ... in cui scienza e tecnica appaiono rischiose e non ... liberatrici dalla fatica e dal bisogno”.

Gli effetti di rimbalzo di questa complessa (anti)ideologìa si vedono in fenomeni come quello della Eutanasia della critica di cui parla Lavagetto in un libricino (2005) che sembra fatto apposta per figurare accanto al Va pensiero di Viano.

 

4) Incidentalmente: tutte le concessioni encomiastiche che sono state tributate a Berlusconi (fascinatore, grandecomunicatore,etc.) sono frutto di questa evaporazione del senso di parole e idee, che non permette più di definire le cose con le loro appropriate categorie. La definizione di populista, con intenti denigratori, permette di sospettare, in chi lo usa, uno scarso patrimonio di conoscenze storiche: la“galleria dei neutrini”della ex-ministra Gelminiè un fenomeno collaterale ed un esempio delle fantasiose cazzateelargite a piene mani ai cittadini.

 

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

SCHEDE

 

STORIA INTERNA E STORIA ESTERNA- Due modi di narrare la storia di un aspetto dellacultura: il primo fà discendere un evento o una teoria dai suoi antecedenti, il secondo da motivazioni generali che attengono alla storia della società nel suo complesso. Il primo ha una connotazione prevalentemente tecnica, il secondo ha una connotazione “sociale” (per la letteratura si pensi, ad es., agli scritti di Lukacsed a Scrittori e popolo di Asor Rosa). Solo il secondo è in grado di spiegare le funzioni sociali dei fenomeni culturali, le “rotture epistemologiche” e le “rivoluzioni” pratiche, concettuali, stilistiche.

 

INDEBOLIMENTO- Un processo logico che interessa le affermazioni strutturate nella forma del sillogismo: da due affermazioni universali non si fa discendere, come si dovrebbe,una conclusione universale, ma unaparticolare. Un esempio: se tutti gli uomini sono mortali (pr. magg.), e se tuttii berlusconiani sono uomini (pr. min.), allora qualcheberlusconiano è mortale (conclusione “debole”).Non si vuole insinuare, come potrebbe sembrare,che qualche berlusconiano non sia mortale, il che sarebbe semplicemente ridicolo, ma semplicemente ci si vuole limitare a considerazioni particolari “senza generalizzare”. Non è una operazione logica, ma politica. L’armamentario del“postmodernismoe del “debolismo” che si sviluppa a partire dagli anni Quaranta è complesso e variegato: sono teorie in se stesse debolissime (pluralismo, agnosticismo, revisionismo, scetticismo, crisi delle ideologìe, crisi dei valori, qualunquismo, opportunismo, trasformismo, etc. fino alle amenità della New Age), macreano una costellazione nichilistica resistentissima.


 

RECENSIONI

 

Domenico Liberato Norcia, Quello che ho chiesto trent’anni fa all’onorevole Enrico Berlinguer e quello che chiederei oggi all’ingegner Sergio Marchionne,Napoli, Legma edizioni, 2011, pp. 107, euro 10.

 

Nella foto di copertina del libro si vede un grande comizio davanti alla Fiat Mirafiori di Torino. Siamo nell’autunno 1980, è in corso una dura lotta per evitare che 23 mila operai vengano messi in cassa integrazione a 0 ore. In primo piano, su un palchetto improvvisato, Enrico Berlinguer, all’epoca segretario del Pci, e al suo fianco, con due microfoni in mano, un operaio che gli pone una domanda. Quell’operaio è Domenico Liberato Norcia, nato a Greci in provincia di Avellino nel 1937, emigrato in Germania a lavorare all’età di 23 anni lasciando al paese la moglie incinta. Dopo nove anni di permanenza sul suolo tedesco, nel 1969 fu assunto dalla Fiat come operaio nelle officine della lastratura e partecipò da protagonista alle lotte dell’ “autunno caldo” e a tutte le scadenze successive del decennio che si stava aprendo.

Eletto delegato in rappresentanza del suo gruppo omogeneo, si iscrisse alla Fim Cisl (l’importanza del sindacato l’aveva scoperta già in Germania) ed intervenne attivamente nelle discussioni e nelle assemblee che in quegli anni misero in contatto operai e studenti. Per lui questo fu un periodo di grandi soddisfazioni sul piano personale e collettivo. Trovò una casa decente in affitto per la sua famiglia, frequentò corsi di formazione sindacale, vide che le lotte possono produrre benefici per gli operai consentendo loro una vita più dignitosa, sicura, capace di guardare al futuro con speranza. Infatti,la fabbrica torinese assunse posizioni più civili nel campo dei diritti del lavoro e della redistribuzione del reddito grazie soprattutto alla lotta condotta dagli operai, da tanti lavoratori come Liberato. Oggi, sciolto ormai da vincoli sociali e di classe, il capitale persegue ben altre strade, ben altre strategie.

Questa “poetica” autobiografia è perciò esemplare, rappresentativa di un agire più generale, comune ai lavoratori in un’altra fase della storia italiana. Liberato raggiunse una piena maturità di cittadino – lavoratore affrontando senza asservimenti e remissioni, a viso aperto e “scoperto”, il confronto con la controparte. E’ stata, la sua, un’esperienza decisiva, “maestra di vita”, che potrà (potrebbe) riproporsi ancora, nella Fiat di Sergio Marchionne.

E’ interessante anche la seconda parte del libro, nella quale con un procedimento di regressione l’Autore ripercorre tutta la sua vita: l’infanzia di stenti e di privazioni, i primi lavoretti, gli studi, gli interessi, la famiglia, le abitudini e i costumi della popolazione del paese di Greci dove crebbe, sono oggetto di analisi attenta. Con mente vivacemente lucida egli ricorda le paure, le ansie, i giochi e gli entusiasmi, gli amici e le storie leggendarie che popolarono i suoi primi anni. Ma più che “tornare bambino”, come si dice raggiunta una certa età, Liberato si “riscopre” ancorabambino, tanto poca sembra essere la separazione tra quella storia lontana e quella vissuta oggi. Sono pagine affascinanti, per il mondo che raccontano e per il modo con cui lo raccontano cogliendo anche in episodi apparentemente insignificanti gli elementi caratteristici che contribuirono alla formazione della sua ricca personalità di lavoratore cosciente e libero, marito e padre, pittore e scrittore: la personalità di un uomo che ha saputo sempre ascoltare gli altri, prima di rappresentare se stesso.

 

Diego Giachetti