Italia

 

LA GRANDE IMPOSTURA DELLA SCUOLA DI MERCATO 

 

 

 

Dunque il grande  impostore andato al governo  nel febbraio 2014 con un colpo di Palazzo dopo essere diventato segretario del Partito Democratico attraverso “primarie aperte” che hanno fatto confluire sul suo nome le preferenze decisive di elettori del centro-destra, consentendogli la “vittoria”, è riuscito ad incastrare un altro tassello (forse il più importante dal punto di vista ideologico) nel  mosaico liberista che sta imponendo all’ Italia.

 

C’è una ferrea coerenza, infatti, tra la “riforma costituzionale” del Senato, la nuova legge elettorale detta “Italicum”, il “Jobs Act” e la “riforma della scuola” approvata dal Parlamento (mentre scriviamo manca ancora il voto della Camera dei Deputati per il varo definitivo, ma si tratta di una formalità visti i numeri di maggioranza ed opposizione a Montecitorio). In particolare, ciò che colpisce è l’evidente continuità tra le “riforme” che la banda renziana  ha attuato nel mondo del lavoro ed in quello della scuola e le proposte di “riforma”  presentate negli stessi settori strategici ai tempi dei governi di Berlusconi dalle forze politiche del Centro-Destra, ormai sempre più indistinguibili nei contenuti  dal Partito Democratico di Matteo Renzi, al di là di un contrasto di facciata tenuto in piedi per dare ancora senso all’ esistenza ventennale dei due storici schieramenti presunti “alternativi” (Ulivo-Unione/ Casa delle Libertà; PD/ PDL, etc.). Ed hanno le loro buone ragioni gli esponenti  recentemente usciti dal PD (come Civati, Fassina, Cofferati) nel recriminare che tutte queste “(contro)riforme” non facevano parte del programma elettorale di quel Partito, o almeno non ne facevano parte nei termini che  hanno via via assunto. Così come hanno i loro buoni motivi quelli che sono recentemente usciti da Forza Italia (deputati e senatori di Alfano, Sandro Bondi e consorte) o sono fortemente tentati di farlo (Denis Verdini) nel non capire perché non dovrebbero votare a favore di leggi che realizzano finalmente i loro obbiettivi di sempre.

 

E’ indispensabile peraltro precisare, a premessa di quanto diremo rispetto alla “riforma della scuola”, che il governo, mai legittimato dal voto popolare, non può vantarsi di rappresentare, neppure portando i dati delle tornate elettorali che si sono susseguite dal febbraio 2014 al maggio 2015, la maggioranza degli Italiani: anzi, anche volendosi limitare al risultato più “esaltante” finora ottenuto, converrà ribadire che il famoso 40,81% dei voti delle Europee fu acchiappato su appena  il 58,68% di votanti. E per  essere precisi, aggiungendo ai non votanti coloro che – pur recandosi alle urne – depositarono in quell’ occasione scheda bianca (1,99%),  oppure preferirono annullare la scheda stessa (3,30%), il rifiuto del sistema imperniato su Renzi, i suoi bravi e le sue belle donne di dubbia moralità politica  raggiunse di fatto il 63,97% .  Ciò significa, in cifre assolute, che su un totale di 49.256.169 aventi diritto al voto il PD raccolse il consenso di 11.172.861 elettori, ossia del 22,68% del totale reale.Questa è la verità.Da allora in poi – come è noto – nelle elezioni regionali e comunali le cose non hanno fatto che peggiorare per la banda di Renzi.

 

La lotta contro l’ennesima “riforma scolastica” liberista, dunque, non è  condotta da una minoranza di privilegiati contro la volontà della maggioranza degli italiani, come tendono a far credere gli organi di informazione,“allineati” nella loro quasi totalità, ma è l’ espressione della sacrosanta resistenza della stragrande maggioranza di chi la scuola la vive (studenti, insegnanti, famiglie), ossia di milioni e milioni di persone – come hanno dimostrato l’ imponente sciopero del 5 maggio, il boicottaggio degli indovinelli INVALSI,  il blocco degli scrutini – contro l’imposizione di un modello di educazione che trova nel liberismo la sua ideologia di riferimento e trova i suoi esecutori in un gruppo di uomini politici e burocrati che incarnano plasticamente il comitato d’ affari del padronato industriale, dei banchieri e degli speculatori finanziari.

 

La “riforma della Buona Scuola” rappresenta, così, un passaggio d’epoca nella configurazione del sistema educativo italiano sia per i fondamenti su cui poggia, sia per le finalità intrinseche e latenti che esprime. Proprio dell’aspetto ultra-ideologico di tale “(contro)riforma” vogliamo parlare, accennando solo al lato più odioso di essa, ossia alla assunzione di 100.000 (?) “precari” (fra l’ altro per buona parte di essi se ne riparlerà dal 1° settembre 2016…), usata come arma di ricatto per far digerire tutto il resto. In effetti, anche questo elemento conferma uno dei tratti tipici del governo, individuabile fin dalle sue prime battute, cioè la creazione di contrapposizioni tra presunti “privilegiati”- in realtà  tutti quelli travolti  dall’ offensiva liberista-  (i pensionati, i docenti di ruolo, i cassaintegrati …) e altri disperati (i giovani disoccupati, i precari, etc.) per rendere più agevole l’ introduzione dei provvedimenti funzionali all’imposizione dell’ ideologia liberista in ogni luogo della società.
E dunque, tornando alla “Buona Scuola”, l’ accentramento dei poteri nella figura del dirigente scolastico, il progressivo inaridimento degli organi collegiali, architrave dell’impianto democratico scaturito (pur con tanti limiti) dalle dure lotte degli anni Settanta, la compressione della libertà di insegnamento attraverso un sistema valutativo di tipo mercantile, sono alcuni degli elementi di una destrutturazione del sistema scolastico che troverà nelle leggi delega e nei decreti attuativi un ulteriore passaggio di consolidamento, i cui contorni precisi sono tuttora ignoti, ma, dopo quanto accaduto per quelli relativi al Jobs Act, è facile prevedere che essi renderanno la situazione ancor più drammatica.

 

Con l’ approvazione della “Buona Scuola” viene infatti strutturata una concezione dei processi educativi attraverso la proposta di un dispositivo pedagogico con specifici e riconoscibili tratti distintivi.
Il significato della cultura educativa liberista di cui la “Buona Scuola” è espressione emerge con chiarezza da elaborazioni  teoriche più che decennali: il processo educativo deve essere sottoposto ad una “valutazione oggettiva” attraverso il continuo ricorso a forme di monitoraggio tramite test e tale valutazione costituisce la premessa per la misurabilità degli apprendimenti e allo stesso tempo la rappresentazione della capacità di insegnamento. La misurabilità della prestazione lavorativa secondo parametri definiti oggettivi diventa in questo frangente una forma di assoggettamento che procede attraverso la sottrazione degli spazi di collegialità,  in una sorta di condizionamento dispotico della prassi educativa che non risponde più a finalità formative, ma trova legittimazione nella subordinazione al principio di prestazione competitiva.

 

Il dirigente, in questa visione autoritaria, assume un ruolo selettivo secondo modalità suscettibili alla logica dello scambio. L’insegnamento diventa una merce che si separa dal soggetto che eroga la proposta educativa: occorre neutralizzare l’irriducibilità dell’insegnante come soggetto costituente,  che fino ad oggi erail freno alla mercificazione del lavoro educativo. La mercificazione del lavoro avviene attraverso la strutturazione di prodotti formativi formalizzati e standardizzati: pacchetti di conoscenze che configurano un ruolo semplicemente “esecutivo” dell’insegnante. Il concatenamento concettuale si conclude con la visione dell’offerta formativa secondo il principio del “quasi mercato”: sono i clienti (alunni e famiglie) a scrivere la mappa del mercato scolastico (le preferenze che orientano l’attenzione sulle scuole migliori), determinando in tal modo una stratificazione dell’offerta formativa. Sulla base delle indicazioni ministeriali il dirigente assume così il ruolo di agente di mercato che sceglie, orienta, dispone e organizza il lavoro in base agli indici di soddisfazione del mercato; sostituisce il contratto quale autorità salariale.

 

 

 

Mercificazione e de-soggettivazione del lavoro educativo sono dunque le coordinate del dispositivo pedagogico neoliberista.  Sul versante dell’insegnamento la trasformazione dell’istituzione in impresa è incardinata sull’interiorizzazione della logica aziendale nelle prassi di lavoro: il soggetto che si misura con l’insegnamento è chiamato a sottoporre il proprio agire a condotte disciplinari interamente regolate dal binomio incentivi/sanzioni in base alle indicazioni del mercato dell’istruzione.

 

Di qui la competizione generalizzata con i colleghi (da cui deriva il depotenziamento delle pratiche cooperative e collegiali, già ampiamente indebolite negli anni), veicolata dalla tecnologia valutativa che assume chiaramente il profilo di una modalità di controllo e regolazione. Tutto ciò risulta funzionale ad una sorta di interiorizzazione psichica della logica aziendale. L’ideologia del merito costituisce perciò l’espressione egemonica di una catena di significati che sorreggono in modo latente la semiotica del potere nei processi educativi. L’incorporazione della logica aziendale rende superfluo, nella narrazione neoliberista, lo strumento del contratto di lavoro, che si rivela residuale rispetto alla concorrenza dell’insegnante quale microimpresa individuale.

 

L’approvazione del disegno di legge, si dice del resto esplicitamente nel testo, determinerà la disapplicazione delle prerogative contrattuali. Nelle schegge di questo progetto si riconoscono quindi le tracce di una nuova morfologia del dominio che si annida nel senso comune. E’ proprio quest’ ultimo che fornisce legittimazione ad un principio di efficienza costruito intorno a competizione e merito, oscurando il significato di liberazione sotteso ai processi educativi. Il dispositivo pedagogico neoliberista accentuerà così nel mondo della scuola le disparità che riproducono le diseguaglianze originarie; è un dispositivo darwinianamente selettivo che esclude a priori l’appropriazione consapevole di strumenti critici, congela i flussi della conoscenza quando questi si misurano con la trasversalità dei saperi e dei linguaggi quali elementi che possono scongiurare non solo la manipolazione, ma anche il cedimento verso forme di conformismo.

 

Il conflitto che si è aperto ha come posta in gioco non solo le singole misure contenute nel disegno di legge: ha come posta in gioco la pedagogia della scuola italiana negli anni a venire.
Se la difesa della scuola della Costituzione è l’affermazione del processo educativo come sovversione cognitivo- culturale, catarsi che consente di scuotere il presente con lo sguardo dell’analisi e se l’egemonia è sempre un conflitto di ideologie e di culture, allora non possono ancora sussistere dubbi sul fatto che quella in atto oggi sia la conclusione dell’ offensiva liberista lanciata in Italia, a partire dal 1994, contro l’ idea stessa di istruzione universale pubblica.

 

In questo senso è indicativo che le belle donne (le cosiddette lady-like) di cui si è circondato l’impostore, nelle interviste o nei dibattiti televisivi per i quali costituiscono le punte di lancia a livello di immagine del “governo del fare”, abbiano, tra le 50 parole che formano il loro frasario stereotipato e ripetuto in modo nauseante come in un disco rotto (“l’ Italia ha bisogno di riforme”, “queste sono le riforme che ci chiede il Paese”, “l’ Italia può ripartire solo con le riforme”, “il partito che ha preso il 41% dei voti ha la responsabilità di portare l’ Italia fuori dalla crisi con le riforme che aspetta da vent’ anni”) anche la formula: “Non siamo mai andati a riunirci con la Confindustria prima di varare le leggi di riforma”. In effetti è vero. Non hanno bisogno di riunirsi con i rappresentanti del padronato, perché trascrivono semplicemente i documenti che il padronato stesso produce nei suoi centri studi (o meglio think-tank, per esprimerci in termini moderni). Ciò era emerso già clamorosamente con il “Jobs Act” e trova adesso un’ ulteriore conferma nella “Buona Scuola”, i cui punti nevralgici sono la precisa attuazione di quanto elaborato  nel corso di un decennio dall’ Associazione Treelle (Life Long Learning), un thik-tank -appunto- bipartisan fondato da Fedele Confalonieri (braccio destro di Berlusconi), Marco Tronchetti – Provera, spregiudicato amministratore delegato del Gruppo Pirelli, nonché tra i finanziatori della campagna elettorale di Mario Monti nella tornata del 2013, e Pietro Marzotto, noto industriale del tessile veneto simpatizzante del PD. Nei documenti elaborati nel corso degli anni dal pensatoio dei padroni ritroviamo, guarda caso, tutte le indicazioni essenziali riportate quasi alla lettera o leggermente modificate nella legge imposta dalla banda renziana. Qui di seguito un breve elenco di espressioni estratte dai “documenti Treelle”:

 

– “Il dirigente sceglie e nomina i propri collaboratori” e “propone al Consiglio d’ Istituto l’ assunzione di personale per tutte le funzioni necessarie”;

 

– “occorre promuovere la flessibilità nell’ utilizzo delle competenze degli insegnanti, svincolati dalla rigidità delle classi di concorso”;

 

– “la facoltà di richiedere  all’ utenza contributi in denaro”;

 

– “premiare quel 10-20 % di insegnanti su cui si regge la buona scuola”;

 

– “non nominare supplenti  per assenze fino a dieci giorni”

 

 

 

Ma se è pur vero che, nella sua guerra totale per l’ imposizione della dittatura liberista in Italia, l’ impostore ha vinto un’ altra battaglia, la sua vittoria rimanda esemplarmente al proverbiale Pirro, che vinceva qua e là, ma nel frattempo dissanguava e impoveriva il suo regno, l’Epiro, che alla fine crollò.

 

Continua a sorprendere, in tal senso, l’incredibile sottovalutazione dell’intreccio tra la grandiosa mobilitazione del popolo della scuola pubblica e i clamorosi e ripetuti tracolli elettorali del PD. La speranza che il popolo della scuola pubblica dimentichi il misfatto è pura illusione: quei protagonisti dell’istruzione pubblica, collegati ad un vastissimo “indotto” sociale che ha sempre votato in larga maggioranza per il centrosinistra e che hanno già punito drasticamente il PD togliendogli un paio di milioni di voti nelle recenti elezioni amministrative, lo faranno ancora più nettamente nelle prossime, e nel frattempo provocheranno un ulteriore crollo dei consensi per l’impostore ed il suo Partito.
Ma soprattutto Renzi dovrà affrontare ben altro tipo di scontro da settembre in poi: si passerà dalla battaglia campale ad un conflitto pervasivo, diffuso, continuo e logorante per i corifei della scuola-azienda: ogni scuola costituirà una barricata contro l’applicazione della legge della “Buona Scuola”. I docenti non accetteranno di perdere la libertà di insegnamento, di essere assunti e licenziati da un preside-padrone che dovrebbe sceglierli follemente da Albi di migliaia di persone, di essere premiati o puniti da un “gran Giurì” composto dallo stesso “padrone”, da alcuni colleghi, più uno studente e un genitore (o due genitori) che nulla sanno per valutarli, più un esperto catapultato dall’ Ufficio Scolastico Territoriale per garantire l’ “imparzialità” (!) del giudizio. Simili cricche instaurerebbero un potere assoluto, alla Marchionne (non a caso figura-mito dell’impostore a capo del governo) in ogni Istituto. Si romperà ogni collegialità, lo scontro interno diverrà la norma quotidiana, il preside-padrone dovrà affrontare non solo l’ostilità dei non-premiati,  ma dotarsi anche di un buon ufficio legale.
Comunque la protesta non va in vacanza. In occasione del voto finale alla Camera, il 7 luglio il popolo delle scuole, le RSU, i sindacati tutti manifesteranno a Roma in Piazza Montecitorio (ore 17) per esprimere ancora una volta, e con ancora maggior forza, l’ indignazione e la rabbia contro l’ arroganza governativa.

 

                                                                                                                                           Francesco  Rovarich

 

 

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