SENZA BERLUSCONI ?

(Cassandra - nuova serie - n. 30. Giugno 2010)

 

Che  Berlusconi stia arrivando al capolinea e la sua uscita di scena ormai sia soltanto questione di mesi è una convinzione (consolatoria) oggi diffusa nell’opinione pubblica democratica. Ma è giustificato questo ottimismo? In effetti, tentativi di sganciamento dal leader e dal clan politico - affaristico dei suoi  più fedeli sicofanti sono in corso: Fondazioni  come Farefuturo (sponsorizzata da Fini) o Italiafutura (leggi Luca di Montezemolo), Casini e la “sua” Udc, una parte della stessa Confindustria da tempo si danno da fare in questa direzione. Lo sputtanamento del presidente del Consiglio e del suo entourage è giunto a un punto difficile da tollerare anche per chi fino a ieri ne ha condiviso quasi tutte le scelte: ora anche a destra c’è chi  ritiene opportuno un maquillage, per ripulire la facciata.

 

Eppure, avviare una transizione indolore che in sostanza continui, senza il Cavaliere, la linea di politica economica liberista e di “macelleria sociale” perseguita da questo governo non sarà  facile. I promotori delle iniziative frondiste, infatti, non esprimono poteri “forti”, capaci di esercitare egemonia. Anch’essi sono pienamente coinvolti nei processi degenerativi che hanno attraversato negli ultimi decenni la borghesia italiana e di cui Berlusconi è appunto la più significativa incarnazione. Le “riforme” (cosiddette) che propongono non  sono affatto di rottura nei confronti delle politiche antipopolari e autoritarie (in particolare per quanto riguarda il mercato, l’organizzazione e i rapporti di lavoro) attuate finora: in qualche caso ne prospettano anzi un inasprimento, come dimostra l’attacco allo Statuto dei Lavoratori, al welfare, agli stessi diritti costituzionali che viene oggi condotto da tutta la Confindustria ed è ampiamente evidenziato dalla vicenda di Pomigliano d’Arco. Non stupisce, allora, che i fautori di una transizione “centrista” si trovino in una posizione di debolezza, rivelata anche dal fatto che quasi tutti i  “colonnelli” provenienti dall’ex Alleanza Nazionale (i La Russa, Matteoli, Gasparri, etc.) non se la sono sentita di seguire Fini nella sua ambigua “ribellione” e dalle continue oscillazioni di una Udc impantanata in mezzo al guado. E così, non si può escludere che, nonostante tutto, l’attuale maggioranza riesca ancora a reggere e che il Cavaliere possa rimanere in sella fino al termine della legislatura (20013).

 

In questa situazione, segnata dalle tensioni che la crisi ha reso più acute, un cambiamento vero sarebbe tuttavìa possibile con un intervento attivo e deciso dei lavoratori e delle masse popolari nella lotta politica. Ma cosa fanno le opposizioni? Il Pd è completamente invischiato nelle istituzioni, le sue esclusive preoccupazioni sono di ordine “tattico” (per usare un aggettivo caro a D’Alema) e lo portano a convergere sempre sul “centro” senza prospettare alcuna  alternativa, di fatto accodandosi ai gruppi “moderati”  cattolici, “finiani” e confindustriali. Le sinistre extraparlamentari (tali non certo per loro autonoma scelta) sono povere di idee, di personale, di strategia e di radicamento sociale: vivacchiano ripiegate su se stesse, divise,  praticamente non hanno voce.

Più che mai, allo stato attuale delle cose, occorre dunque impegnarsi in un lungo, e duro, lavoro politico, di inchiesta, di ricerca teorica. Per riscoprire le ragioni del comunismo. La strada è incerta, ma vale la pena imboccarla. 

 

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SCOLLAMENTO

(Cassandra - nuova serie - n. 29. Marzo 2010)

L’astensionismo è il dato più significativo emerso con le elezioni del 28 – 29 marzo: un terzo degli elettori (il 35,78 per cento) non ha votato. Lo stesso fenomeno si era verificato, qualche giorno prima, alle elezioni regionali francesi, colpendo la destra di Sarkozy e favorendo indirettamente il Partito socialista. Da noi le cose sono andate in modo diverso: le tantissime astensioni sono state trasversali,  hanno danneggiato sia il centrodestra, sia (a volte  di più) il centrosinistra, sia le sparute “sinistre – sinistre” (Federazione, Sinistra Ecologia Libertà), evidenziando il profondo scollamento che separa il paese reale dall’attuale ceto politico.

 

La crisi economico - finanziaria fa ricadere nel sociale pesanti contraccolpi, che provocano un diffuso stato di malessere, tensioni e conflitti di cui è difficile, oggi, prevedere gli sbocchi. In questa inquietante situazione, il voto ha nel complesso rafforzato la maggioranza di centrodestra, ma ne ha spostato gli equilibri interni. Il successo netto (in alcuni casi, come in Veneto, travolgente), della Lega nel Nord aumenta molto il suo potere di condizionamento e/o ricatto nei confronti del PdL, che ha subito una sensibile (seppure non eclatante) flessione, e del governo presieduto dal Cavaliere. Nel prossimo triennio Berlusconi & Bossi, rassicurati dai risultati del voto, tenteranno di realizzare pienamente i loro obbiettivi politici: presidenzialismo, federalismo di marca padana (fe-deralismo fiscale), compressione delle condizioni di vita dei lavoratori, xenofobia, drastica limitazione dei diritti civili.

 

Il centrosinistra non appare in grado di contrastare con efficacia la torsione autoritaria che la destra intende imprimere nel paese. Lo si è visto anche nel corso di una campagna elettorale brutta e generica, che incautamente ha puntato soprattutto sul logoramento dell’immagine di Berlusconi e sull’impatto negativo che i suoi guai giudiziari avrebbero avuto nell’opinione pubblica.

La coalizione non è uscita bene da questa consultazione: il Partito Democratico (27,1 %) è un (ma molto poco), aumentato rispetto alle disastrose elezioni europee del 2009, ma resta assai lontano dalle percentuali ottenute alle politiche del 2008 e alle regionali del 2005. Buono, anche se inferiore alle sue aspettative data la concorrenza dei “grillini”, il risultato  dall’Italia dei Valori, che si è impegnata esclusivamente negli attacchi alla persona di Berlusconi e ha avuto così vita facile in aree di elettorato vagamente “di sinistra” (e di fatto vicino ai fans di Beppe Grillo che, là dove si sono presentati, come in Piemonte o in Emilia, hanno avuto anch’essi discrete affermazioni).

Per il prossimo futuro si delinea un’opposizione tutta istituzionale. Già si parla di possibili “riforme condivise” e si pensa -  come traspare dalle prime dichiarazioni di esponenti autorevoli del PD e dell’IdV - alla costruzione di un “nuovo centrosinistra” che vada dal PD e dall’ IdV all’ UDC di Casini, all’API (Alleanza per l’Italia) di Rutelli, a SEL di Vendola e magari (all’occorrenza) anche alla Federazione della sinistra: a sostegno di questo obiettivo si cita ora il risultato della Liguria, dove il centrosinistra, alleatosi con l’UDC, è riuscito a riconquistare la Regione (non così è avvenuto, però, in Piemonte). La prospettiva, dunque, rimane quella di un’ulteriore conversione sul centro, aspettando (e augurandosi) che prima o poi i disaccordi interni portino allo “sfarinamento” della maggioranza.

 

Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia Libertà, presentatesi quasi ovunque divise, con rispettivamente il loro 2,8 e 3,3 per cento non sono andate oltre le previsioni della vigilia: la vittoria di Vendola in Puglia non cambia la sostanza delle cose. L’illusione di poter posizionare “a sinistra” (o “più a sinistra”) il PD, coltivata da SEL e - con qualche “sofferenza” - anche dalla Federazione, è destinata a dissolversi in breve tempo. Questi due piccoli partiti rischiano di ridursi (posto che non lo siano già) a semplici ruote di scorta del centrosinistra. A meno che, come si dice, non si diano una mossa, ma probabilmente è anche questa una pia illusione.