Crisi di regime
Antologia annotata dagli scritti di Mario Mineo
Nel
numero 24 di Cassandra Renato Covino
ha fatto un’analisi della lunga crisi politica del nostro paese usando
il concetto di “crisi di regime” e citando Mario Mineo che - unico nella
sinistra rivoluzionaria del tempo – “l’aveva formulato come schema
interpretativo della realtà italiana sin dal 1964-
Abbiamo
così deciso di riproporre il concetto di “crisi di regime” e di tracciare un
profilo antologico del concetto negli scritti di Mineo perché la sua analisi e
l’intervento politico conseguente che ne tentò il gruppo politico Praxis (poche centinaia di militanti raccolti
attorno alla rivista omonima) forniscono elementi per spiegare lo stato attuale
del nostro paese e la sua evoluzione, illuminino il decorso della crisi
nell’ultimo quarto di secolo e la sua evoluzione/involuzione nel futuro
prossimo.
Gli
scritti di Mario Mineo, marxista italiano che ha vissuto in pieno “il secolo
breve” (Palermo 1920 - 1987) sono stati pubblicati dall’editore Flaccovio di
Palermo (sei volumi in otto tomi) a cura di un comitato editoriale (Elena
Mineo, Dario Castiglione, Renato Covino, Enrico Guarneri, Piero Violante). La
raccolta copre il periodo dal 1944 al 1987. Ad ogni volume è premessa una
introduzione e una nota biografica. I volumi da cui abbiamo tratto i testi sono
Scritti teorici, un solo volume di seguito indicato con St, e Scritti politici di seguito indi-
cati con Sp. Per gli Scritti politici
il numero romano indica il volume; il numero arabo il tomo.
MM1. Dal circolo Labriola al circolo Leone Trotzky
(marzo ’69) – Sp. I,1; pp. 288-289.
MM2. Il Circolo Lenin di Palermo (giugno ’69) – Sp.
I, 1; pp. 316-317
MM3. Scuola a crisi di regime (maggio ’70) – Sp.
I,2; pp. 356-357
MM4, La minaccia del neogollismo (aprile ’73) - I,
2; pp. 399-400
MM5. I possibili sbocchi della crisi di regime
(maggio ’73) – Sp. I, 2; pp. 405-406
MM6. Crisi di regime e crisi di sistema (novembre
’74) – Sp. II, 1; pp. 25-28
MM7. Dodici lezioni su “Il marxismo e lo Stato”
(1977) – St.; pp. 436-437
MM8. L’alternativa è impossibile? (giugno-luglio
’79) – Sp. II; 2; pp. 496-498
MM9. La crisi italiana e i suoi possibili sviluppi.
(novembre ’81) – Sp. III; pp. 63-65
MM10.“Crisi
e crisis management” (da Lo Stato e la transizione, Unicopli,
Milano, 1987 – St.; pp. 94-101
Ancora oggi l’espressione “crisi di
regime” non è di uso frequente1. Quando Mineo la usò per la prima
volta alla fine degli anni ‘60 e poi negli anni ’70 quando divenne il principio
ispiratore della sua attività politica, tale termine era ancora più inusuale
nel dibattito politico italiano specialmente nella cosiddetta “sinistra
extraparlamentare”. Cosa intendeva Mineo con crisi di regime, perché non
parlava di crisi di sistema, una espressione più “ortodossa” per un
marxista?
Innanzitutto egli si rifaceva
all’esperienza francese degli anni ‘30 e mutuava l’espressione dagli studi
francesi ove essa indica (tecnicamente) la crisi delle forme di governo.
«Regime per Mineo è il modo in cui un blocco sociale dominante organizza lo
Stato e gli altri apparati ideologici fondamentali (il quadro istituzionale,
cioè), nel tentativo di dare forma politica ai rapporti di potere nella società
o, in altri termini, di esercitare il suo dominio di classe. La base
dell’analisi di Mineo rimane quindi marxista, ma con la convinzione che la
politica ha una importante funzione di
mediazione nel modo in cui i rapporti di forza economica tra le classi sociali vengono trasformati e perpetuati in rapporti di
potere in senso lato. Regime in questo senso (...) esprime la formula
politica attraverso cui un gruppo o una classe esercita il potere o mantiene,
come direbbe Gramsci, la sua egemonia»2
Nel parlare di “crisi di regime” Mineo
si riferiva, quindi, a qualcosa di diverso da “crisi di sistema”, perché voleva
insistere sul carattere sovrastrutturale della crisi italiana, contrariamente a
quanti (i gruppi extraparlamentari e il manifesto in particolare)
vedevano in essa l’espressione di una crisi più profonda del sistema
capitalistico, anche quando su alcune specifiche manifestazioni fenomeniche
l’analisi appariva comune. La crisi di cui parlava Mineo maturava quindi nelle
specifiche condizioni italiane, nel “ciclo politico” e non investiva il modo di
produzione capitalistico in quanto tale, ma la connessione tra Stato e società
e faceva dell’Italia l’anello più debole della catena degli stati capitalistici
europei.
Per una breve, didascalica spiegazione
della differenza tra “sistema politico” e “regime politico” ci rifacciamo a
Maurice Duverger, studioso borghese della politica che fu sempre tenuto in
massima considerazione da Mineo:
“Si
chiama sistema in senso lato ogni insieme di parti o ruoli nel quale i vari elementi formano un
tutto unico e ordinato e sono tra loro interdipendenti. (…) Per alcuni le espressioni ‘regime politico’
e ‘sistema politico’ sono analoghe poiché entrambe designano l'insieme
coordinato delle istituzioni politiche che forma il sottosistema politico di un
sistema sociale. Per noi, il termine ‘sistema politico’ designa un insieme più
ampio di quello indicato col termine di ‘regime politico’. Studiare un sistema politico non significa
soltanto analizzarne le istituzioni
politiche e la loro collocazione organizzata in regime politico. Significa studiare anche i rapporti
esistenti fra questo regime e gli altri elementi del sistema sociale:
economico, tecnico, culturale, ideologico, storico. ecc. (…)
riteniamo che le istituzioni politiche e il regime politico da esse
formato non possano essere compresi nella loro realtà se non sono collocati
nell'ambito del sistema sociale del quale costituiscono il quadro e il
meccanismo regolatore.”3
Negli scritti politici del nostro non
esiste traccia del termine prima del marzo 1969, ma privatamente lo aveva già
usato in una lettera del
§
§ §
(1969) La prima comparsa del concetto di
“crisi di regime” si ha in due documenti pubblici del marzo e del
giugno
Così Mineo definisce il concetto: “la
crisi di regime non pone immediatamente in causa il sistema capitalistico ...
bensì le istituzioni fondamentali su cui poggia la democrazia borghese – le
sovrastrutture, o, se preferite, le strutture del potere politico e sociale”
quindi “non significa “crisi di sistema”, anche se probabilmente, nei paesi
capitalistici “maturi” la crisi del sistema capitalistico deve assumere la
forma della crisi di regime”. Mineo non vede la possibilità di una soluzione
della crisi e prospetta addirittura la possibilità di uno sbocco
rivoluzionario, a condizione che intervenga la classe operaia. Gli stessi
concetti riappaiono in MM2, pochi mesi più tardi (giugno 1969); qui rielabora
in parte il testo precedente e articola meglio la questione dell’intervento
della classe operaia nel contesto politico. È appena il caso di ricordare che
siamo alla vigilia dell’”autunno caldo” del 1969
Marzo 1969.
“Passando alla situazione italiana, mi sembra necessario chiarire (…) il
significato di quella che abbiamo definito «crisi di regime» (…) La nostra analisi
ci porta alla conclusione che siamo in Italia in una situazione di crisi di
regime che si svolge in termini e modalità tali da escludere una soluzione
(quale che sia) a scadenza ravvicinata, e ciò comporta che, a certe condizioni,
esiste la possibilità concreta di uno sviluppo del movimento rivoluzionario e
quindi di uno sbocco rivoluzionario nel corso dei prossimi anni.
Crisi di regime non significa «crisi
del sistema» - anche se, probabilmente, nei paesi capitalistici «maturi» la
crisi del sistema capitalistico deve assumere la forma della crisi di regime.
Ciò significa che la crisi di regime non pone immediatamente in causa il
sistema capitalistico come tale, nelle sue strutture fondamentali, bensì le
istituzioni fondamentali su cui poggia la democrazia borghese - le
sovrastrutture, o, se preferite, le strutture del potere politico e sociale. Va
da sé che questa definizione generale non può in nessun caso esaurire le varie
forme specifiche che la crisi di regime può assumere, a seconda dello specifico
grado di sviluppo economico, delle diverse tradizioni culturali etc.
Per quanto riguarda il nostro paese,
la crisi ha la sua origine nei profondi mutamenti intervenuti nella struttura
economico-sociale nel 1953/62, e nelle conseguenti esigenze di riforma
dell'intero quadro istituzionale che, a partire dagli anni '60, si sono
manifestate in tutte le classi ed i ceti sociali. Il centro-sinistra nacque, ad
un tempo, sotto la spinta delle aspirazioni riformiste di larghi settori del
ceto medio da una parte, e sotto quella della parte «più avanzata» della
borghesia industriale che si era resa conto fin d'allora della necessità di
certe riforme «razionalizzatrici» e di un governo «forte», fondato cioè su una
maggioranza stabile nel parlamento e nel paese.
Sappiamo tutti che, se in una certa
misura il centro-sinistra ha soddisfatto alle esigenze di razionalizzazione
del capitalismo italiano, esso non ha peraltro soddisfatto né alle fondamentali
richieste del ceto medio, né a quella borghese di un governo forte e stabile.
La conseguenza fondamentale del
«fallimento» del centro-sinistra è lo sfaldamento sempre più evidente del
blocco borghese - ossia dell'alleanza tra la borghesia capitalistica ed i ceti
medi. Settori sempre più ampi della piccola e financo della media borghesia,
manifestano sempre più vivacemente spinti dai loro specifici interessi e dalle
loro più dirette aspirazioni, un'acuta insofferenza nei confronti degli attuali
rapporti di potere e delle istituzioni su cui tali rapporti di fondano. Ciò non
avviene, almeno per quanto riguarda l'orientamento prevalente del movimento
della pubblica opinione, in termini «qualunquistici»: la contestazione si
orienta in senso democratico, tende ad articolarsi nelle forme dell'azione e
della democrazia diretta. Ciò è particolarmente evidente nella contestazione
studentesca, che costituisce, fino a questo momento, la manifestazione più
vistosa della crisi di regime in Italia - e che va inquadrata nello schema qui
delineato, e non già direttamente nel quadro della «contestazione
studentesca mondiale», che non è affatto unitario, anche se, sul piano
ideologico, per le reazioni emotive di fronte a certi fatti macroscopici
(guerra del Vietnam, Guevara, etc.), per il gioco delle reciproche imitazioni,
etc., e per certi aspetti anche sul piano sociale, giocano evidentemente nel
movimento studentesco mondiale fattori e motivazioni comuni.
L 'inserimento del Pci nella
maggioranza di governo potrebbe, con una certa probabilità, condurre alla
soluzione della crisi - specie se attuato tempestivamente (…) Tuttavia [esso]
(..) è in atto impossibile. Non è qui il caso di soffermarsi sui motivi,
abbastanza evidenti, di questa impossibilità. Importante è, piuttosto,
sottolineare che gli stessi dirigenti del Pci si rendono conto che l'ingresso
del Pci nella maggioranza governativa potrà avvenire, in un futuro anche non
lontano, solo in virtù di una crescente pressione dal basso sui centri del
potere borghese - donde la loro ambiguità nei confronti del movimento studentesco
ed in genere dei movimenti di massa che si determinano o si delineano oggi nel
paese. È errato imputare tale ambiguità esclusivamente o principalmente alla
preoccupazione che i dirigenti del Pci nutrono nei confronti delle tendenze
della sinistra esterna. Tale preoccupazione esiste certamente, ma fino a quando
la sinistra rimarrà divisa, e quindi incapace di assicurare una certa
unificazione politica ed una certa coordinazione organizzativa del movimento
delle masse, cioè fino a quando non nascerà il nuovo partito rivoluzionario,
non si tratta di un elemento che possa determinare il comportamento della
dirigenza del Pci.
Non vi sono, d'altronde, in atto le
condizioni per una soluzione di forza della crisi - anche se si vedono
chiaramente i primi sintomi della preoccupazione borghese di predisporre, al di
là della polizia e dell'esercito, gli strumenti che potranno servire all'uopo,
al momento opportuno.
A breve termine, dunque, la crisi non
ha soluzione, e la probabilità che il movimento di base si allarghi,
estendendosi alla classe operaia, nel corso di quest'anno che vede importanti
scadenze contrattuali a livello nazionale, il rinnovo del patto Nato, etc,
sfiora quasi la certezza.” MM1
Giugno 1969. “Ora, finchè un movimento del genere non si
estende, in forma generalizzata, alla classe operaia, che, come tale, non è
ancora intervenuta sulla scena politica, nonostante alcuni momenti acuti di
lotta sindacale, la situazione può ancora esser controllata dal potere
borghese, alternando i normali mezzi di repressione poliziesca ed il gioco
delle piccole concessioni. Ma vi sono già sintomi indicativi di una ripresa
operaia, che tende a superare, nelle lotte sindacali e nelle manifestazioni di
piazza, il controllo repressivo delle tradizionali (e più o meno integrate)
organizzazioni sindacali. ” MM2
(1970)
A distanza di qualche anno, nell’ analisi del convegno sulla scuola del
gruppo politico il manifesto (maggio 1970) figura una osservazione quasi telegrafica sul
ruolo che Mineo e i compagni riuniti del Centro di iniziativa politica de il
manifesto di Palermo attribuivano al movimento studentesco. Esso veniva
visto come un possibile “motorino d’avviamento” ad un processo rivoluzionario,
ma a differenza che alla classe operaia, non gli si attribuiva la possibilità
di mettere in crisi il sistema capitalistico nelle sua basi economiche e
sociali fondamentali.
Maggio 1970 “C'è
una divergenza tra una impostazione, che vede il movimento, studentesco, anche
in Italia, come espressione di una crisi del sistema, e la nostra posizione per cui il movimento
studentesco del 1967-
(1973)
Nell’ aprile del 1973 Mineo
partecipa al dibattito “Spazio e ruolo del riformismo” su il manifesto assieme a Sylos Labini,
Graziani, Lombardi, Napoleoni, Magri, Parlato, Rossanda, Ruffolo, Lettieri, Benvenuto,
Aprile 1973 “La
crisi economica e politica italiana è probabilmente entrata nella sua fase più
acuta. È quindi necessario comprenderne la meccanica virtuale, se non vogliamo
esser sorpresi dai suoi sviluppi effettivi, in cui ovviamente c'è posto
per l'errore, per le imprevedibili casualità, per le apparenti inversioni in
corso, etc. E se vogliamo coerentemente operare, costruirci un ruolo che ci
consenta di bloccare, se non addirittura di spezzare il meccanismo.
l) La crisi economica, in teoria, può
ancora essere superata, il modello di sviluppo capitalistico può essere
rilanciato - sempre che sul piano internazionale non si apra una fase di
stagnazione generale, di cui, per il momento, non è dato scorgere alcun
sintomo. Certo, non è possibile, nemmeno in teoria, il rilancio dello stesso
modello di sviluppo del 1952-63, fondato, come tutti sanno, sui bassi
salari e sull'esportazione. Bisognerà che il capitalismo italiano accetti un
più alto livello salariale, e punti un po' meno sull'esportazione. Ma in ogni
caso una ripresa (a saggi più bassi di quelli del 1952-63) della crescita
economica richiede precise, indispensabili, condizioni:
1. un governo forte e stabile,
2. un sistema tributario moderno ed
efficiente,
3. una burocrazia capace,
4. una linea organica di politica
economica
che sappia guadagnarsi l' appoggio dei
sindacati, che riduca gli sprechi e le rendite, consenta la razionalizzazione
(e dunque la competitività internazionale)
della industria di esportazione, garantisca mediante investimenti
pubblici (quantitativamente e qualitativamente adeguati) un certo livello
della domanda interna e dell'occupazione, nonché il contenimento
dell'inflazione da una parte e di certe voci passive della bilancia commerciale
dall'altra, e che sappia infine trovare nuove fonti di rifornimento di materie
prime e nuovi mercati di sbocco all'Est e nei paesi in via di sviluppo.
È
evidente, a mio avviso, che non esistono oggi, in Italia, né le
condizioni tecniche, né quelle politiche per un'operazione riformista di così vasta
portata. Di qui la crisi politica, che è crisi di regime perché esprime,
prima di tutto, l'incapacità soggettiva della borghesia capitalistica italiana
di riformare il quadro istituzionale quanto è necessario e sufficiente per far
funzionare un sistema economico la cui struttura di base è profondamente
cambiata dagli anni cinquanta in poi, di accettare insomma i nuovi dati di
una struttura industriale aperta, nel quadro di un capitalismo «maturo» od
«opulento».
Ed è anche crisi strutturale, non
solo perché in questo tipo di capitalismo lo Stato è strumento per la
produzione, il realizzo e la ripartizione del plusvalore, sicchè non è davvero
strano che la crisi di regime (che in fin dei conti dura dal 1963-64) abbia
condotto l'economia italiana alla stagnazione. Ma anche perchè, essendo nel
1968 entrato in crisi a livello storico-mondiale quel modello di
capitalismo «opulento», il ritardo della borghesia italiana nell'adeguarsi ai
nuovi dati ha fatto tramontare ogni possibilità di compromesso giolittiano tra
industriali «progressivi» e classe operaia, ed ha provocato la paralisi e
addirittura la marcescenza, del quadro istituzionale esistente. “ MM4
Pochi mesi dopo Mineo torna
sull’argomento e osserva che la profondità della crisi non è determinata dalla
presenza di una “corposa e reale alternativa rivoluzionaria”, ma dalla
incapacità delle classi dirigenti di conseguire nuovi equilibri. Richiamiamo brevemente gli eventi storici a
cui il testo allude. Si tratta della fase apertasi in Francia dopo i governi
Poincaré (1922-24 e 1926-29) che avevano dato una temporanea stabilità politica
e sociale al paese di fronte ad una crisi che risaliva almeno alle elezioni del
1919. Fra il 1929 ed il 1936 i governi non riescono a ottenere una solida
maggioranza e si succedono una ventina di crisi ministeriali, mentre
Un secondo episodio, sempre legato
alla storia della Francia moderna fu la crisi della IV Repubblica francese
(1958-1959) con il suo rapidissimo tracollo e il passaggio alla V repubblica
(quella che - sia pure con alcune
modifiche è ancora oggi il regime politico della Francia). Su questa fase della
storia di Francia riportiamo una efficace e rapida sintesi di Maurice Duverger7:
La naissance de
Come si vede tra lo scoppio della
crisi (13 maggio 1958) e la sua soluzione pilotata (4 ottobre 1958) passano
appena cinque mesi. Da qui il suo assurgere a modello di soluzione autoritaria
“morbida” per eccellenza che diede la
stura in Italia ad una serie di neologismi (il tentativo neogollista, la
tentazione neogollista etc.). All’epoca
del colpo di Stato “morbido” del generale De Grulle, Mineo era un uomo politico
adulto, già formato. Logico quindi che ne apprezzasse in pieno il significato e
la considerasse come una delle possibili soluzioni della crisi offerte alla
borghesia italiana. Il fattore generazionale lo legava ad un altro politico di
sinistra, Aldo Natoli, il quale - unico del gruppo originale del manifesto
- scrisse due interventi sull’argomento, in sostanziale consonanza con le
ipotesi avanzate da Mineo8, pur non facendo uso del termine di
“crisi di regime”. Gli altri leaders del manifesto preferivano
parlare di “crisi di sistema come conseguenza della maturità del comunismo”,
mentre la generazione del ‘68 fu estranea e refrattaria a questa riflessione.
Maggio 1973 - “Di «crisi di regime», credo, si è
cominciato a parlare in Francia, negli anni '
È possibile che la crisi di regime
sia, in una situazione di capitalismo maturo, la forma in cui si manifesta la
crisi generale del capitalismo. Ho accolto fin dal 1969 questa ipotesi. Non ho mai creduto che
la crisi generale del sistema debba, prima o poi, esplodere più o meno necessariamente
in una generale stagnazione economica, o comunque in una «catastrofe». Mi
sembra abbastanza probabile che le contraddizioni caratteristiche del
capitalismo monopolistico di Stato sottopongano le fondamentali istituzioni
della società borghese ad un processo di logoramento, di disgregazione,
addirittura di putrefazione.
Schumpeter alcuni decenni addietro,
svolse a questo proposito alcune osservazioni molto acute, che varrebbe la pena
di riprendere. Tuttavia, i rapporti tra crisi di regime e crisi di sistema
andrebbero studiati a fondo. (…) Politicamente parlando, d'altronde, è
sufficiente accogliere l'ipotesi che un rapporto anche se non semplice ed
immediato, tra le due cose vi sia.
Per quanto riguarda la terza domanda
che mi avete posto, mi pare che la risposta sia abbastanza facile. La presenza
di una forza rivoluzionaria organizzata - naturalmente, credibile per qualità
e dimensioni - nel quadro della situazione italiana (così come io lo vedo)
significherebbe la possibilità concreta di uno sbocco rivoluzionario
della crisi. Dico «possibilità», non certezza e nemmeno probabilità. Non ho
mai condiviso il semplicismo di quei sedicenti «marxisti-leninisti» i quali
credono che basti il partito rivoluzionario per fare la rivoluzione. Ma mi
sembra abbastanza evidente che se nei prossimi mesi non riusciremo a costituire
una consistente aggregazione politica alla sinistra del Pci, non vi sarà alcuna
prospettiva di sbocco positivo per il movimento di massa, quand'anche questo
movimento assumesse una portata, esprimesse una forza d'urto superiore a quella
del movimento del '68-'69. MM5
Sottolineando l’aspetto
sovrastrutturale e politico della crisi Mineo voleva richiamare due importanti
elementi. Uno è il vuoto di direzione che si manifesta nelle crisi di regime e
che ne rappresenta il dato fondamentale. Il
secondo elemento (strettamente legato al primo) è che la soluzione della crisi non sta nella lenta, progressiva
e compiuta costruzione di un nuovo blocco egemone (che come ogni processo
sociale e ideologico richiede tempo e trasformazioni profonde), ma nel
coaugulare a breve-medio termine, attorno ad un programma
politico-istituzionale transitorio, una coalizione capace di attraversare vittoriosamente la
crisi rivoluzionaria e quindi di garantire il nuovo quadro istituzionale,
funzionale alla costruzione del nuovo blocco egemone. Resta inteso che premessa
indispensabile di tale nuovo quadro è la rottura rivoluzionaria.
In tal senso la crisi di regime per il
movimento operaio italiano era un rischio e una possibilità. Il rischio era
rappresentato dalla soluzione autoritaria, dai progetti che allora furono detti
gollisti, del golpe bianco o del golpe tout court, finalizzati
a ricompattare il blocco dominante, oltre che sottomettere quello popolare. La
possibilità, invece, era che si aprisse uno spiraglio che facesse precipitare
la crisi politico-istituzionale in una crisi pre-rivoluzionaria nella
quale un partito rivoluzionario
preparato potesse giocare, freddamente, tutte le sue carte.
Il tempo è un aspetto essenziale della
battaglia politica in una crisi di regime perché è in gioco la capacità di
unificare a breve-medio termine una coalizione sociale attorno ad un programma
politico-istituzionale transitorio. Il tempo è tanto più importante per una
coalizione di classe alternativa, la quale ha un programma di radicale
trasformazione della struttura sociale e quindi richiede un blocco sociale
veramente nuovo.
Ovviamente si trattava di una dinamica
che l’analisi poteva tratteggiare in via ipotetica: molto sarebbe dipeso dalle
azioni effettive dei protagonisti della battaglia politica e sociale. La crisi
di regime apriva spazi all’intervento soggettivo programmato e il risultato
della crisi stessa non stava nelle cose, ma, entro certo limiti, nella
capacità dei soggetti politici.
Come Mineo sostenne a più riprese, la
cronicizzazione della crisi di regime, cioè il rimandare la sua soluzione nel
tempo, poteva avere solo effetti di disgregazione sociale e morale, che non
favorivano il maturare di una alternativa politica e sociale, ma al contrario,
la sua risoluzione in termini autoritari
e di sostanziale conservazione dei rapporti di forza dominanti.
Da ciò l’insistenza sulla necessità di
uno strumento organizzativo - il partito - costruito in funzione dei compiti
che la crisi imponeva e che Mineo propose insistentemente alle avanguardie del
’68, ai militanti usciti da quella esperienza. Tale partito era necessariamente
un partito di stampo leninista, anche se non scolasticamente ortodosso
(«qualsiasi imbecille è oggi pronto a dirci che non si tratta di conquistare il
Palazzo d’Inverno»)9.
(1974)
Questo è forse il testo più ampio ed articolato sul tema. Si tratta
dell’intervento di Mineo ad un seminario del novembre del 1974 presso l’Istituto
di studi sulla società contemporanea, presieduto da Lelio Basso e a cui
partecipavano, fra gli altri, Galasso,
Rodotà e Donolo. Il seminario fu organizzato dal Collettivo politico di
Giurisprudenza dell’Università di Roma, organismo in cui erano attivi i
compagni romani di Praxis. Qui Mineo abbozza una cronologia della crisi
di regime, una spiegazione dei motivi storici che l’hanno causata e che
impediscono alle classi dominanti italiane la sua soluzione. Profetica,
purtroppo, la nota finale sulla “totale abdicazione delle classi subalterne e
delle loro espressioni istituzionali”.
Novembre 1974 - “Quando parliamo di crisi di
regime, però, ci riferiamo ad una situazione molto più specifica e qualitativamente
differente. Qui la crisi istituzionale, e soprattutto la crisi del quadro
istituzionale politico, esprime immediatamente uno sfaldamento in atto del
blocco borghese dominante che non si risolve nei termini delle contraddizioni generali
del sistema. Così, in Italia, la crisi di regime si determina come
conseguenza delle modificazioni strutturali indotte dallo sviluppo economico
accelerato del decennio 1953-62, le cui modalità e ritmi provocano una
«surde-terminazione» delle contraddizioni, nel senso che le nuove contraddizioni
di una società giunta alle soglie della «opulenza» si cumulano alle vecchie,
modificandole certo, ma senza superarle.
Questo tipo di crisi non si verifica
nel vivo della lotta di classe: lo sfaldamento del blocco borghese ha la sua
genesi all'interno del blocco stesso. È la crisi della formula politica, della
mediazione che lo teneva unito, che si manifesta nella totale incapacità dei
gruppi dirigenti di adeguare il quadro istituzionale alle mutate esigenze
dell'economia e della società, imponendo all'intero schieramento
borghese le «riforme» necessarie per il mantenimento del suo dominio, cioè
nuove istituzioni, nuovi comportamenti, nuova «disciplina». Questa incapacità
deve essere spiegata, nelle diverse situazioni specifiche.
Così, in Italia, appare a prima vista
incomprensibile che, nonostante il campanello d'allarme suonato dalla
recessione del 1963-64, le forze economiche dominanti non si siano rese conto
del fatto che il modello di sviluppo fondato, come tutti sanno, sui bassi
salari e sull'esportazione era destinato ad arrestarsi da un momento all'altro,
che il governo di centrosinistra si sia dimostrato organicamente incapace di
porre in essere le condizioni politiche e gli strumenti tecnici necessari per
una «programmazione», o, se si preferisce, per una politica economica
razionalmente ispirata ad una previsione, quanto meno, di medio periodo, etc.
Non voglio entrare nell'analisi
delle cause di questa incapacità (…). Mi
limiterò ad avanzare l'ipotesi che, da una parte, un grado insufficiente di
concentrazione del capitale industriale privato (e quindi una sua scarsa
autonomia, una sua insufficiente attitudine a imporre modelli
«efficientistici» alla società e allo Stato), e, dall'altra, il peso eccessivo
(in termini di parassitismo, di corruzione, di dequalificazione dell'apparato
statuale) del nuovo feudalesimo, costituito dalle grandi aziende pubbliche,
praticamente libere da ogni controllo, sia del mercato che dello Stato,
abbiano determinato questa situazione di impotenza, ancor più delle peculiari
caratteristiche ideologico-politiche della Democrazia Cristiana.
Ancora, questo tipo di crisi non può
essere superato dalla classe dominante attraverso parziali modificazioni, in
senso autoritario, del quadro politico della democrazia popolare. Una soluzione
di tipo «bonapartista», di riformismo autoritario, appare necessaria, almeno
per un certo periodo. (Il che non significa affatto che sia una soluzione sufficiente,
ove non concorrono circostanze economiche, interne ed internazionali,
favorevoli).
A meno di supporre una totale
abdicazione delle classi subalterne e delle loro espressioni istituzionali, per
quanto riformiste, il blocco borghese non può ricostituirsi, con la necessaria
rapidità, nel quadro del regime democratico-borghese. In presenza di una pur
modesta accentuazione, o ripresa, della lotta di classe, in questo quadro, il
suo ulteriore sfaldamento è inevitabile, e, data la funzione che il potere
politico assolve, o dovrebbe assolvere, nel capitalismo monopolistico di Stato,
la crisi economica è quasi inevitabilmente destinata a seguire alla crisi di
regime. Che così diviene crisi organica o, se si preferisce, crisi di
sistema.
Così è avvenuto in Italia, dove la
risposta (o più esattamente la mancanza di risposta) del potere nei confronti
del movimento studentesco del 1968 (…) costituì il sintomo evidente
dell'emergenza di una crisi di regime, che, dopo l'autunno caldo del '69, e le
conseguenze che la lotta operaia ebbe sui meccanismi centrali del modo di
produzione, si è sviluppata come crisi organica. La crisi economica
internazionale scoppiata alla fine del
È in questo preciso significato che
avevo avanzato fin dal 1968-
(1977) Dal novembre 1974 al periodo
imprecisato (forse l’autunno) del
Senza alcuna pretesa di completezza, i
fatti più eclatanti di quel periodo sono i seguenti. Innanzitutto ricordiamo lo
choc provocato in Italia dal golpe cileno del 1973, poi la crisi
economica del 1973-74 che precedette e fece da detonatore alla crisi
politica. Nel 1974 si tenne il
Referendum sul divorzio e il NO all’abrogazione vinse con il 59% dei voti.
Nel giugno 1975 vi furono le elezioni
amministrative che videro una forte sconfitta della DC e un’ avanzata del PCI.
L’ipotesi di un “governo delle sinistre” diventò così una concreta possibilità
e costrinse tutti i partiti a studiare concretamente come affrontare tale
evenienza. La crisi delle istituzioni
andò avanti drammaticamente, in mezzo a complotti, trame eversive e scandali
enormi. Il generale Maletti, ex capo dei servizi segreti fu arrestato nel
quadro delle indagini sulle trame nere, scoppiarono il “caso Lockheed” (con le
dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone) e il “caso Banco
Ambrosiano – Sindona”.
Nel giugno 1976 si tennero ancora una
volta elezioni politiche anticipate. Netta affermazione del PCI, però il
previsto “sorpasso” ai danni della DC non si realizzò, essa anzi recuperò buona
parte dei voti persi. Cattivo risultato di DP, pessimo del PSI come dei piccoli partiti alleati
della DC. 16 luglio, Bettino Craxi fu eletto segretario del PSI e si costituì
un governo monocolore DC (Andreotti III), che durò in carica dal luglio 1976 al
marzo 1978, sostenuto dalla “non sfiducia” del PCI. Nel gennaio del 1977
scoppiò il “Movimento del ’77”. A Roma il movimento studentesco cacciò Luciano
Lama dall’Università (febbraio); a Bologna ci furono gravissimi scontri
(marzo). La crisi dei gruppi extraparlamentari di sinistra, iniziata già dopo
il golpe cileno divenne verticale e si assistette alla nascita e crescita
impetuosa dell’Autonomia Operaia e del movimento femminista. Le BR ed altri
gruppi armati di sinistra iniziarono una impressionante e sistematica campagna
terroristica.
In questo periodo la battaglia
politica di Mineo e dei compagni che lo accompagnavano si concretizzò nel
tentativo di convincere la sinistra rivoluzionaria della possibilità che il
ciclo aperto dalla crisi di regime producesse una congiuntura favorevole per
l’iniziativa della sinistra. L’implosione (possibile, attesa) del sistema
democristiano apriva tante possibilità: il “governo delle sinistre”,
l’acutizzarsi della crisi sino a ipotizzare l’evenienza di una crisi
rivoluzionaria. I tempi della crisi erano comunque brevi. Nel 1973 era stata
fondata la cooperativa editoriale Praxis, come strumento per parlare a tutti i quadri della
nuova sinistra. Nel 1975 il gruppo (che poteva contare su alcune, poche,
centinaia di compagni) costituì una frazione organizzata all’interno del manifesto
e si impegnò a fondo nel tentativo di sollecitare la sinistra rivoluzionaria e
la nascente Opposizione operaia.
Esso venne però espulso da il manifesto nel 1976, anno in cui
uscì la rivista praxis.
Quello che segue è la conclusione di un corso di dodici lezioni
su “Il marxismo e lo Stato” tenute ai giovani del centro praxis di
Palermo, che le registrarono, le sbobinarono e le sottoposero ad un rapido
esame di Mineo. Il testo riflette bene
lo stato d’animo e lo stile diretto, franco con cui Mineo affrontava la
discussione politica.
(Autunno 1977)
“Arrivo alla conclusione: sia per quanto riguarda gli apparati, sia per
quanto riguarda i « valori » che comunque fanno parte della legittimità dello
Stato, della sua autorità, della sua repressione, di tutti i suoi interventi,
etc., la crisi è abbastanza verticale e nera e tale da non potere essere risolta
se non attraverso soluzioni drastiche, cioè di tipo chiaramente e apertamente
reazionario. Quanto alle conseguenze che ciò può comportare è abbastanza
evidente che se andiamo avanti su questa linea lo scontro diventerà sempre più
sociale, diretto, violento (…) Da questo punto di vista - cari ragazzi che
avete molta voglia di vivere e di affermare i vostri bisogni, è bene che vi
mettiate il cuoricino in pace: nei prossimi cinque anni, a meno che non ci
siano sbocchi risolutivi a destra o a sinistra, la violenza a tutti i livelli
aumenterà e vi coinvolgerà, lo vogliate o no.
Non immaginate che ve la possiate
cavare andando a casa, così come non se la caveranno quelli che dimenticano la
politica col privato, il personale, che si danno alla droga, perché o si
drogano o abbiano il « personale » o facciano le femministe o facciano gli hippies
o vadano dipinti da indiani, alla resa dei conti ci arrivano lo stesso. Questo
discorso lo faccio con una certa durezza, perché ho l'impressione che molti
compagni che sono entrati in crisi in questi ultimi anni, queste cosucce le
abbiano dimenticate: pare che debbano fare politica semplicemente perchè gli
va di farlo. Siamo arrivati a questo punto, dopo anni di grida scomposte e
ultrarivoluzionarie, che ormai uno la politica la fa se la vuole fare, è una
scelta, un divertimento, un hobby: la voglio fare, non la voglio fare, adesso
mi annoia, mi disgusta. Benissimo, la farete lo stesso.
Sono vecchio (…) questo clima l'ho
visto nel 1939-40, quando stava arrivando la guerra e quando naturalmente una
parte della gioventù, che non era completamente idiota o disonesta (e quella
universitaria e liceale non era né idiota, né disonesta) capiva che le cose si
mettevano male. Però c'era la rassegnazione al fatto compiuto, o l'illusione
dello stellone d'Italia. Veramente quella odierna è già l'atmosfera della
sconfitta storica. Quando la gente, specialmente la gente di un certo tipo, gli
intellettuali, etc., crede che fare politica, non fare politica, prendere
posizione, non prendere posizione, sia un caso assolutamente personale e che in
pratica le cose andranno come andranno, o ci sarà qualche caso fortunato che
ti permetta di cavartela, o collettivamente o individualmente, quando siamo a
questo, vi dico già che sul piano soggettivo abbiamo perso. È un sintomo.
Che qualcuno si rilegga i libri sulla
Francia del '39. Quando parlo di crisi di regime, e ne parlo già da parecchio
tempo, ho avuto sempre presente la situazione francese. Rileggete queste cose
e vedrete che la logica profonda di questi atteggiamenti e comportamenti è una
delle condizioni primarie della sconfitta. Questo tipo di « crisi esistenziale
» è scoppiata dopo il 20 giugno 1976 e si stava diffondendo in certi strati: io
spero che non si diffonda anche nella classe operaia. Se dovesse accadere
questo veramente la sconfitta è certa. Sarà più o meno lontana, perché dipende
dalla capacità dell'avversario e anche l'avversario, per fortuna, parzialmente
è in crisi, però a quello si arriva.” MM7
(1979)
Il testo che segue fu pubblicato prima delle elezioni politiche
anticipate del 3 giugno 1979 con il titolo “L’alternativa è impossibile?”
Giugno-luglio 1979.
“Alcune rapide precisazioni (…) per evitare fraintendimenti (…). In primo luogo, noi non sottovalutiamo per
nulla i pericoli di involuzione autoritaria che la crisi di regime quasi
automaticamente comporta. Tuttavia, l'ipotesi di una svolta autoritaria
indolore, del colpo di Stato semilegale, che si è più volta affacciata in
questo paese partendo dalla stessa Dc (1953: legge truffa; 1960: Tambroni; poi
Segni e negli anni '70 Fanfani), non è più credibile. L'esperienza ha
dimostrato che
In secondo luogo, è bene precisare che
noi non ci facciamo alcuna illusione sulla possibilità di riguadagnare il Pci
(e non solo il suo quadro dirigente, ma anche la maggior parte della sua
«base») alla causa della rivoluzione. Quel che noi contestiamo alla cosiddetta
sinistra rivoluzionaria è la rozza stupidità che si manifesta a volte
nell'individuare nel Pci il nemico principale (con la conseguenza di portare lo
scontro politico fino allo scontro fisico) e a volte nel ritenere
insignificanti le sue contraddizioni interne come se queste non riflettessero
le contraddizioni crescenti che si vanno aprendo tra il partito stesso e
l'intera area «riformista», che comprende ancor oggi la grande maggioranza
della classe operaia occupata.
In terzo luogo, noi non abbiamo mai
fatto concessione all'operaismo, vecchio e nuovo. Non ignoriamo affatto che vi
sono strati operai corrotti, che vi sono gravi divisioni all'interno stesso
della classe operaia, e che su ciò gioca il padronato per creare nuove
aristocrazie operaie per riacquistare pienamente il potere in fabbrica,
trovando su questo terreno momenti di collusione col sindacato, anch'esso
preoccupato di mantenere in fabbrica consenso e potere.
Con tutto ciò, noi pensiamo che sia
completamente idiota mettere in questione la centralità della classe operaia
(di fabbrica) all'interno di un progetto rivoluzionario, considerare
«integrata» (o tendenzialmente «integrata») la classe operaia occupata,
regalare al nemico di classe interi settori della classe operaia in una fase in
cui, sia a causa della crisi sia a causa delle difficoltà del recupero della
«professionalità» all'interno di certi processi di ristrutturazione, la
costituzione di vere e proprie «aristocrazie operaie» è tutt'altro che facile.
Noi ci rendiamo perfettamente conto
che ricostruire una reale unità della classe operaia e con essa la sua capacità
di aggregare effettivamente un blocco anticapitalista, di porsi come soggetto
rivoluzionario egemonico, implica una dura e difficile lotta ideologica e politica
all'interno della classe, una vera e propria «ri- voluzione culturale». Ed è
questo il senso dei nostri discorsi sul programma economico di parte operaia e
sui compiti dell'Opposizione Operaia. È un compito duro e difficile, ma nessuna
ricerca di «nuovi soggetti rivoluzionari» può sostituirlo.
Tutto ciò non significa affatto che
noi ignoriamo i processi di trasformazione che sono avvenuti in questi ultimi
trent'anni all'interno stesso della classe operaia, e che sottovalutiamo le
istanze che da processi oggettivi di «proletarizzazione» e dalla profondità
della crisi dell'intero assetto sociale vengono avanti prepotentemente - i
disoccupati, i giovani, le donne, etc. Il punto è che, a nostro avviso, questi
problemi possono essere affrontati adeguatamente, a livello teorico come a
livello pratico, soltanto da un partito rivoluzionario - che significa un
programma, una strategia, un'organizzazione ed una tattica - e che questo partito
rivoluzionario non può nascere se non da una reale avanguardia operaia, di
massa. Ed in questo senso noi vediamo nell'Opposizione Operaia - che al
momento è appena un embrione di progetto e di organizzazione, ma che, a nostro
giudizio, è matura come esigenza, in parte anche inconscia, di ampi settori
della classe operaia di fabbrica - il luogo in cui può costituirsi questa
avanguardia.
Il progetto rivoluzionario
Ci rendiamo perfettamente conto che
tutto ciò può sembrare utopia, folle riproposizione di vecchi schemi leninisti,
etc., a chi considera ormai consumata la sconfitta operaia, superata o in corso
di superamento ormai la crisi economica internazionale ed ancora una volta
vincente il capitalismo, e s'interroga più o meno angosciato sulla «crisi del
marxismo» e sul fallimento della rivoluzione comunista. Ma non sono forse
queste le motivazioni che hanno disgregato l'area del '68 e l'hanno portata a
rimorchio dei radicali di Pannella?
A noi sembra invece che un'analisi
fredda e realistica della situazione italiana e di quella del capitalismo
internazionale non porti affatto alla conclusione che i giochi sono chiusi.
Ci sembra, in ogni caso, assolutamente
folle l'idea che il capitalismo possa uscire dalla crisi con soluzioni
«neo-liberiste» come quelle che da qualche tempo vengono avanzate dai vari
Milton Friedman e Guido Carli, e che oggi trovano ascolto non solo fra i
conservatori della signora Thatcher ma anche fra i socialisti di Craxi ed alla
Rocard. Coloro i quali pensano, che tutto sommato, si può vivere molto meglio
nei paesi capitalistici avanzati - e magari parlare di rivoluzione - anzichè
nei paesi del socialismo reale, non si rendono conto che il capitalismo non può
uscire dalla crisi attuale, imponendo nuovi schemi di ristrutturazione e di
divisione internazionale del lavoro, se non rafforzando i meccanismi di
programmazione e di controllo sociale che caratterizzano il capitalismo di
Stato, a tutti i livelli.
Il rilancio del progetto comunista
resta quindi la sola speranza del nostro tempo. La rivoluzione è possibile,
anche in Europa. Questi, del resto, sono stati i messaggi reali del '
Nel febbraio del 1980 la seconda di
copertina del n. 44-45 della rivista annuncia che “Praxis come gruppo politico (…)
chiude praticamente la propria attività, forse questo è anche l’ultimo numero
della rivista. (…) La difficoltà principale è di mantenere – una volta chiusa
l’attività politico-pratica del gruppo (…) quella fisionomia e quella funzione politica
che, crediamo, ha caratterizzato in questi quattro anni la nostra rivista”. Il
mensile tuttavia proseguì le sue pubblicazioni per tutto il 1980,
successivamente si trasformò in trimestrale per cessare definitivamente la
pubblicazione nel 1984.
(1981)
Quelli che seguono sono i paragrafi finali della relazione tenuta da
Mineo al Seminario nazionale del gruppo Praxis tenutosi a Velletri
nell’estate del 1981. Oggetto di queste righe è la questione del coinvolgimento
del Pci nella crisi di regime. Si era
ancora molto lontani dalla evaporazione politica dei nostri giorni, ma il
processo era iniziato ed appariva con chiarezza. E concludeva affermando
l’opinione che forze socialdemocratiche non fossero in grado di dare soluzione
alla crisi. Dopo un quarto di secolo rileggiamo queste durissime parole: «è
(...) probabile che la classe operaia italiana abbia bisogno di consumare sino
in fondo una siffatta esperienza per maturare un’autentica coscienza
rivoluzionaria in termini adeguati all’attuale fase storica. In atto, comunque,
una prospettiva ed un progetto rivoluzionario non esistono nel nostro paese,
anzi la prospettiva più probabile è quella della involuzione reazionaria».
Novembre 1981. “Nella
crisi di regime (…) anche il Pci è coinvolto. Che vi sia coinvolto meno degli
altri partiti è fuori di dubbio, ma non basta. È questa la principale ragione
per cui cautele, diplomatismi, tatticismi incidono seriamente sulla sua
credibilità, dando alla gente l'impressione dell'ambiguità e della doppiezza.
Ma soprattutto è questo l'elemento che, anche sul piano soggettivo, rende
difficile al partito (ossia agli apparati ed al quadro attivo) di ritrovare la
via di un rapporto reale con le grandi masse.
Le compromissioni col potere (particolarmente evidenti nel quadro meridionale);
il fastidioso perbenismo, l'arrivismo e l'arroganza dei giovani funzionari;
uno smaccato istituzionalismo, particolarmente controproducente quando tutte
le istituzioni hanno ormai toccato il fondo; la preoccupazione di mantenere
l'immagine del Pci come «partito d'ordine » - sono questi gli aspetti in cui
si manifesta soggettivamente il coinvolgimento del Pci nella crisi e la sua
difficoltà a giocare seriamente la carta del movimento di massa. Per essere ad
un tempo «partito di governo» e «partito di lotta», come pretende Berlinguer,
occorrerebbero un apparato ed un quadro attivo di qualità molto superiore a
quelli di cui il Pci dispone. Ed è forse la coscienza di questo grosso limite
che può spiegare, in certa misura, la mancanza di coraggio e le indecisioni
della gestione berlingueriana, ed i tempi lunghi all' opposizione di Ingrao.
In conclusione, mentre vi è oggi in
Italia la possibilità concreta che si sviluppi un movimento di massa capace di
aprire una prospettiva diversa da quella dell'ulteriore degradazione e dell'involuzione
autoritaria, non è affatto sicuro - anzi, è piuttosto improbabile - che il Pci
sia in grado di svilupparne le potenzialità quanto occorre e basta per
determinare la definitiva rottura del regime.
Senza farci troppe illusioni - è
possibile che sia troppo tardi, che la disgregazione e putrefazione della
società italiana sia ormai troppo avanzata - noi pensiamo che esistano oggi le
condizioni che possono consentire anche a gruppi ristretti di militanti di
sinistra di operare efficacemente per la costruzione di un movimento di massa
e per il rilancio di un reale dibattito sui temi della pace, del programma
economico, della crisi di regime e della riforma istituzionale, coinvolgendo
nel movimento e nel dibattito il Pci.
Non si tratta, sia ben chiaro, di
«fiancheggiare» il Pci, ma di costringerlo ad impegnarsi seriamente
nell'azione di massa, di obbligarlo al confronto sulla strategia, sulla
tattica, sul programma di fronte alla propria base ed alle grandi masse - in
una parola, di passare all'offensiva.
Il vero problema ci sembra sia quello
di coordinare le attività di quei gruppi, che pure esistono ma che, divisi,
disperdono i loro sforzi, verso precise iniziative di cui occorrerebbe al più
presto definire i tempi ed i modi. In questa direzione ci sembra quanto mai
valida la proposta di Federazione che è stata avanzata, anche se in termini
ancora troppo vaghi, dai compagni della Lega socialista.
Ci rendiamo conto delle difficoltà,
ed anche dei pericoli, sottolineati sul «Manifesto» da Rossana Rossanda (nel
numero del 16 ottobre), ma non ci sembra che gli uni e gli altri siano insuperabili, se soccorre la
volontà di accantonare preconcetti ideologici e meschini settarismi di
bandiera. Occorre però far presto, non cadendo nella trappola che la vischiosità
della crisi italiana ha da tempo costruito: la relativa «stabilità» di un
equilibrio instabile è un dato del tutto illusorio, sulla base del quale non è
sensato operare.
Per quanto ci riguarda, vogliamo in
piena lealtà chiarire che noi non crediamo che una socialdemocrazia, vecchia o
nuova, sia in grado di dare la soluzione della crisi italiana. Noi non abbiamo
però mai pensato, a differenza di altri gruppi dell'estrema sinistra, che,
particolarmente nelle società di capitalismo maturo, una socialdemocrazia effettivamente
riformista possa semplicisticamente esser definita «l'ala sinistra della
borghesia».
L 'esperienza riformista, tra l'altro,
il nostro paese non l'ha mai fatta (a meno che non si pretenda di considerare
tale il centro-sinistra degli anni '60)
. Ed è quindi probabile che la classe operaia italiana abbia bisogno di
consumare fino in fondo una siffatta esperienza per maturare un'autentica
coscienza rivoluzionaria, in termini adeguati all'attuale fase storica. In
atto, comunque, una prospettiva ed un progetto rivoluzionario non esistono nel
nostro paese, anzi la prospettiva più probabile è quella di un'involuzione
reazionaria. La logica del «tanto peggio tanto meglio» non è la nostra. Non lo
è nemmeno quella della rassegnata «testimonianza» e del ripiegamento sulla pura
riflessione teorica.” MM9
(1987)
Il testo che proponiamo è uno degli ultimi scritti di Mineo.
“Oggi, nessuno crede più alla
storiella della « crisi generale del capitalismo » ed è divenuta addirittura un'affermazione
banale quella per cui la crisi economica non comporta di per se stessa alcuna
prospettiva catastrofica, ma indica soltanto l'acutizzarsi di qualche contraddizione,
e contemporaneamente fornisce allo stato e alle grandi imprese monopolistiche
l'indicazione della necessità e dell'opportunità di certi aggiustamenti.
Elementi di crisi sono sempre presenti
nell'economia capitalistica contemporanea, ma difficilmente l'instabilità
strutturale del sistema potrebbe sboccare nella tradizionale crisi ottocentesca
di cui quella del 1929-33 costituì l'immagine più devastante. Errori gravi
della politica economica di qualcuno degli stati posti al vertice della
gerarchia imperialistica, o l'insorgere di una grave contraddizione a livello
internazionale (come la crisi del petrolio del 1973-74), possono certamente
determinare un'autentica crisi economica internazionale ma sono molto pochi
quelli che, come Minsky, ritengono che il disastro del 1929-33 potrebbe anche
ripetersi.
Non c'è, in sostanza, motivo di
credere che una crisi economica di normali dimensioni (una «recessione», come
oggi si chiama) possa sfuggire alla manovra regolatrice dello stato, e
determinare quindi una crisi politica e sociale quale in passato non è mai
stata capace (almeno direttamente) di determinare. Dato il ruolo che lo stato
oggi ricopre nell'economia capitalistica, è però ben possibile che dalla crisi
politica possa derivare una crisi economica, non facilmente risolubile.
Parliamo allora della crisi
politica. Secondo Poulantzas10, questa crisi non si può ridurre
a crisi dello stato sebbene comprenda anche quest'ultima. Se ho ben capito,
questa affermazione di Poulantzas si fonda sulla distinzione tra stato apparato
e stato istituzione ( o complesso di istituzioni se, come oggi è opportuno, vi
si includono anche certe istituzioni che giuridicamente parlando non rientrano
nello stato). La crisi dello stato-apparato, ossia in definitiva la crisi
della burocrazia, non mi sembra però qualcosa che si determini e si
caratterizzi di per se stessa.
A mio avviso, la crisi politica o
crisi dello stato ha anch'essa carattere cronico, esprimendo probabilmente
l'incapacità del capitalismo maturo di conseguire « una armonica
corrispondenza » come quella fra capitalismo concorrenziale e democrazia
liberale (Duverger). Questa « armoniosa convergenza », come è ovvio, è stata
sostanzialmente un fatto ideologico, ma non per questo di scarsa importanza.
Le cosiddette « tecnostrutture » del capitalismo odierno11 non
offrono certo un'immagine di questo tipo ed è questa, probabilmente, la ragione
profonda che spiega l' angoscia della « ingovernabilità » che si accompagna
all'illusione della « governabilità ».
C'è anche chi parla della crisi dello
Stato come crisi della formaStato, come ad esempio Lefebvre, allo
stesso modo come altri parlano della crisi della forma-partito - ma non
intendo qui lasciarmi coinvolgere da argomenti che restano su quello che lo
stesso Lefebvre chiamerebbe il piano della « metafilosofia ».
L' espressione crisi di regime è,
a mio parere, l'indicazione che esiste una situazione in cui la crisi politica
cronica dello Stato borghese contemporaneo diventa, almeno potenzialmente,
davvero grave. Essa è prima di tutto crisi di egemonia, e di conseguenza
crisi ideologica. Esprime pertanto uno sfaldamento del blocco dominante
che non è necessariamente la conseguenza della lotta di classe, avendo spesso
al suo interno le sue cause profonde. Se questa crisi si prolunga - se, cioè,
non si ricostituisce rapidamente, con le necessarie modifiche di composizione e
di formula politica, il blocco dominante - è abbastanza probabile che la crisi
economica le faccia seguito e allora, sempre che esista il soggetto
rivoluzionario capace di farla precipitare, essa diventa crisi organica (Gramsci)
o crisi di sistema. (1)
(Nota) Analizzando il caso italiano,
mi sono servito, fin dal 1968, del concetto di crisi di regime. Lo sviluppo
economico accelerato del 1953-62 aveva cumulato alle vecchie contraddizioni
della struttura economico-sociale del paese, le nuove contraddizioni, frutto
di una società giunta alle soglie dell'opulenza.
Era quindi necessaria e urgente una «
modernizzazione », un adeguamento degli strumenti e delle istituzioni statali
(ma anche dell'ideologia) alle istanze di una certa programmazione, di una
politica economica relativamente organica e propulsiva. E naturalmente
bisognava rinnovare anche la formula politica, dato che il blocco dominante non
si era nemmeno posto, fino a quel momento, il problema di integrare in qualche
modo le classi lavoratrici nel sistema.
La risposta del blocco dominante a
questi problemi fu il centro sinistra, e il suo rapido fallimento nonché
l'incapacità di far fronte nel 1968 all'insorgere del movimento studentesco,
determinarono, a mio avviso, una vera e propria crisi di regime. La crisi
economica internazionale del 1973-74, insieme all'errata convinzione che
esistesse in Italia (sia pure embrionalmente) un soggetto rivoluzionario, mi
aveva portato alla conclusione che la crisi era ormai diventata organica, che i
riformisti del Pci sarebbero stati costretti a comportarsi da riformisti
(anziché da « trasformisti » ) e che, di conseguenza, la crisi sarebbe in breve
tempo precipitata in uno sbocco rivoluzionario o, alternativamente, in
un'aperta reazione autoritaria. Cfr., ad esempio, il mio intervento nel
volumetto AA.VV. Crisi economica e crisi delle istituzioni, ed. Praxis,
Palermo,
Con questa raccolta di testi non pensiamo
certo di avere esaurito il tema della “crisi di regime” in Italia, ma solo
documentare l’origine e lo svolgimento lungo quasi un quindicennio, di una
ipotesi strategica che avrebbe permesso alla sinistra rivoluzionaria dell’epoca
di giocare meglio e sicuramente con più dignità le proprie chances sulla
scena italiana.
Abbiamo cercato di documentare
l’intuizione strategica di Mineo secondo
cui la crisi del regime politico costituiva una situazione nella quale il
movimento rivoluzionario italiano se avesse avuto un minimo di
consapevolezza, consistenza organizzativa e programmi politici da offrire al
proprio schieramento sociale, avrebbe potuto inserirsi e giocare le
proprie carte. Questa ipotesi fu ripetutamente suggerita, in modo sempre più
aggressivo e franco a tutta l’area a sinistra del Pci, per tutti gli anni ’70 e
i primi anni ’80, finchè non fu evidente
che non c’erano più possibilità né spazi operativi reali. Non importa ora
stabilire quando esattamente ciò avvenne, tuttavia ci pare di poter dire che la
sinistra rivoluzionaria tra il 1974 e il 1976 sciupò la sua opportunità,
dimostrando inconsistenza e mancanza di coraggio.
Le conseguenze sono sotto i nostri
occhi. Infatti se in una situazione di crisi di regime le classi lavoratrici
lasciano alle classi dominanti il tempo di riorganizzarsi, tutto si risolve in
una sconfitta storica “di fatto” anche in assenza di una vera e propria “guerra
di movimento”, in assenza di scontri drammatici e senza l’intervento dei
mazzieri o dell’esercito. È stata la
consapevolezza dell’occasione perduta, invece, ad avvelenare gli ultimi anni
dell’esistenza del nostro amico e compagno
(Mineo morì di infarto nel giugno del 1987).
Disgraziatamente, si direbbe che oggi
il problema non sussista più. E tuttavia ci sembra che l’identificazione
cosciente del concetto, la sua
caratterizzazione e il tentativo di far discendere da quella intuizione
strategica una serie di proposte politiche e organizzative coerenti e adeguate
alla fase politica che di volta in volta si apriva, rappresentino un contributo
importante di Mario Mineo alla costituzione di una vera e propria “scienza
politica” marxista.
Enrico Guarneri
Lillo Testasecca
_____________________________
1 Nella saggistica politica la si ritrova per esempio solo
nel libro di Salvadori Crisi di regime in Italia del 1992.
2 Renato Covino, curatore del volume Scritti politici.
3 Maurice Duverger, I sistemi politici, Bari,
Editori Laterza, 1978, pgg. 12-15.
4 Lettera a Sergio Bovini, datata 9 febbraio 1965, citata dai curatori degli Scritti in
SP, I-1, pg. 16.
5 Il Circolo Leone Trotky anche se citato, non vide mai la
luce.
6 Gli interventi sono in Spazio e ruolo del riformismo,
il Mulino, 1974
7 Maurice Duverger,
8 Vedi il suo lungo saggio in AA.VV. (a cura di Mario D’antonio),
9 Mario Mineo, Lo Stato e la transizione,
10 Nicos Poulantzas,
Potere politico e classi sociali, Editori Riuniti, 1975 e Classi
sociali e capitalismo oggi, Etas
libri, 1975
11 Maurice Duverger, Giano: le due facce dell’Occidente,
Edizioni di Comunità, 1973.
__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Mario Mineo
APRIAMO IL DIBATTITO SUL FEMMINISMO
Databile a
febbraio-marzo 1977; vedi n. 16/17 1977 di Praxis. Il 14 e 15 maggio dello
stesso anno si tenne il convegno sul femminismo.
Nell'ultima riunione nazionale
della Praxis (gennaio 1977), a Torino, si era stabilito di aprire il dibattito
sul femminismo, nei nostri 'circoli', per poi portarlo all'esterno e sulla
rivista. Tuttavia fino a questo momento nessuna iniziativa è stata presa al
riguardo dalle compagne, né a Palermo, né a Roma. Quali che siano le ragioni di
questa indifferenza, ritengo che sarebbe sbagliato lasciar cadere la questione.
Non tanto perché la rivista, fin qui, non ha affrontato il problema del
femminismo, limitandosi a pubblicare alcuni interventi parziali o piuttosto
generici (anche se non spregevoli).
Ma perché su questo problema
sussistono al nostro interno tutta una serie di equivoci, di preconcetti, di
attriti - che del resto sono venuti fuori tutte le volte che si è tentato di cominciare
il dibattito o di dar vita a gruppi di studio - che sarebbe pericoloso lasciar
marcire nella testa dei compagni e delle compagne. Butto giù quindi queste
poche pagine, nella speranza che servano ad impostare un dibattito serio e
sufficientemente pacato, che quantomeno ci consenta di definire con chiarezza i
reali punti di dissenso che esistono tra di noi e di individuarne le radici
ideologico- culturali.
1°) Partiamo da alcuni fatti
indiscutibili. In Italia, come altrove, il movimento femminista (MF) si è
presentato in questi anni come un movimento con una precisa vocazione
interclassista - legata alla contraddizione uomo/donna che in qualche modo,
viene posta come primaria. In secondo luogo, il MF è partito e si è
sviluppato, assumendo in alcuni casi reali dimensioni di massa (questo, tutto
sommato, non si può ancora dire per l'Italia), nell'ambito del ceto medio,
particolarmente del ceto medio istruito. Terzo, come storicamente è
sempre accaduto e come è logico, il MF nelle sue espressioni più diffuse ha
assunto una collocazione di sinistra – in alcuni casi come in Italia (e
probabilmente anche in Francia) di estrema sinistra. Quarto, si tratta
di un movimento le cui caratteristiche sono, in complesso, abbastanza simili –
e questo credo sia particolarmente evidente
in Italia - al movimento studentesco e ad altri tipi di movimenti 'spontanei'
che abbiamo conosciuto in questi ultimi 10/20 anni e che in generale sono il
prodotto della crisi del neocapitalismo, e più specificamente degli aspetti
disgregativi di questa crisi (emarginazione di vasti strati sociali dalla
società "affluente", latenza della lotta di classe, marcescenza
delle istituzioni fondamentali della società capitalistica, crisi dell’
alternativa globale al sistema che il comunismo aveva rappresentato fino alla
metà degli anni '50).
In Italia, poi, (e credo
anche in Francia) il MF, almeno in una parte assai consistente della sua
"avanguardia", ha investito proprio la maggior parte delle compagne
che si trovavano già all’interno dei gruppi di estrema sinistra prodotti dal
movimento del '68 o comunque nelle immediate vicinanze. E ciò si è verificato
proprio quando l' intera area del ’68 era visibilmente entrata in crisi. Questo
spiega, probabilmente, perché il conflitto tra 1'ala più rivoluzionaria del MF
e i gruppi dell’estrema sinistra si sia rivelato drammatico, addirittura a
livello esistenziale.
2°) D'altronde, basta leggere gli scritti
e le memorie di una Klara Zetkin o di una Kollontaj per rendersi conto che
anche in passato l' emergenza di una specifica istanza femminista all’ interno
del movimento operaio e comunista, ha creato seri problemi (anche quando quel
tipo di militanti hanno cercato di mantenere il proprio impegno femminista
all'interno del marxismo e dei
partiti rivoluzionari di classe). L’insufficiente
ricezione che tanto a livello teorico, quanto a livello politico- pratico, le
istanze della donna hanno ricevuto all' interno della sinistra di classe,
doveva inevitabilmente fare esplodere la questione femminista, una volta che ne fossero maturate le condizioni, tanto a
livello oggettivo (strutturale) quanto a livello coscienziale. Ora, questo è un
elemento essenziale che tutti i compagni devono riconoscere senza riserve di
sorta. Sulla questione femminile (e su quelle del sesso e della famiglia che ne
costituisce i fondamenti primi), il marxismo ha detto, fin qui, troppo poco –
anche se ha avuto il merito di aprire il discorso teorico. Sul piano pratico-
politico, e forse ancor più sul piano del costume (anche all'interno dei
partiti operai, riformisti o rivoluzionari), il movimento operaio, pur avendo
accolto alcune istanze e fatto alcune battaglie, non si è realmente fatto
carico della questione. La situazione che si è determinata nei cosiddetti paesi
socialisti, a questo riguardo (come, del resto su molti altri aspetti), non si
può certo considerare soddisfacente. Se non riconosciamo fino in fondo queste
verità, finiremo inevitabilmente col rifiutarci di comprendere certi aspetti
"sgradevoli" del fenomeno sociale
che il MF ci pone di fronte e di
conseguenza giungiamo a giudizi assolutamente negativi, tanto sommari quanto
superficiali ed aprioristici .
3°) Qui non si tratta di negare l'
evidenza - e cioè che le forme in cui si esprime il MF e particolarmente
la sua ala, più "rivoluzionaria", si riducono fin troppo spesso ad un
balbettio isterico, che il suo interclassismo ha in ogni caso una carica
chiaramente antimarxista etc. etc. (E' vero che talvolta anche alcune delle
nostre stesse compagne hanno voluto negare questa evidenza, ma appunto l'hanno
voluto, proprio perché sentivano anche la frustrazione di vedere male
interpretate, deformate, esasperate al di là di ogni limite le loro istanze,
nel momento stesso in cui avvertivano nei compagni maschi il rifiuto o il fin
de non recevoir di queste istanze). Ma il punto è di stabilire se queste
forme di espressione, gli slogans "sconvolgenti", i
comportamenti isterici etc. costituiscano l' essenza, il contenuto, la logica
interna di sviluppo di questo movimento. E' lo stesso problema che si è posto,
d'altronde, per il movimento studentesco etc.
4°) E' implicito in questa linea di
argomentazione il mio giudizio sulla incapacità di movimenti di questo genere
di andare oltre il conseguimento di una debole, confusa, precaria soggettività
- e dunque di sapersi costruire a livello teorico, politico, organizzativo una
precisa identità. E' già difficile - e la storia ce lo dimostra largamente -
conquistare lo status di soggetto politico ad una classe (nel senso
marxiano del termine); ancora più difficile, per non dire praticamente
impossibile, lo è ad un movimento interclassista che si genera spontaneamente a
partire da un insieme di bisogni esistenziali immediati che accomunano elementi
provenienti dai più diversi strati sociali, ma che, in realtà, sono sentiti in
modi e con intensità molto variabile da strato a strato, sicché sono facilmente
differenziabili a tutto vantaggio del Potere. Questa differenziazione,
naturalmente, è possibile, e viene praticata dal Potere, anche nei confronti
della classe rivoluzionaria: è l' organizzazione e la cultura che questa classe
accumula storicamente che la rende più difficile e in ogni caso ne limita gli
effetti). Ma, giustamente, i movimenti, spontanei di cui stiamo parlando
rifiutano l'organizzazione e la cultura, spesso la politica tout court,
non solo perché non hanno una memoria storica a cui richiamarsi, ma soprattutto
perché l'organizzazione e la cultura urtano contro l'immediatezza dei bisogni
che si pone coma assoluta).
L'errore del 'movimentismo'
che abbiamo spesso rimproverato ai gruppi della sinistra rivoluzionaria (ed a
noi stessi, in varie occasioni) non sta certamente nella valutazione positiva
di questi movimenti, che esprimono bisogni reali e profondi delle masse nella
loro vita quotidiana, bisogni che vengono ignorati e repressi dalla società
borghese e che dai partiti riformisti vengono di volta in volta elusi,
strumentalizzati, 'mediati' (ma sempre a basso
livello) a seconda delle circostanze. E tanto meno sta nelle istanze di autonomia
(e dunque di soggettività) di tali movimenti, dato che questa autonomia è la
condizione pregiudiziale del loro sviluppo quantitativo e qualitativo, della
loro sedimentazione anche a livello organizzativo, della loro durata e della
loro efficacia politica. Sta, invece,
nell' assumere che le forme in cui tali movimenti esprimono immediatamente i
loro bisogni e le loro aspirazioni siano quelle "giuste", cioè quelle
necessarie per mantenerne il vigore e l'impatto, sicché non vadano in nessun
caso messe in discussione. (Naturalmente, poi, la logica stessa del gruppo
politico rende ambiguo, o addirittura. ipocrita, questo rispetto per le
'masse’, sicché il movimentismo coesiste con la più volgare ed opportunistica
strumentalizzazione e questo impasto,
una volta che i gruppi in concorrenza fra loro "per prendere la testa del
movimento" sono molti, piccoli e settari, dà luogo a quegli
"scazzi" inverecondi ai quali tante volte abbiamo assistito, che
finiscono con avvilire il movimento). Ogni movimento spontaneo ha,
invece, una sua logica profonda, oggettiva,che va individuata a livello
di analisi concreta (collocata cioè in un preciso contesto economico,
sociale e politico) al di là delle sue espressioni immediate. Accade sempre,
infatti, in movimenti di questo genere che tali espressioni sono generalmente
costruite (con maggior o minore
intuizione degli stati d'animo, dell'emotività etc. della grande massa) da
coloro i quali, perfettamente coscienti a livello individuale dell'
impossibilità del "vogliamo tutto e subito" e frasi del genere,
intendono strumentalizzare il movimento ai propri fini - e non si tratta
soltanto di singoli ambiziosi demagoghi: assai spesso vi sono interi strati o
categorie che scontano di ottener vantaggi dal potere nella misura in cui
questo è messo in preoccupazione dal movimento -, e, specie nei momenti caldi,
dagli "arrabbiati" i quali
anch' essi si rendono, più o meno chiaramente, conto di quella impossibilità,
ma in realtà vogliono solo, o prima di tutto sfogarsi con la violenza verbale o
addirittura fisica. Sicché, in generale, e in particolare nelle assemblee e
nella maggior parte dei documenti etc., ciò che pensa la massa del movimento,
il processo con cui nel corso stesso della lotta la coscienza di questa massa
si va chiarendo, viene regolarmente deformato ed occultato. Compito di un
movimento politico rivoluzionario all'interno di un movimento del genere, che
si presenta immediatamente come "eversivo", ma che in realtà ha, di
per sé stesso, solo
potenzialità eversive (tutto
dipende da come si comporteranno nei suoi confronti gli avversari e gli
alleati), dovrebbe essere chiaramente proprio quello di comprendere la logica oggettiva di sviluppo del movimento
stesso, e su questa base di porsi come reale interlocutore, in un confronto
dialettico, all’occorrenza duro, ma chiaro e leale (id est, senza
meschini e settari strumentalismi), proprio per aiutarlo ad acquistare
consapevolezza, capacità di auto-organizzazione, efficacia politica.
Certo si tratta di un compito
non facile, che non sempre riesce anche quando non manchi la capacità e la
volontà del gruppo politico di creare questo tipo di rapporto - l' unico
corretto - col movimento. Ma che comunque va sempre tentato, perché, in ogni
caso, il gruppo politico si arricchisce realmente, guadagna di prestigio, pone le
basi su cui nuovi movimenti potranno partir meglio nel futuro.
5°) Torniamo al MF. Abbiamo oggi la
presunzione di credere - in base a quelle forme "sconvolgenti" di
espressione, di cui abbiamo dianzi parlato - che questo movimento non
rappresenti altro che uno spezzone di un "gauchisme" di matrice
tanto sociale che ideologica sostanzialmente "piccolo-borghese", e
dunque di un detrito del '68? In tal caso, francamente non ci interessa forse
nemmeno parlarne. Ma se pensiamo che il MF esprima in qualche modo, nella sua
logica profonda, le istanze di liberazione del le grandi masse femminili che
vanno maturando nella nostra. società in crisi, dobbiamo preoccuparcene
seriamente, come Praxis (e non solo come "compagne della Praxis"),
tentando di costituirci, sia pure nella misura embrionale che le nostre forze
attuali ci consentono, come interlocutore, nel senso sopra indicato.
Io so bene che alcuni di noi,
al di là delle differenze di sesso, sono tentati di dare la prima risposta,
quella negativa. Ma so altrettanto bene che altri compagni della Praxis hanno
assunto nei confronti della questione un atteggiamento sostanzialmente
opportunista (nei fatti, naturalmente, non nelle intenzioni), nel senso di
evitare non solo col MF, ma anche con le compagne femministe un serio confronto
là dove questo confronto rischiava di essere aspro. Vorrei che gli uni e gli
altri riflettessero seriamente su quanto ho detto prima, ed inoltre che si
chiedessero, individualmente, se il loro atteggiamento non rifletta anche
la difficoltà soggettiva di affrontare in maniera spregiudicata, razionale,
scientifica il complesso di temi che vengono posti dal MF.
6°) Infine, è evidente che, lasciato a se
stesso, il MF può rifluire non solo su posizioni riformiste - in quanto, ad un
certo momento, sugli slanci utopici ed estremistici prevalga il realismo della
soddisfazione di certi bisogni concreti (dagli asili nido ai consultori,
all'aborto, all'occupazione) e quindi si imponga la logica della mediazione
istituzionale dei grandi partiti operai - ma addirittura su posizioni
cattoliche (nella misura in cui prevalga l'esigenza, che pure è chiaramente ben
presente nel movimento, di recuperare certi 'valori' , ed in cui la Chiesa
Cattolica sia capace di far fronte, con sufficiente spregiudicatezza e
flessibilità, a tale esigenza). E con questo? Forse che gli stessi pericoli non
li abbiamo visto emergere, mutatis mutandis, nel movimento studentesco?
Il MF trova (con poche eccezioni: Torino, probabilmente, è la sola
significativa) difficoltà ad estendersi fra le donne del popolo. Le stesse
difficoltà - non le ha incontrate il movimento studentesco? Si pensa che le
ragioni di fondo di tali difficoltà siano sostanzialmente differenti nei due
casi?
7°) Arrivo alla conclusione: se in Italia
finora abbiamo avuto il tipo di MF che abbiamo avuto (ma il discorso si
potrebbe fare quale per il movimento studentesco!), lo dobbiamo al tipo di
sinistra rivoluzionaria che abbiamo avuto e che, purtroppo, tuttora abbiamo. Le
espressioni politico culturali - dell' uno e dell' altra hanno essenzialmente
le stesse radici: utopismo astratto(e quindi senza altro deteriore), povertà
teorica presuntuosamente dissimulata sotto la bandiera di pretese
"sintesi" del marxismo con qualcosa d' altro, movimentismo senza
principi e senza scrupoli, concezione dell'organizzazione e della militanza
intellettualistica e moralistica ( e quindi astratta, burocratica, settaria ,
opportunista, ipocrita. Insomma, gli elementi decisamene negativi del '68, che
ci portiamo ancora dietro anche quando ci sforziamo di superarli. Solo nella
misura in cui (sic!) 2 riusciremo a liberarci di questa eredità e a
riformare (sic!) 3 la sinistra rivoluzionaria, saremo anche capaci
di farci carico (sic!) 4 delle istanze reali, profonde, del
movimento femminista e, quindi, di far crescere, nella sua (necessaria)
autonomia questo movimento, senza tema che possa rifluire nell’area del
'riformismo' marca Pci o verso una restaurazione cattolica.
8°) In questa fase che - tutto
considerato - mi sembra sia per il MF, dopo Paestum, una fase di
riflessione e, forse, per la sua ala ‘rivoluzionaria', dopo lo psicodramma di
Rimini (congresso di Lc), anche di
'decantazione', ritengo che il solo, serio contributo che potremmo e dovremmo
dare sia di carattere teorico-culturale. Quando dico 'teorico-culturale',
peraltro, non intendo affatto che dobbiamo limitarci allo studio di questioni
come il sesso, la famiglia etc. Intendo dire che l'approccio politico ai
problemi posti dal MF va fatto partendo da un'analisi teorica e, occorrendo, da
un attacco polemico che investa quanto più è possibile alla radice le questioni
di fondo, le matrici culturali etc . Come impostare questa ricerca e
questa battaglia ideologica? Mi manca il tempo, purtroppo, per una riflessione
ed una proposta veramente approfondita e quindi mi limito a suggerire alcune
cose.
(A) Partirei, innanzitutto, da una
constatazione (o, se preferite, da un'ipotesi) e cioè che la maggior parte
delle compagne che militano nel MF non soltanto abbiano sul sesso e la
famiglia idee molto vaghe; d'altra parte, forse che i militanti maschi della
sinistra rivoluzionaria le abbiano più chiare? - ma che esse non abbiano fatto
i conti seriamente col cattolicesimo (come religione e come matrice culturale
nel senso più ampio della parola) . (Anche questo riguarda i maschi, in una
certa misura, specie quelli provenienti da certe aree).
In qualche modo, mi pare,
questo elemento è stato presente nella rivista ( e non alludo soltanto agli articoli
di Enrico Guarneri sulla questione cattolica). Ma bisogna andare più a fondo,
essere più chiari e più incisivi. Il rapporto tra sessualità, famiglia e
cattolicesimo - in altre parole – andrebbe approfondito seriamente e non solo
da un punto di vista storico, ma anche da un punto di vista 'strutturale'
(cioè, cercando di cogliere gli elementi più profondi, e in qualche modo
indipendenti dalla specificità delle determinazioni storiche, per cui il
cattolicesimo è legato ad una concezione 'maschilista' o 'antifemminista' sia
del sesso che della famiglia) .
(B) Premesso che non è vero in nessun
senso chela contraddizione uomo/donna sia, o sia mai stata, la contraddizione
principale - è soltanto la contraddizione più antica, e più difficile da
risolvere, derivante dal processo storico della divisione del lavoro - , direi
che possiamo partire dall'ipotesi che (con pochissime eccezioni) questa
affermazione delle femministe è soltanto polemica, non corrisponde in
generale ad una convinzione reale. Nelle più smaliziate significa soltanto che
non è possibile far crescere autonomamente un MF realmente 'rivoluzionario’ se
non si parte da questa posizione ultrasoggettivistica della questione.
Allora, il problema non è tanto di polemizzare (cosa fin troppo facile) con una
posizione 'di principio' del tutto priva di valore, quanto di dimostrare che
non è affatto vero che quella posizione 'di comodo' serva realmente allo scopo.
Non solo e non tanto perché provoca una reazione 'maschilista' o perché crea
una barriera nei confronti di qualsiasi genere di marxismo etc. Ma soprattutto
perché costituisce, anche a livello esistenziale, un elemento assai
squilibrante (al limite, di schizofrenia) nella formazione della personalità
delle militanti femministe.
(C) E' abbastanza probabile tutto
considerato, che l'aggravarsi della crisi soprattutto sotto l'aspetto
occupazionale influisca positivamente sul MF, nel senso di recuperarlo ad una
visione più politica, e di spingerlo ad un rapporto più diretto ed immediato
con le masse lavoratrici femminili. Bisognerebbe, da questo punto di vista,
analizzare puntualmente il comportamento delle femministe nel corso del
movimento che si è determinato nelle università nelle ultime settimane. Se il
movimento femminista ha realizzato nella sua maggioranza il carattere
pregiudiziale che la questione dell'occupazione assume nella prospettiva di uno
sviluppo di massa del movimento femminista, si apre certamente la via ad un
discorso politico concreto, che esige però una reale organizzazione del MF a
livello nazionale. Il problema della costruzione di questa organizzazione è
tutt'altro che facile. A me sembra, in ogni modo che il punto di partenza di
questa costruzione dovrebbe essere costituito da un impegno per la
sindacalizzazione della forza di lavoro femminile impiegata nel lavoro nero
(soprattutto nel lavoro a domicilio) e nelle piccole fabbriche e piccole
aziende - un settore di supersfruttamento e politicamente del tutto
inesplorato, o quasi. Ciò darebbe al movimento femminista oltretutto una
consistente forza contrattuale nei rapporti col sindacato e gli faciliterebbe
notevolmente il lavoro a livello della forza lavoro femminile disoccupata o in
cerca di prima occupazione. Non occorre sottolineare, credo, il valore quasi
rivoluzionario che avrebbe all' interno del movimento sindacale l'attivazione
di queste forze con tutti i loro problemi specifici etc.
La questione grossa qui è
data dalla capacità delle militanti del MF di impostare un lavoro del genere e
di condurlo avanti con intelligenza ed efficacia. L'analisi di siffatte
situazioni e la indicazione di possibili obiettivi e di strumenti organizzativi
da parte nostra potrebbe costituire uno stimolo e un aiuto significativo. Mi
rendo conto, peraltro, che non sarà facile, date le poche forze di cui
disponiamo, fornire questo servizio al MF. Ma per lo meno potremmo dare qualche
esempio.
Vado alla conclusione
Noi non costituiamo (ancora)
un' organizzazione, e quindi non siamo momentaneamente afflitti da certi problemi.
Potremmo quindi rinviare ogni discorso su problemi come quello della
"doppia militanza" delle compagne, ed in genere sul modo di essere
dell' organizzazione politica rivoluzionaria, sul rapporto tra privato e
politico e via di seguito. Ma credo che non dobbiamo farlo, credo che dobbiamo
ammettere che l' esplosione del 'privato' all' interno della nuova sinistra (e
non soltanto del MF) non è un puro e semplice fatto di disgregazione, che anzi
può addirittura indicare l'esigenza di reagire a certi fattori di disgregazione
che derivano dalla crisi della società.
Qui un discorso astrattamente
leninista potrebbe opporre che la sola maniera di risolvere le contraddizioni
che tale crisi determina a livello personale, è una militanza rivoluzionaria totale.
Ne deriverebbe un modello di organizzazione rivoluzionaria assolutamente
elitaria anche sul piano morale - una specie di setta religiosa, in fin dei
conti. Ma se – giustamente - rifiutiamo questo modello, che risposta possiamo
dare a certe esigenze, a certi bisogni esistenziali che sono particolarmente
vivi negli strati sociali emarginati o in via di emarginazione, tra i giovani,
le donne, etc.? Non è davvero facile dare una risposta e non mi ci proverò
nemmeno. Mi limito a ricordare che gli sforzi di costruire una militanza
'totale' sono fin qui miseramente falliti e non credo che questi fallimenti
siano dipesi soltanto dall'incapacità politica e dai limiti ideologici dei
gruppi dirigenti dei vari minipartiti. Si può pensare ad un partito capace di
costruire una vasta rete di organismi culturali, autonomi, ai vari livelli
della vita sociale, all’interno dei quali quei bisogni possan trovare almeno
parziale soddisfazione? Forse sarebbe questa - a condizione, beninteso, di
definire nelle grandi linee una giusta politica culturale ( è chiaro che
intendo qui 'cultura' nel senso più - ampio della parola) - la vera soluzione:
ma come realizzarla? Le forze, probabilmente, ci sarebbero nella sinistra
rivoluzionaria se essa fosse capace, almeno su questo terreno, di agire
unitariamente, senza meschini tentativi di strumentalizzazione etc. Che sia
questo un terreno decisivo sul quale un MF che uscisse definitivamente dagli
astratti furori antimaschilisti e da non meno astratte rivendicazioni sul
"femminino" e sui nuovi modi di fare politica, potrebbe rendere un
grosso servizio a se stesso, in primo luogo ed alla sinistra rivoluzionaria in
generale, costringendo i 'gruppi' a lavorare insieme? E' una prospettiva
utopica, questa? Sarei portato a dire, non più di tante altre, di cui pure si
parla.
NOTE:
1 Presumibilmente scritto nel 1977, perché fa riferimento all’assemblea del movimento femminista di Paestum (1976) e al congresso di Rimini di Lotta Continua, che si tenne nell’autunno dello stesso anno.
2 Così nel testo
3. Così nel testo
4 Così nel testo