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LE CONTRADDIZIONI DI UN’ AMERICA LATINA CHE RESISTE

Il Presidente degli Stati Uniti si è presentato in tono dimesso al Vertice delle Americhe. Sapeva che l’assemblea avrebbe applaudito Raúl Castro, e che i pochi Paesi vicini politicamente agli USA (dal Cile, alla Colombia e al Messico) avrebbero scelto un basso profilo e si sarebbero accontentati di ottenere che la riunione si concludesse senza un documento comune. Sapeva di dover ascoltare non poche critiche, per il passato e per il presente, anche da Presidenti non certo comunisti come l’argentina Cristina Fernández Kirchner, e sapeva che gli sarebbero state consegnate 16 milioni di firme su un appello con la richiesta di ritirare le sanzioni al Venezuela. Per questo ha preferito assentarsi per molte ore dal summit, e ha evitato di prendere impegni precisi nei due incontri con i Presidenti di Cuba e del Venezuela.

In quello con Raúl Castro se l’è cavata con una falsa autocritica, attribuendo alla guerra fredda la causa del lungo embargo  imposto all’isola caraibica, mentre il blocco di Cuba è incominciato, come punizione per la riforma agraria, prima ancora che Cuba avesse ripreso le relazioni diplomatiche con l’URSS. C’entravano gli interessi statunitensi, non la guerra fredda! Peraltro, anche il golpe in Guatemala era stato organizzato, nel 1954, senza che ci fosse il minimo pericolo comunista, ma perché il Presidente Arbenz intendeva recuperare, per distrbuirle ai contadini, le terre acquistate dalla United Fruit e mantenute incolte.

Obama non si è impegnato con chiarezza sulle date di un’eventuale riapertura delle ambasciate e della cancellazione di Cubadalla lista dei Paesi “protettori del terrorismo”. Una lista che sarebbe da cancellare,  soprattutto perché gli USA non hanno il diritto di giudicare altri, e  comunque hanno avuto a che fare direttamente con il terrorismo, finanziandolo e proteggendolo in America Latina e in altre parti del mondo. Qualche giorno dopo il summit il Presidente ha, sì, annunciato di avere proposto al Congresso di togliere Cuba da quella lista, ma è ben noto che la maggioranza dei congressisti è decisamente contraria, e quindi non sono molte le possibilità che la proposta venga accolta. Inoltre, per controbilanciare le sue modeste aperture distensive, Obama ha incontrato a Panama, fuori del summit, anche con esponenti dell’opposizione cubana (come Manuel Cuesta Morúa e Laritza Diversent) e con la venezuelana Rocío San Miguel,  che Maduro accusa di essere coinvolta nei recenti tentativi golpisti, e di avere ricevuto finanziamenti per dividere le Forze Armate.

Va detto che Raúl Castro ha ricambiato fin troppo generosamente le poche “aperture”, facendosi  l’autocritica per i pregiudizi cubani sul Presidente statunitense e affermando di essere certo della sua onestà ed estraneità alla logica del bloqueo; Obama ha subito confermato di non  essere responsabile di azioni compiute da un governo del suo Paese quando lui non era ancora nato… Peccato che le minacce al Venezuela, la dislocazione della IV flotta nell’area caraibica, il finanziamento di gruppi di estrema destra e la protezione accordata a veri terroristi siano di oggi, non degli anni Sessanta del secolo scorso!

Una piccola distensione, comunque, c’è stata ed è dovuta alla mobilitazione a fianco di Maduro e in difesa del Venezuela che si è sviluppata un po’ in tutto il continente, promossa da Presidenti come Evo Morales, Rafael Correa, Cristina Kirchner,  che ne ha trascinato altri a rimorchio. Alla fine, a fianco di Obama c’era solo il Canada: 2 paesi contro 33… se si fosse votato.

Invece non si è votato, ma c’è stata una combattiva Assemblea parallela ribattezzata Cumbre de los pueblos (Vertice dei popoli), a cui hanno partecipato anche alcuni dei capi di Stato venuti per il VII Vertice, tra i quali spiccavano Correa e soprattutto Evo Morales (1). A questa Assemblea, meno formale, non è intervenuto Raúl Castro, che ha inviato solo un messaggio di saluto; la delegazione cubana, d’altra parte, si è ritirata per protesta da un “Forum della società civile e attori sociali”, a cui invece ha partecipato Obama: la protesta è stata motivata dal fatto che, come “attori sociali”, a quel Forum erano stati invitati numerosi oppositori, definiti dalla delegazione cubana  “mercenari legati a terroristi come Luis Posada Carriles e Félix Rodríguez Mendigutía”, alcuni dei quali nei giorni precedenti si erano scontrati fisicamente con sostenitori di Cuba. Certo c’è molta tensione, anche perché circola la voce, presumibilmente infondata, che Cuba dovrebbe consegnare Assata Shakur (esponente delle pantere nere USA, rifugiatasi nell’isola nel 1984) in cambio appunto del terrorista  Posada Carriles, responsabile di attentati ad aerei e di diversi omicidi, compreso quello del turista italiano Fabio Di Celmo.  Prima che la riapertura dell’ambasciata degli USA all’Avana si concretizzi, probabilmente Cuba dovrà  subire altre provocazioni di questo genere per “dar prova della sua maturità” sul terreno dei diritti umani …  

                                                                                          Antonio Moscato

 

1) Per il ruolo da lui svolto sia nel Vertice ufficiale, sia nell’ Assemblea parallela, Evo Morales ha recuperato prestigio, dopo avere subito nel suo Paese una “mezza batosta”. Infatti il 29 marzo nelle elezioni municipali il suo Partito (MAS), pur rimanendo il primo della Bolivia, aveva perso alcune roccaforti importanti, tra cui la capitale La Paz e il municipio di Cochabamba.  

 

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GOVERNI PROGRESSISTI: I MOTIVI DELLA CRISI

 La difesa del Venezuela, dunque, è stata centrale nel Vertice delle Americhe, e ha coinvolto praticamente tutti i Paesi del continente, tranne Stati Uniti e Canada, ma in modi assai diversi. Ad esempio, le firme sul testo proposto da Maduro, che chiedeva agli USA di rinunciare alle sanzioni, sono state raccolte quasi esclusivamente in Venezuela e a Cuba, e altrove da piccole minoranze più politicizzate, probabilmente perché le forti rigidità del governo ‘bolivariano’, che continua a considerare golpe quasi ogni forma di opposizione, non convincono tutti. Molte delle difficoltà del Venezuela sono infatti dovute non a un complotto esterno, ma a un’inflazione inarrestabile, che ha superato il 64%, e alla contrazione delle entrate dello Stato dovute al forte calo del prezzo del petrolio, che colpisce duramente un Paese le cui esportazioni sono per il 96% legate al settore estrattivo. Le entrate sisono quindi dimezzate, con ripercussioni immediate sul tenore di vita della popolazione, dato che tutti i generi di prima necessità sono importati in parte notevole da Paesi ostili come la Colombia e gli stessi Stati Uniti: tra il 2012 e il 2014 le importazioni si sono ridotte forzatamente del 25%, come conseguenza dellariduzione drastica della rendita petrolifera.

Il Venezuela è probabilmente il punto più acuto e più visibile della crisi dei governi progressisti latinoamericani. La cause sono molteplici: certamente pesano gli incoraggiamenti dati dall’Amministrazione statunitense alla destra trogloditica e faziosa, che usa come arma anche l’imboscamento speculativo di molti generi per attribuire al governo la causa della penuria e del conseguente mercato nero. La versione della destra venezuelana è che se mancano latte, pane, farina, è per colpa del “socialismo”. In realtà la spiegazione è nella sostanza diametralmente opposta a quella propagandata da tutti i media dell’imperialismo che monopolizzano l’informazione televisiva in tutto il continente (Venezuela inclusa).

Il “socialismo del XXI° secolo” è rimasto finora sulla carta. Il 70% del PIL si trova in mano al settore privato. Sono private la maggior parte delle banche e quasi tutto il commercio con l’estero del Venezuela è in mano di impresari privati esattamente come negli altri Paesi dell’America Latina. C’è, almeno teoricamente, qualche controllo in più dei prezzi per quanto riguarda alcuni prodotti del paniere di base, ma viene aggirato facendo sparire la merce prima che arrivi nelle catene di supermercati che sono stati nazionalizzati, con cospicuo indennizzo dei vecchi proprietari, ma i cui amministratori sono spesso complici degli imboscamenti. Una parte dei prodotti importati finisce così nei canali del contrabbando, insieme alla benzina, che pure deve essere sussidiata per mantenerne il prezzo ai livelli bassissimi in cui si trova da anni.

Tuttavia, il contrabbando più massiccio e pericoloso non è quello della benzina o di altri prodotti sussidiati, ma è direttamente quello dei dollari. Secondo cifre del Banco Central Venezolano, solo negli ultimi due anni sono fuggiti all’estero 150 miliardi di dollari, che corrispondono a circa due anni di esportazioni. La fuga dei capitali è  facilitata dall’esistenza di tre diversi mercati di cambio legali con differenze fortissime dei tassi di cambio previsti per le varie transazioni, differenze che sono all’origine delle speculazioni. La risposta del governo colpisce con la repressione  gli oppositori dichiarati (ad esempio il sindaco di Caracas Antonio Ledezma è stato arrestato come golpista), ma a scardinare il sistema sono in tanti, compresi molti imprenditori e amministratori corrotti appartenenti alla cosiddetta “boliburguesia”.

Ma iI futuro del continente latinoamericano è incerto anche per un’altra ragione. Manca in questo momento una personalità autorevole, rappresentante di un Paese di peso come il Brasile o l’Argentina, che possa proporre credibilmente iniziative comuni, come avvenne, ad esempio, in occasione dei tentativi secessionisti in Bolivia: aveva svolto allora questo ruolo Lula, oggi impegnato ad arginare la crisi che rischia di travolgere Dilma Rousseff; altrettanto fece al termine del suo mandato il Presidente argentino  Néstor Kirchner, in qualità di presidente dell’UNASUR, mentre oggi Cristina Fernández Kirchner, che pure al Vertice ha pronunciato un discorso appassionato, non sembra in grado di assicurare la continuità della sua politica nelle imminenti elezioni presidenziali, e per giunta è ancora sotto la spada di Damocle del giudice statunitense che ha sposato la causa dei “fondi avvoltoio”, favorito dall’ambiguità con cui era stata chiusa la vertenza con la maggior parte dei creditori. Non a caso l’Argentina conosce in questa fase profonde lacerazioni e spostamenti a destra inquietanti: perfino istituzioni come le Madri di Piazza di Maggio, che avevano supportato efficacemente i due Kirchner, attraversano oggi una crisi profonda. 

In Ecuador continuano le tensioni tra il governo ed ecologisti e indigeni in lotta contro il ruolo predominante assegnato all’industria estrattiva, con effetti distruttivi per l’ambiente e per la stessa sopravvivenza di alcune comunità amazzoniche: comunque, l’influenza di questo Paese è limitata, come quella della Bolivia. In Uruguay il passaggio di consegne tra il popolarissimo, ma sostanzialmente moderato  Mujica e Tabaré Vázquez, anche lui del stesso Frente Amplio, ma di orientamento nettamente conservatore, ha portato ad un rafforzamento  della destra (anche nella sua componente militarista) e ha messo sotto attacco le modeste recenti conquiste sul terreno dei diritti civili.

Ma soprattutto resta l’incertezza sul futuro del Brasile, che per le sue dimensioni, e la potenza di alcune sue grandi imprese, ha sempre avuto un peso determinante nel continente. La Presidente Dilma Rousseff appare in difficoltà dopo le manifestazioni che anche in marzo hanno chiesto il suo impeachment, e ai mandati giudiziari che hanno colpito diversi esponenti del PT e suoi stretti collaboratori personali (su questo si veda l’ampia e approfondita intervista a Ricardo Antunes pubblicata sul mio sito in due parti: Brasile – La crisi è profondissima. «Non vedo alternative al PT» e Brasile – La crisi del PT nel quadro della riorganizzazione della destra nel continente (II) ). Il Brasile è inoltre minacciato da una possibile flessione dell’economia cinese, a cui è sempre più strettamente legato: ci sono già sintomi di riduzione degli acquisti e degli investimenti cinesi, di fronte al rischio di mancata restituzione di 120 miliardi di dollari prestati negli ultimi dieci anni ad alcuni Paesi latinoamericani (dei quali 56,3 al Venezuela).

Certo, in America Latina la partita è tuttora aperta: per sostenere più efficacemente gli innovativi esperimenti politico – sociali avviati  nel continente, che hanno suscitato tante speranze anche nelle sinistre europee, è bene però non ignorare le loro attuali contraddizioni, dovute  in primo luogo alla scelta di non incidere sugli apparati statali (compresi quelli giudiziari, militari e polizieschi) “ereditati” dai regimi precedenti.

      (a. m.)