Crisi di regime

 

Antologia annotata dagli scritti di Mario Mineo

 

 

 

 

Nel numero 24 di Cassandra Renato Covino  ha fatto un’analisi della lunga crisi politica del nostro paese usando il concetto di “crisi di regime” e citando Mario Mineo che - unico nella sinistra rivoluzionaria del tempo – “l’aveva formulato come schema interpretativo della realtà italiana sin dal 1964-65”.  Con questa collezione di testi di Mineo ci riallacciamo all’articolo di Covino, al quale rinviamo per contestualizzare l’ antologia che proponiamo ai lettori.

 

Abbiamo così deciso di riproporre il concetto di “crisi di regime” e di tracciare un profilo antologico del concetto negli scritti di Mineo perché la sua analisi e l’intervento politico conseguente che ne tentò il gruppo politico Praxis  (poche centinaia di militanti raccolti attorno alla rivista omonima) forniscono elementi per spiegare lo stato attuale del nostro paese e la sua evoluzione, illuminino il decorso della crisi nell’ultimo quarto di secolo e la sua evoluzione/involuzione nel futuro prossimo.

 

Gli scritti di Mario Mineo, marxista italiano che ha vissuto in pieno “il secolo breve” (Palermo 1920 - 1987) sono stati pubblicati dall’editore Flaccovio di Palermo (sei volumi in otto tomi) a cura di un comitato editoriale (Elena Mineo, Dario Castiglione, Renato Covino, Enrico Guarneri, Piero Violante). La raccolta copre il periodo dal 1944 al 1987. Ad ogni volume è premessa una introduzione e una nota biografica. I volumi da cui abbiamo tratto i testi sono Scritti teorici, un solo volume di seguito indicato con St,  e Scritti politici di seguito indi- cati con Sp. Per gli Scritti politici  il numero romano indica il volume; il numero arabo il tomo.

 

MM1.  Dal circolo Labriola al circolo Leone Trotzky (marzo ’69) – Sp. I,1; pp. 288-289.

MM2.  Il Circolo Lenin di Palermo (giugno ’69) – Sp. I, 1;  pp. 316-317

MM3.  Scuola a crisi di regime (maggio ’70) – Sp. I,2;   pp. 356-357

MM4,  La minaccia del neogollismo (aprile ’73) - I, 2;  pp. 399-400

MM5.  I possibili sbocchi della crisi di regime (maggio ’73) –  Sp. I, 2;  pp. 405-406

MM6.  Crisi di regime e crisi di sistema (novembre ’74) – Sp. II, 1;  pp. 25-28

MM7.  Dodici lezioni su “Il marxismo e lo Stato” (1977) – St.;   pp. 436-437

MM8.  L’alternativa è impossibile? (giugno-luglio ’79) – Sp. II; 2;   pp. 496-498

MM9.  La crisi italiana e i suoi possibili sviluppi. (novembre ’81) – Sp. III;   pp.  63-65

MM10.“Crisi e crisis management” (da Lo Stato e la transizione, Unicopli, Milano, 1987 – St.;   pp. 94-101

 

 

 

Ancora oggi l’espressione “crisi di regime” non è di uso frequente1. Quando Mineo la usò per la prima volta alla fine degli anni ‘60 e poi negli anni ’70 quando divenne il principio ispiratore della sua attività politica, tale termine era ancora più inusuale nel dibattito politico italiano specialmente nella cosiddetta “sinistra extraparlamentare”. Cosa intendeva Mineo con crisi di regime, perché non parlava di crisi di sistema, una espressione più “ortodossa” per un marxista?

Innanzitutto egli si rifaceva all’esperienza francese degli anni ‘30 e mutuava l’espressione dagli studi francesi ove essa indica (tecnicamente) la crisi delle forme di governo. «Regime per Mineo è il modo in cui un blocco sociale dominante organizza lo Stato e gli altri apparati ideologici fondamentali (il quadro istituzionale, cioè), nel tentativo di dare forma politica ai rapporti di potere nella società o, in altri termini, di esercitare il suo dominio di classe. La base dell’analisi di Mineo rimane quindi marxista, ma con la convinzione che la politica ha una importante funzione  di mediazione nel modo in cui i rapporti di forza economica tra le classi  sociali vengono  trasformati e perpetuati in rapporti di potere in senso lato. Regime in questo senso (...) esprime la formula politica attraverso cui un gruppo o una classe esercita il potere o mantiene, come direbbe Gramsci, la sua egemonia»2

Nel parlare di “crisi di regime” Mineo si riferiva, quindi, a qualcosa di diverso da “crisi di sistema”, perché voleva insistere sul carattere sovrastrutturale della crisi italiana, contrariamente a quanti (i gruppi extraparlamentari e il manifesto in particolare) vedevano in essa l’espressione di una crisi più profonda del sistema capitalistico, anche quando su alcune specifiche manifestazioni fenomeniche l’analisi appariva comune. La crisi di cui parlava Mineo maturava quindi nelle specifiche condizioni italiane, nel “ciclo politico” e non investiva il modo di produzione capitalistico in quanto tale, ma la connessione tra Stato e società e faceva dell’Italia l’anello più debole della catena degli stati capitalistici europei.

Per una breve, didascalica spiegazione della differenza tra “sistema politico” e “regime politico” ci rifacciamo a Maurice Duverger, studioso borghese della politica che fu sempre tenuto in massima considerazione da Mineo:

 

“Si  chiama sistema in senso lato ogni insieme di parti  o ruoli nel quale i vari elementi formano un tutto unico e ordinato e sono tra loro interdipendenti.  (…) Per alcuni le espressioni ‘regime politico’ e ‘sistema poli­tico’ sono analoghe poiché entrambe designano l'insieme coordinato delle istituzioni politiche che forma il sottosistema politico di un sistema sociale. Per noi, il termine ‘sistema politico’ designa un insieme più ampio di quello indicato col termine di ‘regime politico’.  Studiare un sistema politico non significa soltanto analizzarne  le istituzioni politiche e la loro collocazione organizzata in regime  politico. Significa studiare anche i rapporti esistenti fra questo regime e gli altri elementi del sistema sociale: economico, tecnico, culturale, ideologico, storico. ecc.  (…)  riteniamo che le istituzioni politiche e il regime politico da esse formato non possano essere com­presi nella loro realtà se non sono collocati nell'ambito del sistema sociale del quale costituiscono il quadro e il meccanismo regolatore.”3

 

Negli scritti politici del nostro non esiste traccia del termine prima del marzo 1969, ma privatamente lo aveva già usato in una lettera del 1965 in cui scriveva dei “ recenti sviluppi della situazione nazionale (…) con una chiara prospettiva di crisi del regime a non lontana scadenza”. 4  Evidentemente unificava sotto il concetto di crisi di regime gli eventi politici “traumatici” di quegli anni. Nel quadro della crisi di “congiuntura” creata dagli squilibri del “miracolo economico” (esportazione e bassi salari) si inseriva infatti la crisi del monopolio politico Dc e della crisi dei governi centristi che sfociò nel centrosinistra di Moro (dall’11 novembre 1963 al 26 giugno 1964) e nell’elezione di Saragat alla presidenza della Repubblica coi voti dei comunisti al 21° scrutinio, nel dicembre 1964.

 

§     §     §

 

(1969) La prima comparsa del concetto di “crisi di regime” si ha in due documenti pubblici del marzo  e  del giugno 1969, in cui però si allude ad un uso fattone nei precedenti “sette-otto mesi”, cioè sin dall’agosto del 1968. Sono i documenti programmatici per il passaggio dalla struttura del Circolo Labriola a quella del Circolo Lenin5. Come suggeriscono i nomi, da un circolo culturale si passa ad un circolo di iniziativa politica, che nel 1970 confluirà nel gruppo politico organizzato de il manifesto.

Così Mineo definisce il concetto: “la crisi di regime non pone immediatamente in causa il sistema capitalistico ... bensì le istituzioni fondamentali su cui poggia la democrazia borghese – le sovrastrutture, o, se preferite, le strutture del potere politico e sociale” quindi “non significa “crisi di sistema”, anche se probabilmente, nei paesi capitalistici “maturi” la crisi del sistema capitalistico deve assumere la forma della crisi di regime”. Mineo non vede la possibilità di una soluzione della crisi e prospetta addirittura la possibilità di uno sbocco rivoluzionario, a condizione che intervenga la classe operaia. Gli stessi concetti riappaiono in MM2, pochi mesi più tardi (giugno 1969); qui rielabora in parte il testo precedente e articola meglio la questione dell’intervento della classe operaia nel contesto politico. È appena il caso di ricordare che siamo alla vigilia dell’”autunno caldo” del 1969

 

Marzo 1969.  “Passando alla situazione italiana, mi sembra necessario chiarire (…) il significato di quel­la che abbiamo definito «crisi di regime» (…) La nostra analisi ci porta alla conclusione che siamo in Italia in una situazione di crisi di regime che si svolge in termini e modalità tali da escludere una soluzione (quale che sia) a scadenza ravvicinata, e ciò comporta che, a certe condizioni, esiste la possibilità concreta di uno sviluppo del movimento rivoluzionario e quindi di uno sbocco rivo­luzionario nel corso dei prossimi anni.

Crisi di regime non significa «crisi del sistema» - anche se, pro­babilmente, nei paesi capitalistici «maturi» la crisi del sistema capitali­stico deve assumere la forma della crisi di regime. Ciò significa che la crisi di regime non pone immediatamente in causa il sistema capitalistico come tale, nelle sue strutture fondamentali, bensì le istituzioni fonda­mentali su cui poggia la democrazia borghese - le sovrastrutture, o, se preferite, le strutture del potere politico e sociale. Va da sé che questa definizione generale non può in nessun caso esaurire le varie forme specifiche che la crisi di regime può assumere, a seconda dello specifico grado di sviluppo economico, delle diverse tra­dizioni culturali etc.

Per quanto riguarda il nostro paese, la crisi ha la sua origine nei profondi mutamenti intervenuti nella struttura economico-sociale nel 1953/62, e nelle conseguenti esigenze di riforma dell'intero quadro isti­tuzionale che, a partire dagli anni '60, si sono manifestate in tutte le classi ed i ceti sociali. Il centro-sinistra nacque, ad un tempo, sotto la spinta delle aspirazioni riformiste di larghi settori del ceto medio da una parte, e sotto quella della parte «più avanzata» della borghesia indu­striale che si era resa conto fin d'allora della necessità di certe riforme «razionalizzatrici» e di un governo «forte», fondato cioè su una mag­gioranza stabile nel parlamento e nel paese.

Sappiamo tutti che, se in una certa misura il centro-sinistra ha sod­disfatto alle esigenze di razionalizzazione del capitalismo italiano, esso non ha peraltro soddisfatto né alle fondamentali richieste del ceto me­dio, né a quella borghese di un governo forte e stabile.

La conseguenza fondamentale del «fallimento» del centro-sinistra è lo sfaldamento sempre più evidente del blocco borghese - ossia del­l'alleanza tra la borghesia capitalistica ed i ceti medi. Settori sempre più ampi della piccola e financo della media borghesia, manifestano sempre più vivacemente spinti dai loro specifici interessi e dalle loro più dirette aspirazioni, un'acuta insofferenza nei confronti degli attuali rapporti di potere e delle istituzioni su cui tali rapporti di fondano. Ciò non avvie­ne, almeno per quanto riguarda l'orientamento prevalente del movimento della pubblica opinione, in termini «qualunquistici»: la contestazione si orienta in senso democratico, tende ad articolarsi nelle forme dell'azione e della democrazia diretta. Ciò è particolarmente evidente nella conte­stazione studentesca, che costituisce, fino a questo momento, la mani­festazione più vistosa della crisi di regime in Italia - e che va inquadra­ta nello schema qui delineato, e non già direttamente nel quadro della «contestazione studentesca mondiale», che non è affatto unitario, an­che se, sul piano ideologico, per le reazioni emotive di fronte a certi fat­ti macroscopici (guerra del Vietnam, Guevara, etc.), per il gioco delle reciproche imitazioni, etc., e per certi aspetti anche sul piano sociale, giocano evidentemente nel movimento studentesco mondiale fattori e motivazioni comuni.

L 'inserimento del Pci nella maggioranza di governo potrebbe, con una certa probabilità, condurre alla soluzione della crisi - specie se at­tuato tempestivamente (…) Tuttavia [esso] (..) è in atto impossibile. Non è qui il caso di soffermarsi sui motivi, abbastanza evidenti, di que­sta impossibilità. Importante è, piuttosto, sottolineare che gli stessi di­rigenti del Pci si rendono conto che l'ingresso del Pci nella maggioranza governativa potrà avvenire, in un futuro anche non lontano, solo in vir­tù di una crescente pressione dal basso sui centri del potere borghese - donde la loro ambiguità nei confronti del movimento studentesco ed in genere dei movimenti di massa che si determinano o si delineano og­gi nel paese. È errato imputare tale ambiguità esclusivamente o princi­palmente alla preoccupazione che i dirigenti del Pci nutrono nei con­fronti delle tendenze della sinistra esterna. Tale preoccupazione esiste certamente, ma fino a quando la sinistra rimarrà divisa, e quindi inca­pace di assicurare una certa unificazione politica ed una certa coordina­zione organizzativa del movimento delle masse, cioè fino a quando non nascerà il nuovo partito rivoluzionario, non si tratta di un elemento che possa determinare il comportamento della dirigenza del Pci.

Non vi sono, d'altronde, in atto le condizioni per una soluzione di forza della crisi - anche se si vedono chiaramente i primi sintomi della preoccupazione borghese di predisporre, al di là della polizia e dell'eser­cito, gli strumenti che potranno servire all'uopo, al momento opportuno.

A breve termine, dunque, la crisi non ha soluzione, e la probabilità che il movimento di base si allarghi, estendendosi alla classe operaia, nel corso di quest'anno che vede importanti scadenze contrattuali a li­vello nazionale, il rinnovo del patto Nato, etc, sfiora quasi la certezza.”    MM1

 

Giugno 1969.  “Ora, finchè un mo­vimento del genere non si estende, in forma generalizzata, alla classe operaia, che, come tale, non è ancora intervenuta sulla scena politica, nonostante alcuni momenti acuti di lotta sindacale, la situazione può ancora esser controllata dal potere borghese, alternando i normali mez­zi di repressione poliziesca ed il gioco delle piccole concessioni. Ma vi sono già sintomi indicativi di una ripresa operaia, che tende a superare, nelle lotte sindacali e nelle manifestazioni di piazza, il controllo repres­sivo delle tradizionali (e più o meno integrate) organizzazioni sindacali. ” MM2

 

(1970)  A distanza di qualche anno, nell’ analisi del convegno sulla scuola del gruppo politico il manifesto (maggio 1970)  figura una osservazione quasi telegrafica sul ruolo che Mineo e i compagni riuniti del Centro di iniziativa politica de il manifesto di Palermo attribuivano al movimento studentesco. Esso veniva visto come un possibile “motorino d’avviamento” ad un processo rivoluzionario, ma a differenza che alla classe operaia, non gli si attribuiva la possibilità di mettere in crisi il sistema capitalistico nelle sua basi economiche e sociali fondamentali.

 

Maggio 1970  “C'è una divergenza tra una impostazione, che vede il movimento, studentesco, anche in Italia, come espressione di una crisi del sistema,  e la nostra posizione per cui il movimento studentesco del 1967-68 in Italia è visto soprattutto in funzione di una crisi di regime. Certo, la crisi di regime può ben portare alla crisi del sistema; ma è questione d'intendersi, qui, circa la dialettica reale dei processi e dei vari livelli di coscienza. ”  MM3

  

(1973)  Nell’ aprile del 1973  Mineo partecipa al dibattito “Spazio e ruolo del riformismo” su  il manifesto assieme a Sylos Labini, Graziani, Lombardi, Napoleoni, Magri, Parlato, Rossanda, Ruffolo,  Lettieri, Benvenuto,  La Malfa6. La crisi economica e politica italiana gli appare “entrata nella sua fase più acuta” anche se “in teoria può ancora essere superata”. Ma le condizioni (che non si verificheranno) sono assai severe. Il fatto è che la crisi economica di quegli anni ha prodotto un effetto potenzialmente dirompente, si è trasformata in crisi politica. Questa ha assunto le forme di crisi di regime e la crisi di regime è diventata anche una crisi di sistema. È qui l’affermazione che la crisi di regime “ in fin dei conti duri dal 1963 - 64”, cioè ha avuto ben dieci anni di maturazione. Qui come in altre occasioni si ripresenta la differenza tra “crisi di sistema” e “crisi di regime”. 

 

Aprile 1973  La crisi economica e politica italiana è probabilmente entrata nella sua fase più acuta. È quindi necessario comprenderne la meccanica vir­tuale, se non vogliamo esser sorpresi dai suoi sviluppi effettivi, in cui ovviamente c'è posto per l'errore, per le imprevedibili casualità, per le apparenti inversioni in corso, etc. E se vogliamo coerentemente operare, costruirci un ruolo che ci consenta di bloccare, se non addirittura di spez­zare il meccanismo.

 

l) La crisi economica, in teoria, può ancora essere superata, il mo­dello di sviluppo capitalistico può essere rilanciato - sempre che sul piano internazionale non si apra una fase di stagnazione generale, di cui, per il momento, non è dato scorgere alcun sintomo. Certo, non è possibile, nemmeno in teoria, il rilancio dello stesso modello di sviluppo del 1952-63, fondato, come tutti sanno, sui bassi salari e sull'esportazione. Bisognerà che il capitalismo italiano accetti un più alto livello salariale, e punti un po' meno sull'esportazione. Ma in ogni caso una ripresa (a saggi più bassi di quelli del 1952-63) della cre­scita economica richiede precise, indispensabili, condizioni:

 

1.         un governo forte e stabile,

2.         un sistema tributario moderno ed efficiente,

3.         una burocrazia capace,

4.         una linea organica di politica economica

 

che sappia guadagnarsi l' appoggio dei sindacati, che riduca gli sprechi e le rendite, consenta la ra­zionalizzazione (e dunque la competitività internazionale)  della industria di esportazione, garantisca mediante investimenti pubblici (quantitati­vamente e qualitativamente adeguati) un certo livello della domanda in­terna e dell'occupazione, nonché il contenimento dell'inflazione da una parte e di certe voci passive della bilancia commerciale dall'altra, e che sappia infine trovare nuove fonti di rifornimento di materie prime e nuovi mercati di sbocco all'Est e nei paesi in via di sviluppo.

È  evidente, a mio avviso, che non esistono oggi, in Italia, né le condizioni tecniche, né quelle politiche per un'operazione riformista di così vasta portata. Di qui la crisi politica, che è crisi di regime perché esprime, prima di tutto, l'incapacità soggettiva della borghesia capitalistica italiana di riformare il quadro istituzionale quanto è necessario e sufficiente per far funzionare un sistema economico la cui struttura di base è profon­damente cambiata dagli anni cinquanta in poi, di accettare insomma i nuovi dati di una struttura industriale aperta, nel quadro di un capitali­smo «maturo» od «opulento».

Ed è anche crisi strutturale, non solo perché in questo tipo di capi­talismo lo Stato è strumento per la produzione, il realizzo e la ripartizio­ne del plusvalore, sicchè non è davvero strano che la crisi di regime (che in fin dei conti dura dal 1963-64) abbia condotto l'economia italiana alla stagnazione. Ma anche perchè, essendo nel 1968 entrato in crisi a livello storico-mondiale quel modello di capitalismo «opulento», il ritar­do della borghesia italiana nell'adeguarsi ai nuovi dati ha fatto tramon­tare ogni possibilità di compromesso giolittiano tra industriali «progres­sivi» e classe operaia, ed ha provocato la paralisi e addirittura la marce­scenza, del quadro istituzionale esistente. “  MM4

 

 

Pochi mesi dopo Mineo torna sull’argomento e osserva che la profondità della crisi non è determinata dalla presenza di una “corposa e reale alternativa rivoluzionaria”, ma dalla incapacità delle classi dirigenti di conseguire nuovi equilibri.  Richiamiamo brevemente gli eventi storici a cui il testo allude. Si tratta della fase apertasi in Francia dopo i governi Poincaré (1922-24 e 1926-29) che avevano dato una temporanea stabilità politica e sociale al paese di fronte ad una crisi che risaliva almeno alle elezioni del 1919. Fra il 1929 ed il 1936 i governi non riescono a ottenere una solida maggioranza e si succedono una ventina di crisi ministeriali, mentre la Grande Depressione investe tutta l’Europa. Le destre assumono l’iniziativa politica mettendo in questione il sistema parlamentare e la Repubblica, creando organizzazione paramilitari e dando vita nel febbraio del 1934 ad un tentativo di colpo di Stato. La costituzione di un fronte popolare ottenne nelle elezioni del 1936 un grande successo dando vita al governo di Blum, che aprì fra le masse popolari esagerate speranze, sconfitte dalla “sciopero del capitale” che emigrò in massa all’estero. Il successivo governo di Daladier del 1938 fu una vera e propria restaurazione borghese e condusse la Francia nella II guerra mondiale.  

Un secondo episodio, sempre legato alla storia della Francia moderna fu la crisi della IV Repubblica francese (1958-1959) con il suo rapidissimo tracollo e il passaggio alla V repubblica (quella che  - sia pure con alcune modifiche è ancora oggi il regime politico della Francia). Su questa fase della storia di Francia riportiamo una efficace e rapida sintesi di Maurice Duverger7:

 

La naissance de la Ve République.  Le 13 mai 1958, une émeute locale survenue à Alger, grâce à la carence des autorités chargées de maintenir l'ordre, provoqua la désintégration de la IVe RépubIique. Le 1er juin, l' Assemblée nationale, sous la pression de l'armée - mais non sans un soulagement secret - investit le général de Gaulle comme chef du Gouvernement; le 3 juin, elle lui donna le pouvoir de préparer une Constitution nouvelle, qui devait être soumise à réferéndum populaire. Le 28 septembre, le projet ainsi rédigé fut approuvé par près de 80 % des votants; il fut promulgué le 4 octobre: la Ve République était née.

 

Come si vede tra lo scoppio della crisi (13 maggio 1958) e la sua soluzione pilotata (4 ottobre 1958) passano appena cinque mesi. Da qui il suo assurgere a modello di soluzione autoritaria “morbida”  per eccellenza che diede la stura in Italia ad una serie di neologismi (il tentativo neogollista, la tentazione neogollista etc.).  All’epoca del colpo di Stato “morbido” del generale De Grulle, Mineo era un uomo politico adulto, già formato. Logico quindi che ne apprezzasse in pieno il significato e la considerasse come una delle possibili soluzioni della crisi offerte alla borghesia italiana. Il fattore generazionale lo legava ad un altro politico di sinistra, Aldo Natoli, il quale - unico del gruppo originale del manifesto - scrisse due interventi sull’argomento, in sostanziale consonanza con le ipotesi avanzate da Mineo8, pur non facendo uso del termine di “crisi di regime”. Gli altri leaders del manifesto preferivano parlare di “crisi di sistema come conseguenza della maturità del comunismo”, mentre la generazione del ‘68 fu estranea e refrattaria a questa riflessione.

 

Maggio 1973  -  “Di «crisi di regime», credo, si è cominciato a parlare in Francia, negli anni '30. In ogni modo, io uso questa espressione come sinonimo di crisi del quadro istituzionale - in primo luogo, ovviamente, delle istituzioni politiche: governo, parlamento, partiti, sindacati, corpi se­parati dello Stato - delle società borghesi del nostro tempo. Una crisi profonda che ha, logicamente, le sue radici in determinate modificazio­ni della struttura economico-sociale, ma che appare provocata, in via di­retta ed immediata, non già dalla presenza corposa di una reale alternati­va rivoluzionaria, bensì dall'incapacità della classe dirigente di conse­guire, attraverso nuove, stabili alleanze ed adeguate riforme del quadro istituzionale, nuovi equilibri. La presenza di potenti organizzazioni sin­dacali e politiche riformiste consente ad una crisi di questo tipo di «cro­nicizzarsi», pur passando attraverso fasi alterne di acutizzazione e di quiescenza. Prima o dopo si giunge però alla resa dei conti: o la situazio­ne evolve in senso rivoluzionario, oppure si giunge ad una soluzione au­toritaria della crisi. È mia opinione - e mi pare di averlo già detto più volte - che in Italia ci stiamo avvicinando alla stretta finale.

È possibile che la crisi di regime sia, in una situazione di capitali­smo maturo, la forma in cui si manifesta la crisi generale del capitali­smo. Ho accolto fin dal  1969 questa ipotesi. Non ho mai creduto che la crisi generale del sistema debba, prima o poi, esplodere più o meno ne­cessariamente in una generale stagnazione economica, o comunque in una «catastrofe». Mi sembra abbastanza probabile che le contraddizio­ni caratteristiche del capitalismo monopolistico di Stato sottopongano le fondamentali istituzioni della società borghese ad un processo di logoramento, di disgregazione, addirittura di putrefazione.

Schumpeter alcuni decenni addietro, svolse a questo proposito alcune osservazioni molto acute, che varrebbe la pena di riprendere. Tuttavia, i rapporti tra crisi di regime e crisi di sistema andrebbero studiati a fondo. (…) Po­liticamente parlando, d'altronde, è sufficiente accogliere l'ipotesi che un rapporto anche se non semplice ed immediato, tra le due cose vi sia.

Per quanto riguarda la terza domanda che mi avete posto, mi pare che la risposta sia abbastanza facile. La presenza di una forza rivoluzio­naria organizzata - naturalmente, credibile per qualità e dimensioni - nel quadro della situazione italiana (così come io lo vedo) significhe­rebbe la possibilità concreta di uno sbocco rivoluzionario della crisi. Di­co «possibilità», non certezza e nemmeno probabilità. Non ho mai con­diviso il semplicismo di quei sedicenti «marxisti-leninisti» i quali cre­dono che basti il partito rivoluzionario per fare la rivoluzione. Ma mi sembra abbastanza evidente che se nei prossimi mesi non riusciremo a costituire una consistente aggregazione politica alla sinistra del Pci, non vi sarà alcuna prospettiva di sbocco positivo per il movimento di massa, quand'anche questo movimento assumesse una portata, esprimesse una forza d'urto superiore a quella del movimento del '68-'69.   MM5

 

Sottolineando l’aspetto sovrastrutturale e politico della crisi Mineo voleva richiamare due importanti elementi. Uno è il vuoto di direzione che si manifesta nelle crisi di regime e che ne rappresenta il dato fondamentale. Il  secondo elemento (strettamente legato al primo) è che la soluzione  della crisi non sta nella lenta, progressiva e compiuta costruzione di un nuovo blocco egemone (che come ogni processo sociale e ideologico richiede tempo e trasformazioni profonde), ma nel coaugulare a breve-medio termine, attorno ad un programma politico-istituzionale transitorio, una coalizione  capace di attraversare vittoriosamente la crisi rivoluzionaria e quindi di garantire il nuovo quadro istituzionale, funzionale alla costruzione del nuovo blocco egemone. Resta inteso che premessa indispensabile di tale nuovo quadro è la rottura rivoluzionaria.

In tal senso la crisi di regime per il movimento operaio italiano era un rischio e una possibilità. Il rischio era rappresentato dalla soluzione autoritaria, dai progetti che allora furono detti gollisti, del golpe bianco o del golpe tout court, finalizzati a ricompattare il blocco dominante, oltre che sottomettere quello popolare. La possibilità, invece, era che si aprisse uno spiraglio che facesse precipitare la crisi politico-istituzionale in una crisi pre-rivoluzionaria nella quale  un partito rivoluzionario preparato potesse giocare, freddamente, tutte le sue carte.

Il tempo è un aspetto essenziale della battaglia politica in una crisi di regime perché è in gioco la capacità di unificare a breve-medio termine una coalizione sociale attorno ad un programma politico-istituzionale transitorio. Il tempo è tanto più importante per una coalizione di classe alternativa, la quale ha un programma di radicale trasformazione della struttura sociale e quindi richiede un blocco sociale veramente nuovo.

Ovviamente si trattava di una dinamica che l’analisi poteva tratteggiare in via ipotetica: molto sarebbe dipeso dalle azioni effettive dei protagonisti della battaglia politica e sociale. La crisi di regime apriva spazi all’intervento soggettivo programmato e il risultato della crisi stessa non stava nelle cose, ma, entro certo limiti, nella capacità dei soggetti politici.

Come Mineo sostenne a più riprese, la cronicizzazione della crisi di regime, cioè il rimandare la sua soluzione nel tempo, poteva avere solo effetti di disgregazione sociale e morale, che non favorivano il maturare di una alternativa politica e sociale, ma al contrario, la sua risoluzione in termini  autoritari e di sostanziale conservazione dei rapporti di forza dominanti.

Da ciò l’insistenza sulla necessità di uno strumento organizzativo - il partito - costruito in funzione dei compiti che la crisi imponeva e che Mineo propose insistentemente alle avanguardie del ’68, ai militanti usciti da quella esperienza. Tale partito era necessariamente un partito di stampo leninista, anche se non scolasticamente ortodosso («qualsiasi imbecille è oggi pronto a dirci che non si tratta di conquistare il Palazzo d’Inverno»)9.

 

(1974)  Questo è forse il testo più ampio ed articolato sul tema. Si tratta dell’intervento di Mineo ad un seminario del novembre del 1974 presso l’Istituto di studi sulla società contemporanea, presieduto da Lelio Basso e a cui partecipavano, fra gli altri,  Galasso, Rodotà e Donolo. Il seminario fu organizzato dal Collettivo politico di Giurisprudenza dell’Università di Roma, organismo in cui erano attivi i compagni romani di Praxis. Qui Mineo abbozza una cronologia della crisi di regime, una spiegazione dei motivi storici che l’hanno causata e che impediscono alle classi dominanti italiane la sua soluzione. Profetica, purtroppo, la nota finale sulla “totale abdicazione delle classi subalterne e delle loro espressioni istituzionali”.

 

Novembre 1974  -  “Quando parliamo di crisi di regime, però, ci riferiamo ad una situazione molto più specifica e qualitativamente differente. Qui la crisi istituzionale, e soprattutto la crisi del quadro istituzionale politico, espri­me immediatamente uno sfaldamento in atto del blocco borghese domi­nante che non si risolve nei termini delle contraddizioni generali del sistema. Così, in Italia, la crisi di regime si determina come conseguen­za delle modificazioni strutturali indotte dallo sviluppo economico ac­celerato del decennio 1953-62, le cui modalità e ritmi provocano una «surde-terminazione» delle contraddizioni, nel senso che le nuove con­traddizioni di una società giunta alle soglie della «opulenza» si cumula­no alle vecchie, modificandole certo, ma senza superarle.

Questo tipo di crisi non si verifica nel vivo della lotta di classe: lo sfaldamento del blocco borghese ha la sua genesi all'interno del bloc­co stesso. È la crisi della formula politica, della mediazione che lo tene­va unito, che si manifesta nella totale incapacità dei gruppi dirigenti di adeguare il quadro istituzionale alle mutate esigenze dell'economia e della società, imponendo all'intero schieramento borghese le «riforme» neces­sarie per il mantenimento del suo dominio, cioè nuove istituzioni, nuo­vi comportamenti, nuova «disciplina». Questa incapacità deve essere spiegata, nelle diverse situazioni specifiche.

Così, in Italia, appare a prima vista incomprensibile che, nonostante il campanello d'allarme suonato dalla recessione del 1963-64, le forze economiche dominanti non si sia­no rese conto del fatto che il modello di sviluppo fondato, come tutti sanno, sui bassi salari e sull'esportazione era destinato ad arrestarsi da un momento all'altro, che il governo di centrosinistra si sia dimostrato organicamente incapace di porre in essere le condizioni politiche e gli strumenti tecnici necessari per una «programmazione», o, se si preferisce, per una politica economica razionalmente ispirata ad una previsione, quan­to meno, di medio periodo, etc.

Non voglio entrare nell'analisi delle  cause di questa incapacità (…). Mi limiterò ad avanzare l'ipotesi che, da una parte, un grado insufficiente di concen­trazione del capitale industriale privato (e quindi una sua scarsa autono­mia, una sua insufficiente attitudine a imporre modelli «efficientistici» alla società e allo Stato), e, dall'altra, il peso eccessivo (in termini di pa­rassitismo, di corruzione, di dequalificazione dell'apparato statuale) del nuovo feudalesimo, costituito dalle grandi aziende pubbliche, pratica­mente libere da ogni controllo, sia del mercato che dello Stato, abbiano determinato questa situazione di impotenza, ancor più delle peculiari caratteristiche ideologico-politiche della Democrazia Cristiana.

Ancora, questo tipo di crisi non può essere superato dalla classe dominante attraverso parziali modificazioni, in senso autoritario, del qua­dro politico della democrazia popolare. Una soluzione di tipo «bona­partista», di riformismo autoritario, appare necessaria, almeno per un certo periodo. (Il che non significa affatto che sia una soluzione suffi­ciente, ove non concorrono circostanze economiche, interne ed interna­zionali, favorevoli).

A meno di supporre una totale abdicazione delle classi subalterne e delle loro espressioni istituzionali, per quanto riformiste, il blocco borghese non può ricostituirsi, con la necessaria rapidità, nel quadro del regime democratico-borghese. In presenza di una pur mode­sta accentuazione, o ripresa, della lotta di classe, in questo quadro, il suo ulteriore sfaldamento è inevitabile, e, data la funzione che il potere politico assolve, o dovrebbe assolvere, nel capitalismo monopolistico di Stato, la crisi economica è quasi inevitabilmente destinata a seguire alla crisi di regime. Che così diviene crisi organica o, se si preferisce, crisi di sistema.

Così è avvenuto in Italia, dove la risposta (o più esattamente la man­canza di risposta) del potere nei confronti del movimento studentesco del 1968 (…) costituì il sintomo evidente dell'emergenza di una crisi di regime, che, dopo l'au­tunno caldo del '69, e le conseguenze che la lotta operaia ebbe sui meccanismi centrali del modo di produzione, si è sviluppata come crisi organica. La crisi economica internazionale scoppiata alla fine del 1973 ha dato l'ultimo tocco a questo quadro, rendendo evidente a chiunque voglia intendere l'irrevocabilità della crisi di sistema, e la sua tendenza a precipitare, in tempi relativamente brevi, verso uno sbocco dramma­tico - la rivoluzione proletaria o una dura e sanguinosa reazione. 

È in questo preciso significato che avevo avanzato fin dal 1968-69 l'ipotesi che si fosse determinata in Italia una crisi di regime, e che fos­se questo il dato specifico per cui il nostro paese rappresenta, in questa fase storica, l'anello più debole della catena imperialistica.” MM6

 

(1977) Dal novembre 1974 al periodo imprecisato (forse l’autunno) del 1977 a cui risale il testo seguente v’è un intervallo di circa due anni e mezzo. Questa assenza di scritti si spiega con l’impegno militante cui si dedicò Mineo in quegli anni importantissimi, cruciali anzi, per la crisi italiana.

Senza alcuna pretesa di completezza, i fatti più eclatanti di quel periodo sono i seguenti. Innanzitutto ricordiamo lo choc provocato in Italia dal golpe cileno del 1973, poi la crisi economica del 1973-74 che precedette e fece da detonatore alla crisi politica.  Nel 1974 si tenne il Referendum sul divorzio e il NO all’abrogazione vinse con il 59% dei voti.

Nel giugno 1975 vi furono le elezioni amministrative che videro una forte sconfitta della DC e un’ avanzata del PCI. L’ipotesi di un “governo delle sinistre” diventò così una concreta possibilità e costrinse tutti i partiti a studiare concretamente come affrontare tale evenienza.  La crisi delle istituzioni andò avanti drammaticamente, in mezzo a complotti, trame eversive e scandali enormi. Il generale Maletti, ex capo dei servizi segreti fu arrestato nel quadro delle indagini sulle trame nere, scoppiarono il “caso Lockheed” (con le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone) e il “caso Banco Ambrosiano – Sindona”.

Nel giugno 1976 si tennero ancora una volta elezioni politiche anticipate. Netta affermazione del PCI, però il previsto “sorpasso” ai danni della DC non si realizzò, essa anzi recuperò buona parte dei voti persi. Cattivo risultato di DP, pessimo  del PSI come dei piccoli partiti alleati della DC. 16 luglio, Bettino Craxi fu eletto segretario del PSI e si costituì un governo monocolore DC (Andreotti III), che durò in carica dal luglio 1976 al marzo 1978, sostenuto dalla “non sfiducia” del PCI. Nel gennaio del 1977 scoppiò il “Movimento del ’77”. A Roma il movimento studentesco cacciò Luciano Lama dall’Università (febbraio); a Bologna ci furono gravissimi scontri (marzo). La crisi dei gruppi extraparlamentari di sinistra, iniziata già dopo il golpe cileno divenne verticale e si assistette alla nascita e crescita impetuosa dell’Autonomia Operaia e del movimento femminista. Le BR ed altri gruppi armati di sinistra iniziarono una impressionante e sistematica campagna terroristica. 

In questo periodo la battaglia politica di Mineo e dei compagni che lo accompagnavano si concretizzò nel tentativo di convincere la sinistra rivoluzionaria della possibilità che il ciclo aperto dalla crisi di regime producesse una congiuntura favorevole per l’iniziativa della sinistra. L’implosione (possibile, attesa) del sistema democristiano apriva tante possibilità: il “governo delle sinistre”, l’acutizzarsi della crisi sino a ipotizzare l’evenienza di una crisi rivoluzionaria. I tempi della crisi erano comunque brevi. Nel 1973 era stata fondata la cooperativa editoriale Praxis,  come strumento per parlare a tutti i quadri della nuova sinistra. Nel 1975 il gruppo (che poteva contare su alcune, poche, centinaia di compagni) costituì una frazione organizzata all’interno del manifesto e si impegnò a fondo nel tentativo di sollecitare la sinistra rivoluzionaria e la nascente Opposizione operaia.  Esso venne però espulso da il manifesto nel 1976, anno in cui uscì la rivista praxis.

Quello che segue è  la conclusione di un corso di dodici lezioni su “Il marxismo e lo Stato” tenute ai giovani del centro praxis di Palermo, che le registrarono, le sbobinarono e le sottoposero ad un rapido esame di Mineo.  Il testo riflette bene lo stato d’animo e lo stile diretto, franco con cui Mineo affrontava la discussione politica.

 

(Autunno 1977)  “Arrivo alla conclusione: sia per quanto riguarda gli apparati, sia per quanto riguarda i « valori » che comunque fanno parte della le­gittimità dello Stato, della sua autorità, della sua repressione, di tutti i suoi interventi, etc., la crisi è abbastanza verticale e nera e tale da non potere essere risolta se non attraverso soluzioni drastiche, cioè di tipo chiaramente e apertamente reazionario. Quanto alle conseguenze che ciò può comportare è abbastanza evidente che se andiamo avanti su que­sta linea lo scontro diventerà sempre più sociale, diretto, violento (…) Da questo punto di vista - cari ragazzi che avete molta voglia di vivere e di affermare i vostri bisogni, è bene che vi mettiate il cuoricino in pace: nei prossimi cinque anni, a meno che non ci siano sbocchi risolutivi a destra o a sinistra, la violenza a tutti i livelli au­menterà e vi coinvolgerà, lo vogliate o no.

Non immaginate che ve la possiate cavare andando a casa, così come non se la caveranno quelli che dimenticano la politica col privato, il personale, che si danno alla droga, perché o si drogano o abbiano il « personale » o facciano le femministe o facciano gli hippies o vadano dipinti da indiani, alla resa dei conti ci arrivano lo stesso. Questo discorso lo faccio con una certa durezza, perché ho l'impressione che molti compagni che sono entrati in crisi in questi ultimi anni, queste cosucce le abbiano dimen­ticate: pare che debbano fare politica semplicemente perchè gli va di farlo. Siamo arrivati a questo punto, dopo anni di grida scomposte e ultrarivoluzionarie, che ormai uno la politica la fa se la vuole fare, è una scelta, un divertimento, un hobby: la voglio fare, non la voglio fare, adesso mi annoia, mi disgusta. Benissimo, la farete lo stesso.

Sono vecchio (…) questo clima l'ho visto nel 1939-40, quando stava arrivando la guerra e quando naturalmente una parte della gioventù, che non era completamente idiota o disonesta (e quella universitaria e liceale non era né idiota, né disonesta) capiva che le cose si mettevano male. Però c'era la rassegnazione al fatto compiuto, o l'illusione dello stellone d'Italia. Veramente quella odierna è già l'atmosfera della sconfitta storica. Quando la gente, specialmente la gente di un certo tipo, gli intellettuali, etc., crede che fare politica, non fare politica, prendere posizione, non prendere posizione, sia un caso assolutamente personale e che in pratica le cose andranno come an­dranno, o ci sarà qualche caso fortunato che ti permetta di cavartela, o collettivamente o individualmente, quando siamo a questo, vi dico già che sul piano soggettivo abbiamo perso. È un sintomo.

Che qualcuno si rilegga i libri sulla Francia del '39. Quando parlo di crisi di regime, e ne parlo già da parecchio tempo, ho avuto sempre presente la situa­zione francese. Rileggete queste cose e vedrete che la logica profonda di questi atteggiamenti e comportamenti è una delle condizioni pri­marie della sconfitta. Questo tipo di « crisi esistenziale » è scoppiata dopo il 20 giugno 1976 e si stava diffondendo in certi strati: io spero che non si diffonda anche nella classe operaia. Se dovesse accadere questo veramente la sconfitta è certa. Sarà più o meno lontana, perché dipende dalla capacità dell'avversario e anche l'avversario, per fortuna, par­zialmente è in crisi, però a quello si arriva.” MM7

 

(1979)  Il testo che segue fu pubblicato prima delle elezioni politiche anticipate del 3 giugno 1979 con il titolo “L’alternativa è impossibile?”

 

Giugno-luglio 1979.   “Alcune rapide precisazioni (…) per evi­tare fraintendimenti (…).  In primo luogo, noi non sottovalutiamo per nulla i pericoli di invo­luzione autoritaria che la crisi di regime quasi automaticamente com­porta. Tuttavia, l'ipotesi di una svolta autoritaria indolore, del colpo di Stato semilegale, che si è più volta affacciata in questo paese parten­do dalla stessa Dc (1953: legge truffa; 1960: Tambroni; poi Segni e ne­gli anni '70 Fanfani), non è più credibile. L'esperienza ha dimostrato che la Dc non è capace di attuarla, così come non è capace di creare un regime fondato su una stabile alleanza col Pci, che risulterebbe in­dubbiamente autoritario.  Né vi è ancora in Italia un progetto ed un sog­getto credibile di una svolta autoritaria, violenta, di tipo «fascista». (…)  Per questo noi consideriamo un gravissimo errore il ripiegamento della sinistra sulla difesa della libertà e della democrazia come terreno centrale della lotta politica.  Questo ripiegamento difensivo non è che la proiezione esterna della convinzione della propria debolezza, della scon­fitta ormai quasi consumata. La Prima Repubblica italiana è storicamen­te condannata e non c'è Pci che tenga capace di salvarla. La libertà e la democrazia si possono salvare in questo paese - ce n'è ancora larga­mente la possibilità - ma solo attraverso una battaglia offensiva, di classe, che ci conduca fuori dal sistema capitalistico internazionale.

In secondo luogo, è bene precisare che noi non ci facciamo alcuna illusione sulla possibilità di riguadagnare il Pci (e non solo il suo quadro dirigente, ma anche la maggior parte della sua «base») alla causa della rivoluzione. Quel che noi contestiamo alla cosiddetta sinistra rivoluzio­naria è la rozza stupidità che si manifesta a volte nell'individuare nel Pci il nemico principale (con la conseguenza di portare lo scontro politi­co fino allo scontro fisico) e a volte nel ritenere insignificanti le sue contraddizioni interne come se queste non riflettessero le contraddizio­ni crescenti che si vanno aprendo tra il partito stesso e l'intera area «ri­formista», che comprende ancor oggi la grande maggioranza della classe operaia occupata.

In terzo luogo, noi non abbiamo mai fatto concessione all'operai­smo, vecchio e nuovo. Non ignoriamo affatto che vi sono strati operai corrotti, che vi sono gravi divisioni all'interno stesso della classe ope­raia, e che su ciò gioca il padronato per creare nuove aristocrazie ope­raie per riacquistare pienamente il potere in fabbrica, trovando su que­sto terreno momenti di collusione col sindacato, anch'esso preoccupato di mantenere in fabbrica consenso e potere.

Con tutto ciò, noi pensia­mo che sia completamente idiota mettere in questione la centralità della classe operaia (di fabbrica) all'interno di un progetto rivoluzionario, con­siderare «integrata» (o tendenzialmente «integrata») la classe operaia occupata, regalare al nemico di classe interi settori della classe operaia in una fase in cui, sia a causa della crisi sia a causa delle difficoltà del recupero della «professionalità» all'interno di certi processi di ristrut­turazione, la costituzione di vere e proprie «aristocrazie operaie» è tut­t'altro che facile.

Noi ci rendiamo perfettamente conto che ricostruire una reale unità della classe operaia e con essa la sua capacità di aggrega­re effettivamente un blocco anticapitalista, di porsi come soggetto rivo­luzionario egemonico, implica una dura e difficile lotta ideologica e po­litica all'interno della classe, una vera e propria «ri- voluzione culturale». Ed è questo il senso dei nostri discorsi sul programma economico di parte operaia e sui compiti dell'Opposizione Operaia. È un compito duro e difficile, ma nessuna ricerca di «nuovi soggetti rivoluzionari» può sosti­tuirlo.

Tutto ciò non significa affatto che noi ignoriamo i processi di tra­sformazione che sono avvenuti in questi ultimi trent'anni all'interno stesso della classe operaia, e che sottovalutiamo le istanze che da processi og­gettivi di «proletarizzazione» e dalla profondità della crisi dell'intero assetto sociale vengono avanti prepotentemente - i disoccupati, i gio­vani, le donne, etc. Il punto è che, a nostro avviso, questi problemi pos­sono essere affrontati adeguatamente, a livello teorico come a livello pra­tico, soltanto da un partito rivoluzionario - che significa un program­ma, una strategia, un'organizzazione ed una tattica - e che questo par­tito rivoluzionario non può nascere se non da una reale avanguardia ope­raia, di massa. Ed in questo senso noi vediamo nell'Opposizione Ope­raia - che al momento è appena un embrione di progetto e di organiz­zazione, ma che, a nostro giudizio, è matura come esigenza, in parte anche inconscia, di ampi settori della classe operaia di fabbrica - il luogo in cui può costituirsi questa avanguardia.

Il progetto rivoluzionario

Ci rendiamo perfettamente conto che tutto ciò può sembrare uto­pia, folle riproposizione di vecchi schemi leninisti, etc., a chi considera ormai consumata la sconfitta operaia, superata o in corso di superamen­to ormai la crisi economica internazionale ed ancora una volta vincente il capitalismo, e s'interroga più o meno angosciato sulla «crisi del mar­xismo» e sul fallimento della rivoluzione comunista. Ma non sono forse queste le motivazioni che hanno disgregato l'area del '68 e l'hanno por­tata a rimorchio dei radicali di Pannella?

A noi sembra invece che un'analisi fredda e realistica della situa­zione italiana e di quella del capitalismo internazionale non porti affat­to alla conclusione che i giochi sono chiusi.

Ci sembra, in ogni caso, as­solutamente folle l'idea che il capitalismo possa uscire dalla crisi con so­luzioni «neo-liberiste» come quelle che da qualche tempo vengono avan­zate dai vari Milton Friedman e Guido Carli, e che oggi trovano ascolto non solo fra i conservatori della signora Thatcher ma anche fra i sociali­sti di Craxi ed alla Rocard. Coloro i quali pensano, che tutto sommato, si può vivere molto meglio nei paesi capitalistici avanzati - e magari parlare di rivoluzione - anzichè nei paesi del socialismo reale, non si rendono conto che il capitalismo non può uscire dalla crisi attuale, imponendo nuovi schemi di ristrutturazione e di divisione internazio­nale del lavoro, se non rafforzando i meccanismi di programmazione e di controllo sociale che caratterizzano il capitalismo di Stato, a tutti i livelli.

Il rilancio del progetto comunista resta quindi la sola speranza del nostro tempo. La rivoluzione è possibile, anche in Europa. Questi, del resto, sono stati i messaggi reali del '68. A dieci anni dal '68, però, dob­biamo renderci conto che non è nei termini ideologico-utopistici del '68 che il problema della rivoluzione socialista nei paesi capitalistici «matu­ri» può essere posto.    MM8

 

Nel febbraio del 1980 la seconda di copertina del n. 44-45 della rivista annuncia che  Praxis come gruppo politico (…) chiude praticamente la propria attività, forse questo è anche l’ultimo numero della rivista. (…) La difficoltà principale è di mantenere – una volta chiusa l’attività politico-pratica del gruppo (…) quella fisionomia e quella funzione politica che, crediamo, ha caratterizzato in questi quattro anni la nostra rivista”. Il mensile tuttavia proseguì le sue pubblicazioni per tutto il 1980, successivamente si trasformò in trimestrale per cessare definitivamente la pubblicazione nel 1984.

 

(1981)  Quelli che seguono sono i paragrafi finali della relazione tenuta da Mineo al Seminario nazionale del gruppo Praxis tenutosi a Velletri nell’estate del 1981. Oggetto di queste righe è la questione del coinvolgimento del Pci nella crisi di regime.  Si era ancora molto lontani dalla evaporazione politica dei nostri giorni, ma il processo era iniziato ed appariva con chiarezza. E concludeva affermando l’opinione che forze socialdemocratiche non fossero in grado di dare soluzione alla crisi. Dopo un quarto di secolo rileggiamo queste durissime parole: «è (...) probabile che la classe operaia italiana abbia bisogno di consumare sino in fondo una siffatta esperienza per maturare un’autentica coscienza rivoluzionaria in termini adeguati all’attuale fase storica. In atto, comunque, una prospettiva ed un progetto rivoluzionario non esistono nel nostro paese, anzi la prospettiva più probabile è quella della involuzione reazionaria».

 

Novembre 1981.  “Nella crisi di regime (…) anche il Pci è coinvolto. Che vi sia coinvolto meno degli altri partiti è fuori di dubbio, ma non basta. È questa la prin­cipale ragione per cui cautele, diplomatismi, tatticismi incidono seria­mente sulla sua credibilità, dando alla gente l'impressione dell'ambigui­tà e della doppiezza. Ma soprattutto è questo l'elemento che, anche sul piano soggettivo, rende difficile al partito (ossia agli apparati ed al qua­dro attivo) di ritrovare la via di un rapporto reale con le grandi masse.

Le compromissioni col potere  (particolarmente evidenti nel quadro me­ridionale); il fastidioso perbenismo, l'arrivismo e l'arroganza dei giova­ni funzionari; uno smaccato istituzionalismo, particolarmente contro­producente quando tutte le istituzioni hanno ormai toccato il fondo; la preoccupazione di mantenere l'immagine del Pci come «partito d'ordi­ne » - sono questi gli aspetti in cui si manifesta soggettivamente il coin­volgimento del Pci nella crisi e la sua difficoltà a giocare seriamente la carta del movimento di massa. Per essere ad un tempo «partito di go­verno» e «partito di lotta», come pretende Berlinguer, occorrerebbero un apparato ed un quadro attivo di qualità molto superiore a quelli di cui il Pci dispone. Ed è forse la coscienza di questo grosso limite che può spiegare, in certa misura, la mancanza di coraggio e le indecisioni della gestione berlingueriana, ed i tempi lunghi all' opposizione di Ingrao.

In conclusione, mentre vi è oggi in Italia la possibilità concre­ta che si sviluppi un movimento di massa capace di aprire una prospetti­va diversa da quella dell'ulteriore degradazione e dell'involuzione auto­ritaria, non è affatto sicuro - anzi, è piuttosto improbabile - che il Pci sia in grado di svilupparne le potenzialità quanto occorre e basta per determinare la definitiva rottura del regime.

Senza farci troppe illu­sioni - è possibile che sia troppo tardi, che la disgregazione e putrefa­zione della società italiana sia ormai troppo avanzata - noi pensiamo che esistano oggi le condizioni che possono consentire anche a gruppi ristretti di militanti di sinistra di operare efficacemente per la costru­zione di un movimento di massa e per il rilancio di un reale dibattito sui temi della pace, del programma economico, della crisi di regime e della riforma istituzionale, coinvolgendo nel movimento e nel dibattito il Pci.

Non si tratta, sia ben chiaro, di «fiancheggiare» il Pci, ma di co­stringerlo ad impegnarsi seriamente nell'azione di massa, di obbligarlo al confronto sulla strategia, sulla tattica, sul programma di fronte alla propria base ed alle grandi masse - in una parola, di passare all'offensiva.

Il vero problema ci sembra sia quello di coordinare le attività di quei gruppi, che pure esistono ma che, divisi, disperdono i loro sforzi, verso precise iniziative di cui occorrerebbe al più presto definire i tempi ed i modi. In questa direzione ci sembra quanto mai valida la proposta di Federazione che è stata avanzata, anche se in termini ancora troppo vaghi, dai compagni della Lega socialista.

Ci rendiamo conto delle diffi­coltà, ed anche dei pericoli, sottolineati sul «Manifesto» da Rossana Ros­sanda (nel numero del 16 ottobre), ma non ci sembra che gli uni e gli  altri siano insuperabili, se soccorre la volontà di accantonare preconcet­ti ideologici e meschini settarismi di bandiera. Occorre però far presto, non cadendo nella trappola che la vischio­sità della crisi italiana ha da tempo costruito: la relativa «stabilità» di un equilibrio instabile è un dato del tutto illusorio, sulla base del quale non è sensato operare.

Per quanto ci riguarda, vogliamo in piena lealtà chiarire che noi non crediamo che una socialdemocrazia, vecchia o nuova, sia in gra­do di dare la soluzione della crisi italiana. Noi non abbiamo però mai pensato, a differenza di altri gruppi dell'estrema sinistra, che, partico­larmente nelle società di capitalismo maturo, una socialdemocrazia ef­fettivamente riformista possa semplicisticamente esser definita «l'ala si­nistra della borghesia».

L 'esperienza riformista, tra l'altro, il nostro paese non l'ha mai fatta (a meno che non si pretenda di considerare tale il centro-sinistra degli anni  '60) . Ed è quindi probabile che la classe ope­raia italiana abbia bisogno di consumare fino in fondo una siffatta espe­rienza per maturare un'autentica coscienza rivoluzionaria, in termini ade­guati all'attuale fase storica. In atto, comunque, una prospettiva ed un progetto rivoluzionario non esistono nel nostro paese, anzi la prospetti­va più probabile è quella di un'involuzione reazionaria. La logica del «tanto peggio tanto meglio» non è la nostra. Non lo è nemmeno quella della rassegnata «testimonianza» e del ripiegamento sulla pura riflessio­ne teorica.”  MM9

 

(1987)  Il testo che proponiamo è uno degli ultimi scritti di Mineo.

 

“Oggi, nessuno crede più alla storiella della « crisi generale del capitalismo » ed è divenuta addirittura un'affermazione banale quella per cui la crisi economica non comporta di per se stessa alcuna pro­spettiva catastrofica, ma indica soltanto l'acutizzarsi di qualche con­traddizione, e contemporaneamente fornisce allo stato e alle grandi imprese monopolistiche l'indicazione della necessità e dell'opportu­nità di certi aggiustamenti.

Elementi di crisi sono sempre presenti nell'economia capitali­stica contemporanea, ma difficilmente l'instabilità strutturale del sistema potrebbe sboccare nella tradizionale crisi ottocentesca di cui quella del 1929-33 costituì l'immagine più devastante. Errori gravi della politica economica di qualcuno degli stati posti al vertice della gerarchia imperialistica, o l'insorgere di una grave contraddizione a livello internazionale (come la crisi del petrolio del 1973-74), possono certamente determinare un'autentica crisi economica internazionale ma sono molto pochi quelli che, come Minsky, ritengono che il di­sastro del 1929-33 potrebbe anche ripetersi.

Non c'è, in sostanza, motivo di credere che una crisi economica di normali dimensioni (una «recessione», come oggi si chiama) possa sfuggire alla manovra regolatrice dello stato, e determinare quindi una crisi politica e sociale quale in passato non è mai stata capace (alme­no direttamente) di determinare. Dato il ruolo che lo stato oggi rico­pre nell'economia capitalistica, è però ben possibile che dalla crisi politica possa derivare una crisi economica, non facilmente risolubile.

Parliamo allora della crisi politica. Secondo Poulantzas10, questa crisi non si può ridurre a crisi dello stato sebbene comprenda anche quest'ultima. Se ho ben capito, questa affermazione di Poulantzas si fonda sulla distinzione tra stato apparato e stato istituzione ( o com­plesso di istituzioni se, come oggi è opportuno, vi si includono anche certe istituzioni che giuridicamente parlando non rientrano nello sta­to). La crisi dello stato-apparato, ossia in definitiva la crisi della bu­rocrazia, non mi sembra però qualcosa che si determini e si caratterizzi di per se stessa.

A mio avviso, la crisi politica o crisi dello stato ha anch'essa carattere cronico, esprimendo probabilmente l'incapacità del capitali­smo maturo di conseguire « una armonica corrispondenza » come quel­la fra capitalismo concorrenziale e democrazia liberale (Duverger). Questa « armoniosa convergenza », come è ovvio, è stata sostanzial­mente un fatto ideologico, ma non per questo di scarsa importanza. Le cosiddette « tecnostrutture » del capitalismo odierno11 non offrono certo un'immagine di questo tipo ed è questa, probabilmente, la ra­gione profonda che spiega l' angoscia della « ingovernabilità » che si accompagna all'illusione della « governabilità ».

C'è anche chi parla della crisi dello Stato come crisi della forma­Stato, come ad esempio Lefebvre, allo stesso modo come altri parlano della crisi della forma-partito - ma non intendo qui lasciarmi coin­volgere da argomenti che restano su quello che lo stesso Lefebvre chiamerebbe il piano della « metafilosofia ».

L' espressione crisi di regime è, a mio parere, l'indicazione che esiste una situazione in cui la crisi politica cronica dello Stato bor­ghese contemporaneo diventa, almeno potenzialmente, davvero grave. Essa è prima di tutto crisi di egemonia, e di conseguenza crisi ideo­logica. Esprime pertanto uno sfaldamento del blocco dominante che non è necessariamente la conseguenza della lotta di classe, avendo spesso al suo interno le sue cause profonde. Se questa crisi si prolun­ga - se, cioè, non si ricostituisce rapidamente, con le necessarie modifiche di composizione e di formula politica, il blocco dominan­te - è abbastanza probabile che la crisi economica le faccia seguito e allora, sempre che esista il soggetto rivoluzionario capace di farla precipitare, essa diventa crisi organica (Gramsci) o crisi di sistema. (1)

 

(Nota) Analizzando il caso italiano, mi sono servito, fin dal 1968, del concetto di crisi di regime. Lo sviluppo economico accelerato del 1953-62 aveva cumulato alle vecchie contraddizioni della struttura economico-sociale del paese, le nuove con­traddizioni, frutto di una società giunta alle soglie dell'opulenza.

Era quindi ne­cessaria e urgente una « modernizzazione », un adeguamento degli strumenti e delle istituzioni statali (ma anche dell'ideologia) alle istanze di una certa programma­zione, di una politica economica relativamente organica e propulsiva. E natural­mente bisognava rinnovare anche la formula politica, dato che il blocco dominante non si era nemmeno posto, fino a quel momento, il problema di integrare in qualche modo le classi lavoratrici nel sistema.

La risposta del blocco dominante a questi problemi fu il centro sinistra, e il suo rapido fallimento nonché l'incapacità di far fronte nel 1968 all'insorgere del movimento studentesco, determinarono, a mio avvi­so, una vera e propria crisi di regime. La crisi economica internazionale del 1973-74, insieme all'errata convinzione che esistesse in Italia (sia pure embrionalmente) un soggetto rivoluzionario, mi aveva portato alla conclusione che la crisi era ormai diventata organica, che i riformisti del Pci sarebbero stati costretti a comportarsi da riformisti (anziché da « trasformisti » ) e che, di conseguenza, la crisi sarebbe in breve tempo precipitata in uno sbocco rivoluzionario o, alternativamente, in un'aperta reazione autoritaria. Cfr., ad esempio, il mio intervento nel volumetto AA.VV. Crisi economica e crisi delle istituzioni, ed. Praxis, Palermo, 1974.”  MM 10

  

Con questa raccolta di testi non pensiamo certo di avere esaurito il tema della “crisi di regime” in Italia, ma solo documentare l’origine e lo svolgimento lungo quasi un quindicennio, di una ipotesi strategica che avrebbe permesso alla sinistra rivoluzionaria dell’epoca di giocare meglio e sicuramente con più dignità le proprie chances sulla scena italiana.

Abbiamo cercato di documentare l’intuizione strategica di Mineo  secondo cui la crisi del regime politico costituiva una situazione nella quale il movimento rivoluzionario italiano se avesse avuto un minimo di consapevolezza, consistenza organizzativa e programmi politici da offrire al proprio schieramento sociale, avrebbe potuto inserirsi e giocare le proprie carte. Questa ipotesi fu ripetutamente suggerita, in modo sempre più aggressivo e franco a tutta l’area a sinistra del Pci, per tutti gli anni ’70 e i primi anni ’80,  finchè non fu evidente che non c’erano più possibilità né spazi operativi reali. Non importa ora stabilire quando esattamente ciò avvenne, tuttavia ci pare di poter dire che la sinistra rivoluzionaria tra il 1974 e il 1976 sciupò la sua opportunità, dimostrando inconsistenza e mancanza di coraggio. 

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Infatti se in una situazione di crisi di regime le classi lavoratrici lasciano alle classi dominanti il tempo di riorganizzarsi, tutto si risolve in una sconfitta storica “di fatto” anche in assenza di una vera e propria “guerra di movimento”, in assenza di scontri drammatici e senza l’intervento dei mazzieri o dell’esercito.  È stata la consapevolezza dell’occasione perduta, invece, ad avvelenare gli ultimi anni dell’esistenza del nostro amico e compagno  (Mineo morì di infarto nel giugno del 1987).

Disgraziatamente, si direbbe che oggi il problema non sussista più. E tuttavia ci sembra che l’identificazione cosciente del concetto,  la sua caratterizzazione e il tentativo di far discendere da quella intuizione strategica una serie di proposte politiche e organizzative coerenti e adeguate alla fase politica che di volta in volta si apriva, rappresentino un contributo importante di Mario Mineo alla costituzione di una vera e propria “scienza politica” marxista.

 

Enrico Guarneri

Lillo Testasecca

 

 

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1 Nella saggistica politica la si ritrova per esempio solo nel libro di Salvadori Crisi di regime in Italia del 1992.

2 Renato Covino, curatore del volume Scritti politici.

3 Maurice Duverger, I sistemi politici, Bari, Editori  Laterza, 1978,  pgg. 12-15. 

4 Lettera a Sergio Bovini, datata 9 febbraio 1965,  citata dai curatori degli Scritti in SP, I-1, pg. 16.

5 Il Circolo Leone Trotky anche se citato, non vide mai la luce.

6 Gli interventi sono in Spazio e ruolo del riformismo, il Mulino,  1974

7 Maurice Duverger,  La Cinquième République,  Presse Universitaires de France, Paris,  1959.

8 Vedi il suo lungo saggio in  AA.VV. (a cura di Mario D’antonio), La Repubblica probabile, Garzanti, 1972 e il suo intervento nella pubblicazione  La minaccia del neogollismo del Collettivo Politico della Facoltà di Giurisprudenza di Roma, maggio 1973, la stessa in cui era contenuto il testo di Mineo qui indicato come MM5.

9 Mario Mineo, Lo Stato e la transizione, 1987, in Scritti teorici.

10 Nicos  Poulantzas, Potere politico e classi sociali, Editori Riuniti, 1975  e  Classi sociali e capitalismo oggi,  Etas libri, 1975

11 Maurice Duverger, Giano: le due facce dell’Occidente, Edizioni di Comunità, 1973.

 

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Mario Mineo

APRIAMO IL DIBATTITO SUL FEMMINISMO

Databile a febbraio-marzo 1977; vedi n. 16/17 1977 di Praxis. Il 14 e 15 maggio dello stesso anno si tenne il convegno sul femminismo.

Nell'ultima riunione nazionale della Praxis (gennaio 1977), a Torino, si era stabilito di aprire il dibattito sul femminismo, nei nostri 'circoli', per poi portarlo all'esterno e sulla rivista. Tuttavia fino a questo momento nessuna iniziativa è stata presa al riguardo dalle compagne, né a Palermo, né a Roma. Quali che siano le ragioni di questa indifferenza, ritengo che sarebbe sbagliato lasciar cadere la questione. Non tanto perché la rivista, fin qui, non ha affrontato il problema del femminismo, limitandosi a pubblicare alcuni interventi parziali o piuttosto generici (anche se non spregevoli).

Ma perché su questo problema sussistono al nostro interno tutta una serie di equivoci, di preconcetti, di attriti - che del resto sono venuti fuori tutte le volte che si è tentato di cominciare il dibattito o di dar vita a gruppi di studio - che sarebbe pericoloso lasciar marcire nella testa dei compagni e delle compagne. Butto giù quindi queste poche pagine, nella speranza che servano ad impostare un dibattito serio e sufficientemente pacato, che quantomeno ci consenta di definire con chiarezza i reali punti di dissenso che esistono tra di noi e di individuarne le radici ideologico- culturali.

 

1°) Partiamo da alcuni fatti indiscutibili. In Italia, come altrove, il movimento femminista (MF) si è presentato in questi anni come un movimento con una precisa vocazione interclassista - legata alla contraddizione uomo/donna che in qualche modo, viene posta come primaria. In secondo luogo, il MF è partito e si è sviluppato, assumendo in alcuni casi reali dimensioni di massa (questo, tutto sommato, non si può ancora dire per l'Italia), nell'ambito del ceto medio, particolarmente del ceto medio istruito. Terzo, come storicamente è sempre accaduto e come è logico, il MF nelle sue espressioni più diffuse ha assunto una collocazione di sinistra – in alcuni casi come in Italia (e probabilmente anche in Francia) di estrema sinistra. Quarto, si tratta di un movimento le cui caratteristiche sono, in complesso, abbastanza simili – e questo credo sia particolarmente       evidente in Italia - al movimento studentesco e ad altri tipi di movimenti 'spontanei' che abbiamo conosciuto in questi ultimi 10/20 anni e che in generale sono il prodotto della crisi del neocapitalismo, e più specificamente degli aspetti disgregativi di questa crisi (emarginazione di vasti strati sociali dalla società "affluente", latenza della lotta di classe, marcescenza delle istituzioni fondamentali della società capitalistica, crisi dell’ alternativa globale al sistema che il comunismo aveva rappresentato fino alla metà degli anni '50).

In Italia, poi, (e credo anche in Francia) il MF, almeno in una parte assai consistente della sua "avanguardia", ha investito proprio la maggior parte delle compagne che si trovavano già all’interno dei gruppi di estrema sinistra prodotti dal movimento del '68 o comunque nelle immediate vicinanze. E ciò si è verificato proprio quando l' intera area del ’68 era visibilmente entrata in crisi. Questo spiega, probabilmente, perché il conflitto tra 1'ala più rivoluzionaria del MF e i gruppi dell’estrema sinistra si sia rivelato drammatico, addirittura a livello esistenziale.

 

2°) D'altronde, basta leggere gli scritti e le memorie di una Klara Zetkin o di una Kollontaj per rendersi conto che anche in passato l' emergenza di una specifica istanza femminista all’ interno del movimento operaio e comunista, ha creato seri problemi (anche quando quel tipo di militanti hanno cercato di mantenere il proprio impegno femminista all'interno del marxismo e         dei partiti       rivoluzionari             di classe). L’insufficiente ricezione che tanto a livello teorico, quanto a livello politico- pratico, le istanze della donna hanno ricevuto all' interno della sinistra di classe, doveva inevitabilmente fare esplodere la questione femminista, una volta che ne fossero maturate le condizioni, tanto a livello oggettivo (strutturale) quanto a livello coscienziale. Ora, questo è un elemento essenziale che tutti i compagni devono riconoscere senza riserve di sorta. Sulla questione femminile (e su quelle del sesso e della famiglia che ne costituisce i fondamenti primi), il marxismo ha detto, fin qui, troppo poco – anche se ha avuto il merito di aprire il discorso teorico. Sul piano pratico- politico, e forse ancor più sul piano del costume (anche all'interno dei partiti operai, riformisti o rivoluzionari), il movimento operaio, pur avendo accolto alcune istanze e fatto alcune battaglie, non si è realmente fatto carico della questione. La situazione che si è determinata nei cosiddetti paesi socialisti, a questo riguardo (come, del resto su molti altri aspetti), non si può certo considerare soddisfacente. Se non riconosciamo fino in fondo queste verità, finiremo inevitabilmente col rifiutarci di comprendere certi aspetti "sgradevoli" del fenomeno             sociale che il MF ci pone di fronte e di conseguenza giungiamo a giudizi assolutamente negativi, tanto sommari quanto superficiali ed aprioristici .

 

3°) Qui non si tratta di negare l' evidenza - e cioè che le forme in cui si esprime il MF e particolarmente la sua ala, più "rivoluzionaria", si riducono fin troppo spesso ad un balbettio isterico, che il suo interclassismo ha in ogni caso una carica chiaramente antimarxista etc. etc. (E' vero che talvolta anche alcune delle nostre stesse compagne hanno voluto negare questa evidenza, ma appunto l'hanno voluto, proprio perché sentivano anche la frustrazione di vedere male interpretate, deformate, esasperate al di là di ogni limite le loro istanze, nel momento stesso in cui avvertivano nei compagni maschi il rifiuto o il fin de non recevoir di queste istanze). Ma il punto è di stabilire se queste forme di espressione, gli slogans "sconvolgenti", i comportamenti isterici etc. costituiscano l' essenza, il contenuto, la logica interna di sviluppo di questo movimento. E' lo stesso problema che si è posto, d'altronde, per il movimento studentesco etc.

 

4°) E' implicito in questa linea di argomentazione il mio giudizio sulla incapacità di movimenti di questo genere di andare oltre il conseguimento di una debole, confusa, precaria soggettività - e dunque di sapersi costruire a livello teorico, politico, organizzativo una precisa identità. E' già difficile - e la storia ce lo dimostra largamente - conquistare lo status di soggetto politico ad una classe (nel senso marxiano del termine); ancora più difficile, per non dire praticamente impossibile, lo è ad un movimento interclassista che si genera spontaneamente a partire da un insieme di bisogni esistenziali immediati che accomunano elementi provenienti dai più diversi strati sociali, ma che, in realtà, sono sentiti in modi e con intensità molto variabile da strato a strato, sicché sono facilmente differenziabili a tutto vantaggio del Potere. Questa differenziazione, naturalmente, è possibile, e viene praticata dal Potere, anche nei confronti della classe rivoluzionaria: è l' organizzazione e la cultura che questa classe accumula storicamente che la rende più difficile e in ogni caso ne limita gli effetti). Ma, giustamente, i movimenti, spontanei di cui stiamo parlando rifiutano l'organizzazione e la cultura, spesso la politica tout court, non solo perché non hanno una memoria storica a cui richiamarsi, ma soprattutto perché l'organizzazione e la cultura urtano contro l'immediatezza dei bisogni che si pone coma assoluta).

L'errore del 'movimentismo' che abbiamo spesso rimproverato ai gruppi della sinistra rivoluzionaria (ed a noi stessi, in varie occasioni) non sta certamente nella valutazione positiva di questi movimenti, che esprimono bisogni reali e profondi delle masse nella loro vita quotidiana, bisogni che vengono ignorati e repressi dalla società borghese e che dai partiti riformisti vengono di volta in volta elusi, strumentalizzati, 'mediati' (ma sempre a       basso livello) a seconda delle circostanze. E tanto meno sta nelle istanze di autonomia (e dunque di soggettività) di tali movimenti, dato che questa autonomia è la condizione pregiudiziale del loro sviluppo quantitativo e qualitativo, della loro sedimentazione anche a livello organizzativo, della loro durata e della loro efficacia politica. Sta, invece, nell' assumere che le forme in cui tali movimenti esprimono immediatamente i loro bisogni e le loro aspirazioni siano quelle "giuste", cioè quelle necessarie per mantenerne il vigore e l'impatto, sicché non vadano in nessun caso messe in discussione. (Naturalmente, poi, la logica stessa del gruppo politico rende ambiguo, o addirittura. ipocrita, questo rispetto per le 'masse’, sicché il movimentismo coesiste con la più volgare ed opportunistica strumentalizzazione e questo   impasto, una volta che i gruppi in concorrenza fra loro "per prendere la testa del movimento" sono molti, piccoli e settari, dà luogo a quegli "scazzi" inverecondi ai quali tante volte abbiamo assistito, che finiscono con avvilire il movimento). Ogni movimento spontaneo ha, invece, una sua logica profonda, oggettiva,che va individuata a livello di analisi concreta (collocata cioè in un preciso contesto economico, sociale e politico) al di là delle sue espressioni immediate. Accade sempre, infatti, in movimenti di questo genere che tali espressioni sono generalmente costruite (con maggior     o minore intuizione degli stati d'animo, dell'emotività etc. della grande massa) da coloro i quali, perfettamente coscienti a livello individuale dell' impossibilità del "vogliamo tutto e subito" e frasi del genere, intendono strumentalizzare il movimento ai propri fini - e non si tratta soltanto di singoli ambiziosi demagoghi: assai spesso vi sono interi strati o categorie che scontano di ottener vantaggi dal potere nella misura in cui questo è messo in preoccupazione dal movimento -, e, specie nei momenti caldi, dagli "arrabbiati" i quali anch' essi si rendono, più o meno chiaramente, conto di quella impossibilità, ma in realtà vogliono solo, o prima di tutto sfogarsi con la violenza verbale o addirittura fisica. Sicché, in generale, e in particolare nelle assemblee e nella maggior parte dei documenti etc., ciò che pensa la massa del movimento, il processo con cui nel corso stesso della lotta la coscienza di questa massa si va chiarendo, viene regolarmente deformato ed occultato. Compito di un movimento politico rivoluzionario all'interno di un movimento del genere, che si presenta immediatamente come "eversivo", ma che in realtà ha, di per sé stesso, solo

potenzialità eversive (tutto dipende da come si comporteranno nei suoi confronti gli avversari e gli alleati), dovrebbe essere chiaramente proprio quello di         comprendere la logica oggettiva di sviluppo del movimento stesso, e su questa base di porsi come reale interlocutore, in un confronto dialettico, all’occorrenza duro, ma chiaro e leale (id est, senza meschini e settari strumentalismi), proprio per aiutarlo ad acquistare consapevolezza, capacità di auto-organizzazione, efficacia politica.

Certo si tratta di un compito non facile, che non sempre riesce anche quando non manchi la capacità e la volontà del gruppo politico di creare questo tipo di rapporto - l' unico corretto - col movimento. Ma che comunque va sempre tentato, perché, in ogni caso, il gruppo politico si   arricchisce    realmente, guadagna di prestigio, pone le basi su cui nuovi movimenti potranno partir meglio nel futuro.

5°) Torniamo al MF. Abbiamo oggi la presunzione di credere - in base a quelle forme "sconvolgenti" di espressione, di cui abbiamo dianzi parlato - che questo movimento non rappresenti    altro che        uno spezzone di un "gauchisme" di  matrice tanto sociale che ideologica sostanzialmente "piccolo-borghese", e dunque di un detrito del '68? In tal caso, francamente non ci interessa forse nemmeno parlarne. Ma se pensiamo che il MF esprima in qualche modo, nella sua logica profonda, le istanze di liberazione del le grandi masse femminili che vanno maturando nella nostra. società in crisi, dobbiamo preoccuparcene seriamente, come Praxis (e non solo come "compagne della Praxis"), tentando di costituirci, sia pure nella misura embrionale che le nostre forze attuali ci consentono, come interlocutore, nel senso sopra indicato.

Io so bene che alcuni di noi, al di là delle differenze di sesso, sono tentati di dare la prima risposta, quella negativa. Ma so altrettanto bene che altri compagni della Praxis hanno assunto nei confronti della questione un atteggiamento sostanzialmente opportunista (nei fatti, naturalmente, non nelle intenzioni), nel senso di evitare non solo col MF, ma anche con le compagne femministe un serio confronto là dove questo confronto rischiava di essere aspro. Vorrei che gli uni e gli altri riflettessero seriamente su quanto ho detto prima, ed inoltre che si chiedessero, individualmente, se il loro atteggiamento non rifletta anche la difficoltà soggettiva di affrontare in maniera spregiudicata, razionale, scientifica il complesso di temi che vengono posti dal MF.

 

6°) Infine, è evidente che, lasciato a se stesso, il MF può rifluire non solo su posizioni riformiste - in quanto, ad un certo momento, sugli slanci utopici ed estremistici prevalga il realismo della soddisfazione di certi bisogni concreti (dagli asili nido ai consultori, all'aborto, all'occupazione) e quindi si imponga la logica della mediazione istituzionale dei grandi partiti operai - ma addirittura su posizioni cattoliche (nella misura in cui prevalga l'esigenza, che pure è chiaramente ben presente nel movimento, di recuperare certi 'valori' , ed in cui la Chiesa Cattolica sia capace di far fronte, con sufficiente spregiudicatezza e flessibilità, a tale esigenza). E con questo? Forse che gli stessi pericoli non li abbiamo visto emergere, mutatis mutandis, nel movimento studentesco? Il MF trova (con poche eccezioni: Torino, probabilmente, è la sola significativa) difficoltà ad estendersi fra le donne del popolo. Le stesse difficoltà - non le ha incontrate il movimento studentesco? Si pensa che le ragioni di fondo di tali difficoltà siano sostanzialmente differenti nei due casi?

 

7°) Arrivo alla conclusione: se in Italia finora abbiamo avuto il tipo di MF che abbiamo avuto (ma il discorso si potrebbe fare quale per il movimento studentesco!), lo dobbiamo al tipo di sinistra rivoluzionaria che abbiamo avuto e che, purtroppo, tuttora abbiamo. Le espressioni politico culturali - dell' uno e dell' altra hanno essenzialmente le stesse radici: utopismo astratto(e quindi senza altro deteriore), povertà teorica presuntuosamente dissimulata sotto la bandiera di pretese "sintesi" del marxismo con qualcosa d' altro, movimentismo senza principi e senza scrupoli, concezione dell'organizzazione e della militanza intellettualistica e moralistica ( e quindi astratta, burocratica, settaria , opportunista, ipocrita. Insomma, gli elementi decisamene negativi del '68, che ci portiamo ancora dietro anche quando ci sforziamo di superarli. Solo nella misura in cui (sic!) 2 riusciremo a liberarci di questa eredità e a riformare (sic!) 3 la sinistra rivoluzionaria, saremo anche capaci di farci carico (sic!) 4 delle istanze reali, profonde, del movimento femminista e, quindi, di far crescere, nella sua (necessaria) autonomia questo movimento, senza tema che possa rifluire nell’area del 'riformismo' marca Pci o verso una restaurazione cattolica.

8°) In questa fase che - tutto considerato - mi sembra sia per il MF, dopo Paestum, una fase di riflessione e, forse, per la sua ala ‘rivoluzionaria', dopo lo psicodramma di Rimini (congresso di Lc), anche       di 'decantazione', ritengo che il solo, serio contributo che potremmo e dovremmo dare sia di carattere teorico-culturale. Quando dico 'teorico-culturale', peraltro, non intendo affatto che dobbiamo limitarci allo studio di questioni come il sesso, la famiglia etc. Intendo dire che l'approccio politico ai problemi posti dal MF va fatto partendo da un'analisi teorica e, occorrendo, da un attacco polemico che investa quanto più è possibile alla radice le questioni di fondo, le matrici culturali etc . Come impostare questa ricerca e questa battaglia ideologica? Mi manca il tempo, purtroppo, per una riflessione ed una proposta veramente approfondita e quindi mi limito a suggerire alcune cose.

(A) Partirei, innanzitutto, da una constatazione (o, se preferite, da un'ipotesi) e cioè che la maggior parte delle compagne che militano nel MF non soltanto abbiano sul sesso e la famiglia idee molto vaghe; d'altra parte, forse che i militanti maschi della sinistra rivoluzionaria le abbiano più chiare? - ma che esse non abbiano fatto i conti seriamente col cattolicesimo (come religione e come matrice culturale nel senso più ampio della parola) . (Anche questo riguarda i maschi, in una certa misura, specie quelli provenienti da certe aree).

In qualche modo, mi pare, questo elemento è stato presente nella rivista ( e non alludo soltanto agli articoli di Enrico Guarneri sulla questione cattolica). Ma bisogna andare più a fondo, essere più chiari e più incisivi. Il rapporto tra sessualità, famiglia e cattolicesimo - in altre parole – andrebbe approfondito seriamente e non solo da un punto di vista storico, ma anche da un punto di vista 'strutturale' (cioè, cercando di cogliere gli elementi più profondi, e in qualche modo indipendenti dalla specificità delle determinazioni storiche, per cui il cattolicesimo è legato ad una concezione 'maschilista' o 'antifemminista' sia del sesso che della famiglia) .

 

(B) Premesso che non è vero in nessun senso chela contraddizione uomo/donna sia, o sia mai stata, la contraddizione principale - è soltanto la contraddizione più antica, e più difficile da risolvere, derivante dal processo storico della divisione del lavoro - , direi che possiamo partire dall'ipotesi che (con pochissime eccezioni) questa affermazione delle femministe è soltanto polemica, non corrisponde in generale ad una convinzione reale. Nelle più smaliziate significa soltanto che non è possibile far crescere autonomamente un MF realmente 'rivoluzionario’ se non si parte da questa posizione ultrasoggettivistica della questione. Allora, il problema non è tanto di polemizzare (cosa fin troppo facile) con una posizione 'di principio' del tutto priva di valore, quanto di dimostrare che non è affatto vero che quella posizione 'di comodo' serva realmente allo scopo. Non solo e non tanto perché provoca una reazione 'maschilista' o perché crea una barriera nei confronti di qualsiasi genere di marxismo etc. Ma soprattutto perché costituisce, anche a livello esistenziale, un elemento assai squilibrante (al limite, di schizofrenia) nella formazione della personalità delle militanti femministe.

 

(C) E' abbastanza probabile tutto considerato, che l'aggravarsi della crisi soprattutto sotto l'aspetto occupazionale influisca positivamente sul MF, nel senso di recuperarlo ad una visione più politica, e di spingerlo ad un rapporto più diretto ed immediato con le masse lavoratrici femminili. Bisognerebbe, da questo punto di vista, analizzare puntualmente il comportamento delle femministe nel corso del movimento che si è determinato nelle università nelle ultime settimane. Se il movimento femminista ha realizzato nella sua maggioranza il carattere pregiudiziale che la questione dell'occupazione assume nella prospettiva di uno sviluppo di massa del movimento femminista, si apre certamente la via ad un discorso politico concreto, che esige però una reale organizzazione del MF a livello nazionale. Il problema della costruzione di questa organizzazione è tutt'altro che facile. A me sembra, in ogni modo che il punto di partenza di questa costruzione dovrebbe essere costituito da un impegno per la sindacalizzazione della forza di lavoro femminile impiegata nel lavoro nero (soprattutto nel lavoro a domicilio) e nelle piccole fabbriche e piccole aziende - un settore di supersfruttamento e politicamente del tutto inesplorato, o quasi. Ciò darebbe al movimento femminista oltretutto una consistente forza contrattuale nei rapporti col sindacato e gli faciliterebbe notevolmente il lavoro a livello della forza lavoro femminile disoccupata o in cerca di prima occupazione. Non occorre sottolineare, credo, il valore quasi rivoluzionario che avrebbe all' interno del movimento sindacale l'attivazione di queste forze con tutti i loro problemi specifici etc.

La questione grossa qui è data dalla capacità delle militanti del MF di impostare un lavoro del genere e di condurlo avanti con intelligenza ed efficacia. L'analisi di siffatte situazioni e la indicazione di possibili obiettivi e di strumenti organizzativi da parte nostra potrebbe costituire uno stimolo e un aiuto significativo. Mi rendo conto, peraltro, che non sarà facile, date le poche forze di cui disponiamo, fornire questo servizio al MF. Ma per lo meno potremmo dare qualche esempio.

Vado alla conclusione

Noi non costituiamo (ancora) un' organizzazione, e quindi non siamo momentaneamente afflitti da certi problemi. Potremmo quindi rinviare ogni discorso su problemi come quello della "doppia militanza" delle compagne, ed in genere sul modo di essere dell' organizzazione politica rivoluzionaria, sul rapporto tra privato e politico e via di seguito. Ma credo che non dobbiamo farlo, credo che dobbiamo ammettere che l' esplosione del 'privato' all' interno della nuova sinistra (e non soltanto del MF) non è un puro e semplice fatto di disgregazione, che anzi può addirittura indicare l'esigenza di reagire a certi fattori di disgregazione che derivano dalla crisi della società.

Qui un discorso astrattamente leninista potrebbe opporre che la sola maniera di risolvere le contraddizioni che tale crisi determina a livello personale, è una militanza rivoluzionaria totale. Ne deriverebbe un modello di organizzazione rivoluzionaria assolutamente elitaria anche sul piano morale - una specie di setta religiosa, in fin dei conti. Ma se – giustamente - rifiutiamo questo modello, che risposta possiamo dare a certe esigenze, a certi bisogni esistenziali che sono particolarmente vivi negli strati sociali emarginati o in via di emarginazione, tra i giovani, le donne, etc.? Non è davvero facile dare una risposta e non mi ci proverò nemmeno. Mi limito a ricordare che gli sforzi di costruire una militanza 'totale' sono fin qui miseramente falliti e non credo che questi fallimenti siano dipesi soltanto dall'incapacità politica e dai limiti ideologici dei gruppi dirigenti dei vari minipartiti. Si può pensare ad un partito capace di costruire una vasta rete di organismi culturali, autonomi, ai vari livelli della vita sociale, all’interno dei quali quei bisogni possan trovare almeno parziale soddisfazione? Forse sarebbe questa - a condizione, beninteso, di definire nelle grandi linee una giusta politica culturale ( è chiaro che intendo qui 'cultura' nel senso più - ampio della parola) - la vera soluzione: ma come realizzarla? Le forze, probabilmente, ci sarebbero nella sinistra rivoluzionaria se essa fosse capace, almeno su questo terreno, di agire unitariamente, senza meschini tentativi di strumentalizzazione etc. Che sia questo un terreno decisivo sul quale un MF che uscisse definitivamente dagli astratti furori antimaschilisti e da non meno astratte rivendicazioni sul "femminino" e sui nuovi modi di fare politica, potrebbe rendere un grosso servizio a se stesso, in primo luogo ed alla sinistra rivoluzionaria in generale, costringendo i 'gruppi' a lavorare insieme? E' una prospettiva utopica, questa? Sarei portato a dire, non più di tante altre, di cui pure si parla.

 

NOTE:

1 Presumibilmente scritto nel 1977, perché fa riferimento all’assemblea del movimento femminista di Paestum (1976) e al congresso di Rimini di Lotta Continua, che si tenne nell’autunno dello stesso anno.

2 Così nel testo

3. Così nel testo

4 Così nel testo