POLITICA MARXISTA
MECCANISMI DELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DELLA TEORIA
Esiste una specificità della cultura (e della pratica) politica
all’interno dell’ideologia marxista? Ovvero: quello politico è un ambito
specifico, dotato di una relativa autonomia culturale - di uno specifico
statuto - rispetto alla totalità dell’ ideologia marxista? Possiamo parlare di
una scienza politica comunista?
Se guardiamo al passato questa
specificità non è mai stata esplicitamente dichiarata. Forse perché l’unità tra
teoria e azione è stata sempre un principio basilare del marxismo ed essendo la
politica il cuore dell’attività del movimento operaio e comunista sarebbe
sembrato paradossale, persino sospetto, considerarla un campo culturale a sè. Forse perché all’interno dei meccanismi di trasmissione
del sapere dei vecchi partiti non se ne sentiva l’esigenza. Forse perché ciò
che contraddistingue il marxismo è il concetto di “totalità” ovvero la
necessità di affrontare lo studio della società classista (capitalista) e la lotta
politica con un approccio globale, legando la storia dei fatti economici e
sociali alla storia delle idee. In fin dei conti cosa si rimprovera oggi –
giustamente - al PD e a tanti reduci del fu PCI se non il loro “politicismo” o
“tatticismo” slegati da qualsivoglia
analisi critica del presente?
Eppure, se guardiamo all’ambito
economico, vediamo che una cultu- ra e un dibattito
economico marxisti hanno potuto svilupparsi autonomamente. Lo stesso è avvenuto
per la storia, la sociologia, la
filosofia, l’arte e l’antropologia. Perchè non
anche per la scienza politica?
Ma vediamo qual è stato il meccanismo
di produzione e trasmissione della cultura politica nel movimento comunista dal
1848 ad oggi.
Nell’epoca della 1° Internazionale
(l’Internazionale dei Lavoratori) la produzione teorica e l’attività pratica di
Karl Marx erano concentrate nello sviluppo della
coscienza classista degli operai riuniti attorno all’organizzazione e nella
gestione delle campagne politiche dell’Internazionale stessa. Questo lato dell’attività di Marx è spesso sottovalutato, ma egli era contemporaneamente
un ideologo e un politico. L’attività politica per lui non era secondaria né
occasionale, ma parte integrante della sua visione del mondo, come risulta
dalle Glosse a Feuerbach:
“La questione se al pensiero umano
appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. È
nella attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e
il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La discussione sulla realtà o
non realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica.”
(II)
e poi, famosissima:
“I filosofi hanno solo interpretato il
mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo” (XI)1
Nell’intervallo tra la morte di Marx e la nascita della Prima Internazionale ricadde su Engels il compito di tenere le fila del movimento
internazionale e guidare i vari gruppi e partiti di sinistra attraverso la sua
corrispondenza, dispensando consigli e indicazioni politiche. Nell’epoca
della 2°
Internazionale
(l’In-ternazionale Socialista) la produzione politica era già più
diffusa attraverso i congressi dei
Partiti Socialisti, i loro giornali e le grandi polemiche del tempo. La
formazione dei militanti era affidata alla diffusione di una serie di opuscoli
e libriccini prodotti dall’industria editoriale del tempo. Il livello culturale
di questa produzione variava da paese a paese, così come il livello di
controllo dei partiti sulle pubblicazioni che finivano in mano agli iscritti.
Nell’epoca della 3° Internazionale (l’Internazio-nale Comunista) l’analisi
politica e la produzione teorica si concentravano nelle strutture
dell’Internazionale (a Mosca) e dei suoi partiti (che erano “Sezioni
nazionali”). La formazione politica dei quadri e dei militanti rientrava tra le
attività normali, ordinarie dei partiti comunisti che a tal fine si
preoccupavano di produrre direttamente i materiali a stampa necessari oppure
esercitavano un controllo e una supervisione (spesso una censura preventiva)
sul contenuto politico e sulla qualità delle pubblicazioni dirette ai militanti
(nel caso dell’Est europeo, la censura
sulle letture dei livelli inferiori del partito era pratica comune).
Date queste premesse non suscita
meraviglia che la teoria politica marxista sia ampiamente distribuita - ma
anche frantumata - in una enorme quantità di testi (libri e libelli, documenti
delle organizzazioni internazionali, dei partiti nazionali, articoli di
stampa), scritti in stretta relazione con le necessità contingenti del momento
e in una moltitudine di lingue.
E si comprende perchè
alla 3° Internazionale staliniana siano mancati lo stimolo e la possibilità di
una ricerca autonoma in ambito politico (ovviamente il controllo sulla ricerca
teorica è da attribuirsi esclusivamente alla degenerazione staliniana e non –
come spesso viene disinvoltamente sostenuto - al leninismo).
Le principali eccezioni alla
dispersione e frantumazione di cui sopra sono la produzione teorica di
Lenin e quella di Gramsci. In quest’ultimo
caso, a causa della carcerazione, proprio la riflessione politica, sganciata da
qualsiasi motivo contingente, costituisce la caratteristica dei suoi scritti2.
Nel complesso però la cultura politica
comunista è oggi dispersa e frantumata ed esigerebbe un enorme lavoro di
documentazione, selezione e sintesi. Sorprendentemente – a quanto mi risulta -
tale lavoro non è stato mai affrontato o tentato nel suo insieme, né è stato
fatto uno sforzo per produrre delle opere teorico-sistematiche propriamente
dette o delle antologie ragionate.
Assente l’Internazionale Comunista
(che, lo ricordo, fu sciolta nel 1943 come prova di buona volontà nei confronti
delle potenze alleate capitaliste), l’elaborazione politica ricadde sui singoli
Partiti Comunisti i quali - tranne
alcune notevoli eccezioni come il PC cinese, quello italiano e, forse,
quello jugoslavo - non furono all’altezza della situazione,
avendo tutti subito gli effetti della “pialla staliniana”3.
Negli anni ’60 con la crisi dei PC e
l’irrompere di nuove masse e nuovi movimenti sulla scena (italiana e mondiale),
la situazione cambiò ancora. L’attività sistematica di formazione dei quadri
del PCI proseguì regolarmente, ma risentì del moderatismo, della sclerosi
culturale, dei nuovi indirizzi del partito e infine del suo tracollo.
I gruppi nati dal movimento del ’68 -
passati da uno stato di agglutinamento informale e disperso a una struttura
organizzata e nazionale - non divennero mai centri qualificati di elaborazione
politica. Ciò perchè - con l’eccezione di un numero
limitato di quadri già adulti transitati dal PCI – i “gruppi extraparlamentari”
erano composti da giovani che “imparavano buttandosi in acqua”. Essi azzerarono sostanzialmente i rapporti
con la tradizione politica comunista, conservando solo – per motivi strumentali
- la tradizione resistenziale. Si discuteva, si ricercava, ma la teoria
politica era spesso sostituita da
ideologie confuse, da un utopismo astratto e velleitario, da mitologie come l’operaismo
(una sciagura che si è diffusa in tutto il mondo), da rigidezze settarie.
Aumentò anche la confusione su cosa dovesse intendersi per “politica” (vi
ricordate del “modo nuovo di fare politica”?).
In poche parole si è perduta, si è
dimenticata la specificità del pensiero e della prassi politica, l’esistenza di
una cultura politica comunista. Anche la formazione dei giovani militanti
(scuole quadri, corsi di formazione) è caduta in disuso4. Si leggeva molto, ma disordinatamente, da
autodidatti.
Le generazioni formatesi nel crogiolo
degli anni ‘70 esibivano (e i sopravvissuti esibiscono ancora oggi) un
indigesto “fritto misto” cultural-ideologico-sociologico-politico, per di più vissuto e agito in modo di volta
in volta volontaristico, utopistico, non di rado cattolicheggiante.
Naturalmente l’attività politica non è
finita, solo che non è sorretta da una
riflessione esplicita, condotta con rigore scientifico. Così oggi la sinistra
radicale italiana presenta tre caratteristiche: 1) perdita di consapevolezza della specificità
dell’attività politica; 2) ignoranza del patrimonio di scienza politica
comunista accumulatosi nel tempo ad opera di diverse generazioni di militanti
(di cui solo una parte è qualificabile come “stalinista”); 3) disinteresse e/o sottovalutazione per le
esigenze di trasmissione di tale patrimonio5.
I risultati sono sotto i nostri
occhi: in mancanza di un ragionamento
politico, si parla a ruota libera confondendo fatti e opinioni, desideri e
possibilità. Nella pratica quotidiana si oscilla spesso tra opportunismo ed
eclettismo. Questa combinazione di fattori ha prodotto nelle giovani
generazioni italiane di sinistra una condizione di analfabetismo politico e
qualunquistica disistima per la politica.
Credo quindi che occorra riconoscere
la specificità della teoria politica all’interno della riflessione marxista.
Senza voler creare barriere artificiose e senza dimenticare l’importanza
fondamentale del concetto di “totalità”
cui accennavo all’inizio, è giunto il momento di riservare alla teoria
politica un’attenzione e uno sforzo particolare, distinto dal resto nella
produzione teorica. Per non essere in contraddizione con il marxismo questa
enucleazione/individuazione della politica dovrebbe essere fatta in
strettissimo collegamento con la storia (e le storie: del movimento operaio,
delle classi lavoratrici e del movimento comunista), perché come diceva Lucien Goldmann “per il pensatore
dialettico le dottrine formano parte integrante dello stesso fatto sociale e
non possono essere staccate se non per una astrazione provvisoria. Il loro
studio è un elemento indispensabile dello studio attuale del
problema”6.
Antonio Gramsci per primo si pose il
problema della “legittimità” della scienza politica, quando scrisse con il
solito linguaggio involuto, necessario a superare la censura carceraria:
«La politica come scienza autonoma.
La quistione iniziale da porre e da risolvere in
una trattazione sul Machiavelli è la quistione della
politica come scienza autonoma, cioè del posto che la scienza politica occupa o
deve occupare in una concezione del mondo sistematica (coerente e conseguente),
in una filosofia della prassi.
Il progresso fatto fare dal Croce, a
questo proposito, agli studi sul Machiavelli e sulla scienza politica, consiste
precipuamente (…) nella dissoluzione di una serie di problemi falsi,
inesistenti o male impostati. (…) In una filosofia della prassi, la distinzione
non sarà certo tra i momenti dello Spirito assoluto, ma tra i gradi della sopra
struttura e si tratterà pertanto di stabilire la posizione dialettica
dell'attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado
superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che
l'attività politica è appunto il primo momento o primo grado, il momento in cui
la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione
volontaria, indistinta ed elementare.»7
Qui Gramsci accetta il principio
della autonomia relativa della scien-za
politica. È ovvio che quanto più una visione del mondo (quale il marxismo è) si
compenetra con il mondo dell’esperienza, tanto più i suoi singoli elementi
costitutivi si rendono relativamente autonomi e acquistano lo statuto di
“sottosistemi”. In questo caso i politici, gli economisti, i sociologi marxisti
tenderanno a sviluppare autonomamente le rispettive discipline a) in virtù
delle proprie capacità intellettuali; b) in tutte le loro conseguenze logiche
e c) a esprimerle in una coerente
visione d’insieme8.
Un secondo, grosso problema
collegato, è quello della trasmissione
di questa cultura alle giovani generazioni: serve un vero processo di
alfabetizzazione politica9. Data l’eclisse dei partiti e delle
organizzazioni che tradizionalmente svolgevano questa funzione e ne erano il
naturale luogo di realizzazione (dov’è più il Partito o “l’intellet-tuale collettivo”?), dobbiamo
trovare forme nuove di trasmissione del sapere, indipendenti dai partitini
esistenti, i quali non hanno adempiuto a
questa funzione e, proprio per questo, dovrebbero - essi stessi - essere severamente educati10.
Una delle prove più tristi del
fallimento del progetto del Partito della Rifondazione Comunista è dato dal
fatto che esso non ha mai dedicato uno sforzo significativo e continuativo alla
formazione dei suoi iscritti, i quali se giovani andavano formati perché
privi di cultura politica, se adulti andavano sollecitati a sottoporre a
un serio riesame la propria formazione perché provenienti da esperienze
politiche molto eterogenee e – diciamolo pure –
risultate tutte fallimentari alla prova del ciclo di lotte degli anni
Settanta (ex-PCI ed ex Democrazia Proletaria
principalmente, ma non solo). Così non è stato e oggi si può considerare
definitivamente interrotto il ciclo
tradizionale, partitico, di produzione e trasmissione della cultura
politica comunista.
Ovviamente l’esigenza di produrre11
e trasmettere la cultura politica di cui abbiamo bisogno (e la memoria storica)
non si ferma, semmai va avanti su spalle diverse. Dobbiamo riflettere sul come,
perché questo impegno è essenziale per
riportare con i piedi per terra il dibattito della sinistra e per evitare le
fumose teorizzazioni in voga in quest’ultimo decennio (da Revelli
a Halloway, da Negri a Bertinotti).
Lillo Testasecca
Note
___________________________
1 Tesi scritte da K. M. a Bruxelles nel
1845 e pubblicate per la prima volta da F. Engels nel
2 Per essere esatti si può distinguere
una prima fase degli scritti di Gramsci in cui teoria e lotta politica
contingente coesistono (fino all’arresto, nel 1926) e poi una fase in cui le preoccupazioni
immediate scompaiono (i Quaderni dal carcere).
3 Non a caso i tre partiti comunisti
citati prima (il cinese, l’italiano e lo jugoslavo) erano più o meno
“eccentrici” rispetto allo stalinismo.
4 Tra le eccezioni mi piace ricordare
che al Centro di iniziativa Praxis di Palermo
si tenevano regolarmente corsi di formazione per i giovani militanti.
5 Assieme alla diffusione della cultura
storica. L’ignoranza della storia d’Italia, d’Europa, del mondo e del movimento
operaio ha ormai raggiunto livelli inaccettabili.
6 Lucien Goldmann, Scienze umane e filosofia,
Feltrinelli, 1961, pag. 63. Il corsivo è
dell’Autore
7 Antonio Gramsci, Quaderni dal
carcere, Note sul Machiavelli,
Einaudi, 1966, pagina 11 (Q.XXX). Vedi anche la voce Scienza politica
nel recentissimo Dizionario gramsciano 1926 -
1937.
8 Lucien Goldmann, cit., pag.
108
9
D’altra parte, mi chiedo: perché intere generazioni di compagni hanno
potuto studiare sul Manuale di economia marxista di Ernest Mandel e non dovrebbero avere a disposizione un analogo
manuale (un manuale, si badi bene, non un Catechismo) di scienza
politica marxista? Quando ero un giovane militante del Centro di iniziativa del
manifesto prima e di Praxis poi (a
Palermo), Mario Mineo nel corso delle sue
Lezioni ci consigliò la lettura della Introduzione
alla politica di M. Duverger (ottimo testo
peraltro) in mancanza di un equivalente marxista.
10 “ (…) l’educatore stesso deve essere
educato” Marx,
Glossa n. III a Feuerbach, cit.
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FEMMINISMO SENZA PASSAGGIO DI TESTIMONE
«La
società patriarcale ha dato a tutte le funzioni femminili la forma di una
schiavitù», Simone de Beauvoir, Il
secondo sesso
Più che di un dibattito sul femminismo
contemporaneo, in questa prima decade di terzo millennio, viene da chiedersi
quando e perché in Italia i movimenti
femministi abbiano perso attrattiva nei confronti della politica, e, nella
società, nei confronti delle stesse donne. Ossia, quando e perché si è
consumato il divorzio, se mai matrimonio ci sia stato, tra femminismo da un
lato e spinte politiche e sociali dall’altro. Vien da pensare con Bauman che l’attuale “società liquida”, all’interno della
quale ciascuno è amministratore unico della propria “politica della vita”,
abbia investito sul pensiero a breve scadenza e sulla seduzione del consumo
anche nell’ambito dei movimenti femministi. Si è esaurita l’unicità di quella
spinta propulsiva che, con il ’68, ha portato un’intera generazione di donne a
sperimentare all’interno dei partiti e nelle assemblee politiche la possibilità
di porre la questione femminile all’interno di una più vasta ideologia
dell’uguaglianza.
Quali fossili viventi restano le
protagoniste di quegli anni, testimoni di se stesse e di un movimento che, pur
producendo esperienze rivoluzionarie, è restato sostanzialmente elitario,
incastonato nel tempo, incapace di trasmettere alle nuove generazioni quel
corredo di valori e modelli che in quel momento storico si ritenevano raggiunti.
Luoghi di pensiero diventati musei frequentati da sparute minoranze. Cenacoli
silenziosi. Ricettacolo di un’intelligenza femminile che ha perso la vocazione
ai grandi numeri, lontana dalle scuole, dalle fabbriche, dalle mode giovanili,
da televisione e società. Le Case delle donne, le Librerie delle donne mostrano
la propria autoreferenzialità e la capacità di esprimersi unicamente quando la
cronaca chiama. Quando la violenza sulle donne occupa le prime pagine dei
giornali. Quando le morti quotidiane portano il focus dell’attenzione su
una cultura patriarcale che non ha mai smesso di uccidere. Quando diritti che
si ritenevano acquisiti, come l’autodeterminazione femminile all’interruzione
di gravidanza, vengono violentemente rimessi in discussione. Allora le porte di
quei cenacoli si aprono al dibattito, all’analisi dei dati, alle telecamere e
alla politica, utilizzando la cronaca di una strage silenziosa armata da maschi
all’interno delle proprie famiglie o con medici obiettori che rendono sempre
più difficile abortire.
Massima luce, massimo buio. Si
denuncia e si discute nell’emotività dell’emergenza, lasciando al buio “la
politica per le donne”. E’ il dovere di raccontare la straordinaria forza dei
movimenti femministi alle nuove generazioni ad essere mancato. Assieme
all’incapacità di opporre quotidianamente un modello di femminilità “seducente”
senza essere patinato, realistico senza essere percepito come vecchio, forte
senza apparire recriminatorio, leggero senza essere superficiale. E’ il limite
che l’elaborazione femminista ha espresso in questi ultimi venti anni.
Nomadismo intellettuale, sostanziale naufragio delle Reti, assenza di
“tutoraggio” da parte delle anziane con le giovani hanno reso muto il colloquio delle madri con
eserciti di figlie oggi aspiranti veline.
E’ la struttura che produce la
cultura. La vittoria di un modello unico direttamente plasmato dalle stesse
donne adulte ha rappresentato la
sconfitta di un movimento incapace di crescere e mettere radici. Responsabilità
che significa aver lasciato fuori le energie più vitali del “movimento”, quelle
sulle quali si sarebbe dovuto investire nel passaggio di testimone con le nuove
generazioni. Le giovani e le giovanissime “infemminizzate”,
erotizzate dalla seduttività del consumo e dal modello
maschile che ordina il potere, si sono adeguate ai canoni di comportamento da
supermercato usa e getta. Nessuna continuità con le pioniere del movimento.
Nessuna trasmissione di valori con le proprie madri e nonne che hanno lottato
per l’uguaglianza, l’autocoscienza, la sessualità e i diritti conquistati
attraverso la legge.
Le battaglie degli anni ’70 che hanno
portato a legiferare su materie come divorzio, aborto, contratti di lavoro e in
seguito Consigli e Ministeri per le Pari Opportunità, hanno illuso con la
speranza che attraverso la normativa giuridica si potesse scardinare un sistema
di credenze permeando la cultura di un paese ancora profondamente orientato al
maschile. La presunzione che i movimenti femministi nati negli anni ’70 tracimassero nella coscienza collettiva e
comune delle donne, impedendo un ritorno al passato, si è rivelata di una
ingenuità sconcertante. Le conquiste che quei movimenti hanno raggiunto si sono
scomposte in miriadi di possibilità e diritti ogni volta da rinegoziare.
L’attenzione, quasi maniacale, verso
il dogma esterno - interno, pubblico e privato, ha deviato l’interesse del
movimento verso conquiste lavorative e di ingresso nello spazio pubblico
sottacendo e sottorappresentando problemi culturali, affettivi ed economici
entro lo spazio privato e tra le mura domestiche. Lo slogan “Il
personale è pubblico”, assieme alla capacità di far entrare autocoscienza
critica al sistema patriarcale e diritto all’emancipazione entro il recinto
della sfera politica, è durato il tempo di una stagione.
Maintreaming
ed empowerment sono diventati i nuovi totem,
politicamente corretti, socialmente addomesticati all’interno di un sistema
sociale cresciuto nell’ipocrisia e la scorrettezza: di norme giuridiche di
facciata e comportamenti femminili escludenti solidarietà di genere. La
maggioranza delle donne ha continuato in quella missione di protezione del
nucleo famigliare diventando depositaria di uno stile comportamentale omertoso
e fiancheggiatore di un potere utile soprattutto ai maschi. Con un welfare
interamente sulle nostre spalle aiutiamo il bilancio pubblico senza riuscire a
diventare soggetti propositivi o almeno a partecipare al tavolo della
trattativa. Lavori domestici, cura familiare ad anziani e bambini sono
affrontati in base al singolo portafoglio o alla personale dote di
energia.
Incapaci di fare rete e troppo
preoccupate di sfondare “tetti di vetro” o “di cristallo”, i movimenti
femministi si sono interrotti perdendosi in rivoli ad hoc: singole forme
di protesta, proposte di leggi di tutela e resistenze sporadiche. Immancabile
l’allontanamento delle giovani che ha stabilito la cesura con un movimento che,
quando non è politico e non agisce all’interno di un partito, resta elitario,
intellettuale e circoscritto. Un movimento che per dirla con Marx ha abbandonato le proprie bibbie, i testi sacri del
femminismo, alla “critica roditrice dei topi”.
Il disinteresse e l’incapacità ad
organizzarsi in maniera unitaria da parte dei movimenti femministi nei
confronti dell’uso e degli abusi sul corpo delle donne ha mostrato la pochezza
di un’eredità che, come ci ha rimandato la cronaca degli ultimi anni, è
diventata appannaggio di poche. Nessuna ribellione o manifestazione di massa,
tiepida indignazione con pochissimi scudi (mai trasversalmente alzati), contro
gli scandali della politica e il sexy gate di
Berlusconi & Co. Un silenzio inquietante per un paese civile composto da
intellettuali che negli anni della rivoluzione studentesca hanno espresso
l’orgoglio femminista di essere “per sé”: belle per sé, istruite per sé,
autonome per sé.
Il corpo delle donne non ha mai smesso
di essere luogo di potere in cui si misura il livello di controllo maschile su
sessualità e procreazione. Il corpo delle donne non è più soltanto strumento di
scambio senza tempo, do ut des
all’ascesa sociale, ma è diventato anche “proprietà pubblica”, grazie
all’ospedalizzazione delle gravidanze, la fecondazione assistita, il ricorso al
silicone, le protesi estetiche.
Ma è il corpo femminile offerto come cadeau,
a segnare il gradino dei paria. Il corpo come regalo, benefit acquistato
da maschi per altri maschi, con l’obiettivo di mandare a buon fine un affare.
Nella politica come nella finanza il mercato non cessa di sorprendere. Nessuna
crisi di offerta, labili i confini tra lecito e illecito. “La società liquida”
organizza le proprie nicchie su codici comportamentali utili al momento.
Partorisce sempre nuovi bisogni scordandosi l’essenziale. Preferisce la
virtualità alla relazione. Il consumo alla costruzione. L’ipocrisia
all’assunzione di responsabilità.
Non meraviglia in questo
caleidoscopico suk, frequentato sempre da nuovi clientes,
che il movimento femminista sia tentato dall’idea di esportare
emancipazione e uguaglianza all’estero. Le battaglie femministe che
usano lo stesso linguaggio della guerra per combattere la persecuzione delle
donne nei regimi integralisti assomigliano sempre più allo scontro di civiltà
teorizzato da Huntington.
L’esportazione del femminismo è
pensiero a breve scadenza, blitz militare, spot per la politica,
rappresenta l’ingenuo tentativo di assolvere un impegno che non si è riusciti a
realizzare in patria. E’ un cedere le armi qui, per lottare in un mondo meno
complesso attraverso i simboli del male e del bene. E’ combattere un nemico
meno subdolo, facile a riconoscersi, certe di essere nel giusto suddividendo il
mondo tra buoni e cattivi.
Emanuela Irace
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UNA RISPOSTA A NADIA: COME RIUNIRE POLITICA E CULTURA?
Sono d’accordo con Nadia Angelucci quando scrive che «la presenza delle donne -
nella maggior parte dei casi con un ruolo puramente ornamentale e pochissimo qualificata
(…) è proporzionale all’incapacità che le stesse hanno avuto, dalla fine della
stagione delle grandi battaglie degli anni ’70 ad oggi, di elaborare una
proposta politica e culturale, di riuscire a tenere alti la tensione e il
desiderio sul ‘nostro’ sentire» e
aggiunge che «i due grandi assi (...) quello culturale (…) e quello politico e
istituzionale (…) hanno impiegato molto tempo a dibattere tra loro, ma non sono
stati capaci di fare fronte comune, né di tendere un ponte con le generazioni successive»
(cfr. Cassandra, n. 27/2009).
Purtroppo quelli indicati da Nadia Angelucci sono punti assai problematici non solo per il
movimento femminista, ma anche per altri grandi movimenti popolari di fine
secolo. Nel caso del movimento femminista, considerando i suoi dati
“strutturali”, si poteva pensare che potesse sfuggire a questa deriva.
Banalmente: mentre gli studenti dopo alcuni anni cessano di essere tali per
diventare qualcos’altro e il movimento studentesco parte ogni volta da zero, le
donne restano tali per tutta la
vita. Si poteva presumere che il
movimento femminista potesse mantenere
viva l’attenzione per certi specifici ambiti biologici, sociali e le
istituzioni corrispondenti. Eppure così
non è stato.
A me pare che tutto nasca dal fatto che
il movimento femminista, da un certo momento in poi (quando esattamente?), si è concentrato sugli
aspetti strettamente culturali rinunciando (coscientemente o meno) a farsi
carico degli aspetti politici della battaglia quotidiana in favore delle donne.
Questo interesse principale per gli
aspetti culturali ha configurato, di fatto, una scelta precisa in termini di
referente sociale. Infatti, quando – pur non essendoci ostacoli strutturali
all’attività politica - ci si concentra sulla cultura si fa una scelta di
disimpegno; si delega (incautamente!) quella battaglia ai partiti
tradizionali (o al personale femminile di tali partiti); si sceglie (sempre in
modo tacito) un ben preciso referente: quei settori di ceto medio colto che
hanno già acquisito un certo tenore di vita e di diritti e che chiedono una
certa gratificazione/identificazione culturale.
Esemplificativa in questo senso (per
età media, composizione sociale, linguaggio) mi è sembrata l’assemblea tenutasi
alla Casa Internazionale delle Donne di Roma il 10 ottobre scorso a cui ho assistito personalmente. Nonostante fosse
stata convocata per reagire al degrado in termini sessisti della vita pubblica
italiana, nessun intervento si è posto il problema di qualche possibile
intervento organizzato nella società per contenere tale degrado o invertire la
tendenza.
Si può anche essere d’accordo con le
promotrici dell’incontro e con la loro sottolineatura del fatto che non
vivremmo più in una società patriarcale, ma post-patriarcale, in
cui la vecchia repressione sessuofobica è stata sostituita dall’esortazione a
fare sesso in modo consumistico (e quindi il colto richiamo al “padre osceno”
teorizzato da Lacan), ma questi sono discorsi che, al
di fuori delle pagine culturali del manifesto e di poche altre rivistine
underground, non sono spendibili nella pratica quotidiana. Per
tornare sulla terra questi discorsi avrebbero bisogno di essere “tradotti” in
un linguaggio comprensibile e dovrebbero essere punto di partenza per
l’invenzione di qualche iniziativa di massa su alcuni, pochi obiettivi
concreti. Strada che le protagoniste di quella iniziativa non sembra abbiano
intenzione di seguire.
La battaglia per l’applicazione della
Legge 140 è il perfetto esempio della situazione in cui si trova il movimento
femminista. A fronte di avversari che non demordono e lavorano in stretta
coordinazione tra di loro; a fronte di “amici” infidi, pavidi, pronti a tradire
Una rete di organismi del genere
permetterebbe di contrastare le manovre clericali e teodem
e sarebbero un’ottima leva per frenare/controllare gli infidi alleati “laici”
del movimento femminista (per chi ama questo linguaggio: potrebbero diventare
una robusta casamatta difensiva con potenzialità offensive). Vorranno le
compagne mettersi su questo piano?
Ma c’è un altro punto dell’articolo di
Nadia Angelucci che merita di essere ripreso: quello
del finanziamento delle strutture fisiche del movimento. Gira voce che il
debito della Casa Internazionale delle Donne verso il Comune di Roma ammonti a
€ 280.000,00. E’ vero? E se fosse vero: vi sembra una cosa normale? Fino a che
punto è possibile essere/sentirsi liberi (politicamente) quando si è debitori a
un’amministrazione pubblica per una cifra che chiaramente supera di molto la
solvibilità /capacità economica di un collettivo femminista (sia pure
prestigioso)? E se anche nell’immediato non v’è condizionamento, non è lecito
pensare che il conto aperto con le casse
del Comune sia stato effetto e concausa dell’isolamento della Casa
Internazionale delle Donne dal mondo delle donne normali alle prese con i
problemi quotidiani di tutti/e? Il problema di fondo è quello della lontananza
dal mondo reale: possiamo parlarne senza che le compagne femministe si
risentano?
Il problema è generale e non riguarda
solo il movimento femminista. Nell’ultimo quarto di secolo, in Italia, tutti i
movimenti spontanei – chi più, chi meno - hanno intrattenuto rapporti economici
con le istituzioni, a tutti i livelli (Stato, Regioni, Enti locali, Università,
Enti pubblici vari): rapporti leciti e
legali, ma spesso poco chiari.
Un primo e più antico esempio è rappresentato dalle Organizzazioni Non
Governative (ONG) di cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Dopo
l’abbuffata economica degli anni ’80 (fondi crescenti a disposizione delle ONG,
che venivano incoraggiate, quasi, a chiedere i finanziamenti) ci fu la stretta
feroce e la continua riduzione dei fondi assieme ai ritardi nei pagamenti che
continua fino ad oggi. Ebbene, per sopravvivere moltissime ONG si sono ridotte
a mere esecutrici delle politiche di cooperazione della Commissione Europea e
del nostro Ministero degli Affari Esteri, frutto delle loro scelte strategiche
e militari. Per essere chiari: gli Stati fanno le guerre e le ONG li
accompagnano in maniera subalterna, coprendo l’area dell’assistenza umanitaria
(per le quali sono disponibili varie linee di credito, primi fra tutti i
famigerati progetti ECO della Commissione).
Sicuramente non tutte le ONG sono così e non tutti i progetti di
una singola ONG sono riferibili alle
strategie governative, ma è un fatto che nel complesso e a conclusione
di un processo durato parecchi anni, le
ONG ita- liane sono state molto ridimensionate per
capacità operativa, autonomia, peso politico. Qualche singola ONG che si
mantiene in autonomia ai margini del sistema c’è ancora, naturalmente, ma non
si può dire che “faccia primavera”.
Un altro movimento che ha giocato
pesante con i finanziamenti pubblici è quello ambientalista. Il rapporto tra le
organizzazioni ecologiste e gli enti finanziatori è stato ed è tuttora forte. Non si tratta
solo del ruolo nefasto dei ministri Verdi nei governi di centro-sinistra (in
particolare Pecoraro Scanio): ormai tutta l’amministrazione pubblica italiana
sa che per avere buoni rapporti con gli ambientalisti è opportuno e conveniente
finanziare qualche “progetto”.
E così WWF, Legambiente e una miriade
di altre associazioni hanno ricevuto e continuano a ricevere fondi da varie
entità pubbliche (anche qui: Stato, Regioni, Enti locali, Università, Enti
pubblici) per “progetti”: progetti di ricerca, progetti di conservazione,
progetti di gestione di aree naturali, progetti di sensibilizzazione
dell’opinione pubblica, etc. Con questi fondi, destinati ad attività e campagne
a volte utili e interessanti, a volte di dubbio valore e efficacia,
mantengono le proprie strutture, pagano
affitti e bollette, tengono legati a sè un certo
numero di lavoratori (precari), mantengono funzionari e dirigenti (di fatto a
tempo indeterminato) e mantengono un certo peso presso l’opinione pubblica
(ovvero un certo potere di interdizione che va blandito).
I principali rappresentanti del mondo
ambientalista sono soliti passare da incarichi nell’associazionismo a incarichi
politici, a incarichi pubblici e viceversa. È noto che molte nomine nel
pubblico e nel parapubblico sono politiche: anche se non tutti possono emulare
Chicco Testa (oggi presidente dell’ENEL), diventare presidente o consigliere
(con tanto di stipendio) di un Ente Parco non è una brutta fine per un
ambientalista di mezza età. Le
organizzazioni ecologiste si sono infilate così nelle maglie dello Stato,
rendendosi complici dell’ideologia
antistatalista e neoliberista, contribuendo a promuovere l’indebolimento delle
strutture dello Stato e proponendosi come sostituti in ambiti, funzioni e
servizi tipicamente pubblici.
Spero sia chiaro che con queste note
non mi riferisco a nulla di illecito. Il mio commento è politico e si riferisce
all’inopportunità che il movimento femminista e tutti gli altri movimenti si
leghino in modo troppo stretto ai finanziamenti pubblici. È un discorso
complesso e vischioso in cui non è facile districarsi, ma ritengo che sia
giusto parlarne. Ovviamente lo stesso andrebbe fatto a proposito del
finanziamento pubblico ai partiti e delle distorsioni che esso introduce nei
partiti di sinistra anche radicale.
Lillo Testasecca
FEMMINISMO: UN PETTINE PIENO DI NODI
Dalla seconda metà di agosto l’Unità
stà portando avanti un’iniziativa davvero lodevole,
ospitando un forum su quello che è stato definito ‘il silenzio delle
donne’, ovvero la mancanza di reazioni
sostanziali del movimento femminista di fronte allo scandalo degli incontri
ripetuti del presidente del Consiglio Berlusconi con una serie di “veline”,
“escort” e altre donne che in modo professionale o occasionale sono sospettate
di esercitare la prostituzione.
Anche se non credo che tale iniziativa
sarà sufficiente a tirar fuori il mondo femminile e femminista dalla palude in
cui è impantanato (da troppo tempo), tuttavia
la partecipazione e il successo che il dibattito sta riscuotendo possono
essere letti come un’esigenza sentita e collettiva di aprire un confronto tra
le molteplici realtà femminili del nostro paese. E questo fa ben sperare.
Le analisi di questi giorni danno
tutta la responsabilità della situazione in cui ci troviamo (dall’edonismo velinista all’inoccupazione femminile, dal
differenziale tra gli stipendi di uomini e donne al bassissimo numero di
dirigenti di genere femminile) ad un sistema politico-culturale che non è stato
in grado di fermare (anzi, ha accettato con entusiasmo) un modello consumista
in cui le donne sono ridotte ad immagine e prodotto. Non voglio dire che ciò
non sia vero, ma preferisco partire da noi.
A mio parere la presenza delle donne -
nella maggior parte dei casi con un ruolo puramente ornamentale e pochissimo
qualificata - sui mass media e
nelle istituzioni è proporzionale all’incapacità che le stesse hanno avuto,
dalla fine della stagione delle grandi battaglie degli anni ‘70 ad oggi, di elaborare una proposta politica e
culturale, di riuscire a tenere alti la tensione e il desiderio sul ‘nostro’
sentire.
In qualche modo è fisiologico che dopo
una spinta forte e una rivoluzione culturale profonda, quale è stata quella
femminista, ci si accomodi sulle posizioni conquistate; le grandi rivoluzioni
spesso hanno rinnegato se stesse. Ma piange il cuore a pensare che anche le
donne, che hanno passato anni ad elaborare e curare la ‘differenza’, non siano
state immuni da questa malattia. Si pongono tanti interrogativi e io ne voglio
esplicitare qualcuno.
Non sarà stato un errore di
valutazione (forse causato dalla sensazione di avercela fatta) accettare, ad
esempio, che in varie realtà italiane, i luoghi delle donne fossero - anche con
le migliori intenzioni - elargiti dalle Amministrazioni pubbliche? Ciò non avrà
finito per far identificare, nell’immaginario comune, le battaglie “per tutte”
con una commistione poco chiara con la politica degli inciuci?
Ancora: la gestione e
l’amministrazione di questi luoghi quanto è stata produttiva nella costruzione
e nel prosieguo delle lotte? L’impegno per far quadrare i bilanci non ci avrà
distolto dai nostri obiettivi ultimi? La
sensazione di essere diventati un altro ‘carrozzone’, non avrà minato anche la
nostra anima, oltre ad alienarci la considerazione delle altre donne?
E da ultimo, ancora più grave: la necessità di legarci alla politica, non
quella della polis ma quella dei partiti, per pagare i conti della
spesa, assieme all’incapacità di portare una novità nella pratica politica,
non avrà compromesso la nostra identità e contribuito a farci percepire come un
altro pezzo del grande pasticcio italiano e dell’establishment
coinvolgendoci nella più generale crisi di credibilità della rappresentanza
politica? Non voglio sostenere che in questi percorsi ci sia stata malafede,
anzi ci voglio scorgere un tratto femminile: l’ottimismo, la voglia di mettere
le cose al loro posto, la contentezza per avercela quasi fatta. Ma forse
sarebbe stato più opportuno fermarsi e riflettere su cosa avrebbe significato
accettare di diventare parte di un’istituzione. Riflettere cioè sulla quantità
enorme di lavoro che ciò avrebbe richiesto e come (e in che misura) l’entrare a
far parte del mondo istituzionale italiano ci avrebbe distolto dalle battaglie
nel merito delle cose, visto quanto ancora c’è
bisogno di fare per le donne.
Infine, credo che i due grandi assi
che avrebbero dovuto dare gambe e strumenti alle battaglie delle donne, quello culturale (teso a sottolineare la
differenza, a elaborare la rappresentazione di sé e il cambiamento culturale) e
quello politico e istituzionale,
più pragmatico, della battaglia per le pari opportunità, abbiano impiegato
molto tempo a dibattere tra di loro, ma non siano stati capaci di fare fronte
comune nè - peggio - di tendere un ponte con le
generazioni successive.
Qui, spiace dirlo, una responsabilità
ce l’abbiamo tutte: non ci si è forse adeguate al modello maschile sia nella
gestione del potere che nei rapporti con le altre? Quante donne adulte
ed esperte hanno guidato con generosità le più giovani, le ultime arrivate? Che
possibilità effettive sono state date alle donne che non avevano fatto un
percorso interno al movimento femminista, ma provenivano da altre esperienze?
Perché anche le donne - che hanno
storicamente sofferto la discriminazione - discriminano e snobbano le proprie
simili che per cultura, situazione familiare e luoghi e date di nascita non
hanno potuto sperimentare quel magnifico momento collettivo di liberazione che
sono stati gli anni ’70? Come pretendere
che le giovani si avvicinino al movimento femminista e prendano iniziative per
contrastare la deriva politico culturale cui assistiamo (e ciò che
prevedibilmente si prepara: vedi il riquadro a pagina 11 sulla clinica Mangiagalli a Milano) se poi non si è aperte ad ascoltare
anche cose che possono far male? O vogliamo dialogare solo con chi ci è uguale?
Perché oggi si ha paura di mettersi in discussione quando una volta scavare
dentro le insicurezze era una gioia perché ci permetteva di ricostruire
continuamente i nostri orizzonti? Di cosa abbiamo paura?
Mi rendo conto di aver fatto molte
domande e non aver dato nessuna risposta. Ma anche se non ho ricette belle e
pronte, anche se per motivi anagrafici non appartengo alla generazione che ha
fatto il femminismo credo di avere il diritto/dovere di ragionare sulla nostra
storia e porre qualche domanda, pur se scomoda.
Nadia Angelucci
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