UN CASO
EDITORIALE: IL FATTO QUOTIDIANO
il Fatto
Quotidiano, nato il
23 settembre 2009, rappresenta un fenomeno da studiare. In un contesto di
pesante calo della diffusione dei quotidiani – legato alla crisi economica –
questo giornale, nei suoi primi tre mesi di vita, ha avuto una media di vendite
“tra edicole e abbonamenti (…) di oltre 108.000 copie”1.
Tale
risultato è stato mantenuto “anche nei primi quattro mesi di quest’anno”. Un
altro dato in controtendenza è la forte percentuale di lettori giovani: “ben
il 14,2 per cento dei lettori hanno tra i 18 e i 24 anni e il 25,7 tra i 25 e i
34 anni”.
Alto è il
livello di istruzione: “oltre il 90 per cento ha un diploma o una laurea”. In
termini più generali, si può dire che “il lettore tipo è un uomo, risiede
nel centro nord in un comune di oltre 250.000 abitanti e svolge una delle
cosiddette professioni di concetto (studente/impiegato/quadro o dirigente)”. La
maggior parte deii lettori è legata alle varie
componenti del centrosinistra, “ma c’è una percentuale molto rilevante, cioè
il 18,3 per cento” che non rivendica collocazioni precise.
Certo,
sarebbero necessari ulteriori approfondimenti. Ad esempio, quante copie sono
state sottratte a concorrenti più blasonati? La tipologia di lettori sopra
descritta sembra coincidere con quel “ceto medio riflessivo” che ha fatto la
fortuna di un quotidiano come
Di sicuro,
contribuiscono al successo giornalisti di prestigio come Furio Colombo o noti
presso il pubblico televisivo come Marco
Travaglio, che garantisce un articolo al giorno, sempre collocato in prima
pagina. Il legame con il piccolo schermo è stretto, poiché con la trasmissione
politica di maggior successo degli ultimi anni (Annozero)
si condividono sia alcune firme, che il modo di impostare certi problemi.
In più, il
quotidiano è vicino ad un vasto movimento d’opinione, il “popolo viola”,
impegnato soprattutto nella lotta contro l’impunità di Berlusconi e di altri
potenti. Si può ritenere che la concezione della democrazia espressa da questo
movimento sia riduttiva, poiché pone in secondo piano questioni come
l’estensione dei diritti sociali e la creazione di nuove forme di
partecipazione collettiva alla cosa pubblica. Ma il Fatto la condivide
senza riserve.
In ogni
caso, nel panorama della carta stampata italiana, questo giornale non
emerge solo per il suo spiccato interesse verso le malversazioni dei politici.
L’angolo visuale dei quotidiani nostrani è in genere così ristretto, che ci
vuole poco per dare l’idea di affrontare la realtà nelle sue molteplici
sfaccettature.
Solo per
fare un esempio: il 6 maggio, su il Fatto una intera pagina è dedicata
al congresso Cgil, con un resoconto puntuale di Giampiero Calapà
(Epifani: non siamo come
Basta
parlare del più grande sindacato italiano senza limitarsi a riferire dei
battibecchi a distanza tra Epifani ed i segretari di Uil e Cisl, o affrontare
la protesta greca dimostrando di conoscerne gli attori politici, per
distinguersi positivamente rispetto a tanti giornali.
Questioni
di share
Grande è
l’importanza che il quotidiano attribuisce alla televisione, in quanto
strumento di manipolazione delle masse e come campo di battaglia dove si
scontrano forze diverse.
La
convinzione da cui si muove è che il successo di Berlusconi sia dovuto
esclusivamente al suo dominio televisivo, che gli consente sia di creare un
preciso immaginario, sia di restituire ciò che vuole della realtà a milioni di
italiani, contribuendo all’involuzione del paese. Su questo piano si estremizza l’opinione prevalente nelle
forze di opposizione.
I lettori –
in osmosi con il quotidiano – sono del medesimo avviso. Lo testimonia, tra le
altre, una lettera pubblicata il 28 febbraio
Nello
stesso giorno, la quotidiana rubrica sui Tg (Tgpapi)
curata da Paolo Ojetti ha un titolo infelice: “C’è
il Cile (il viola no)”, legato alla circostanza per cui il devastante
terremoto in quel paese ha oscurato una manifestazione del “popolo viola”.
Commentando il Tg1 si parla del processo Mills e di
come viene affrontato da Ghedini, che in casa di Minzolini si trova a suo agio (“ci fosse un giornalista,
uno solo che abbia la forza di stopparlo, di portarlo a una parvenza di
riflessione, di discussione”). Riferendosi al Tg2 ci si riscatta, in parte,
dalla gaffe insita nel titolo, parlando di un “obbligatorio sviluppo
del terremoto cileno”, ma poi ci si lamenta della mancata informazione (“né
un’immagine né una citazione”) sulla manifestazione viola di Piazza del
Popolo.
Ora, c’è da
chiedersi: a parte la legittima recriminazione rispetto all’omissione della
notizia del “viola day”, sul terremoto in Cile
non c’era proprio nulla da rilevare? Ad esempio, i telegiornali, evidenziato
quanto il disastro sia stato dovuto, più che alla furia della natura, a
condizioni socio-abitative di estremo disagio? Problemi simili sembrano
estranei ad Ojetti, che nella sua rubrica si
concentra prevalentemente sulla questione giudiziaria, quasi che l’indipendenza
dell’informazione si misuri sul terreno esclusivo delle cronache processuali.
Fin qui
abbiamo parlato della televisione come luogo dell’omissione di notizie, ma cosa
ci dice il Fatto su questo potente media come terreno di scontro?
Vediamo un
articolo dal titolo esplicito: “
Siamo di
fronte all’espressione tipica di una mentalità. Il riferimento alla “bella
lezione per Berlusconi” rimanda all’illusione che una vittoria negli
ascolti televisivi sposti i rapporti di forza
nel paese. L’idea di fondo, d’altronde, è quella, già accennata, secondo
cui il motivo esclusivo della forza del Cavaliere sarebbe il suo monopolio
televisivo. Ci si dimentica dell’essenziale. E’ vero, Berlusconi usa la tv per
modificare la percezione della realtà e per creare un immaginario attraverso forme di comunicazione che vanno
attentamente analizzate; ma omettere dei fatti non è sufficiente a garantirsi
il consenso sociale ed un immaginario, per imporsi, ha bisogno anzitutto di
soggetti sociali che siano disposti a farlo proprio. Dietro le vittorie
elettorali del Cavaliere c’è un preciso blocco sociale che vede i propri
interessi difesi dal Pdl e di conseguenza si
riconosce nei “valori” che questo partito propugna. Dunque, è pronto ad
accogliere l’immaginario modellato dalla tv berlusconiana. Questa situazione
non può certo essere modificata dalle vittorie, negli ascolti televisivi, di
qualche “program-ma amico”.
I graffi
di un ribelle.
Se le priorità
sono ribadite di continuo, il giornale è comunque attento ad offrire un
ventaglio di punti di vista, accogliendo diversi battitori liberi. E’ il caso
di Massimo Fini, un intellettuale che si è formato su grandi pensatori
reazionari: Ezra Pound, Heidegger, Junger.
Un simile
orientamento culturale può sorprendere, in un giornale che ha molti lettori nel
“popolo della sinistra”, ma va detto che gran parte dell’intellettualità che un
tempo di questo popolo era riferimento si è convertita all’esaltazione del
libero mercato. Di conseguenza, un Fini può acquistare credibilità nel
presentarsi come fiero anticonformista.
Prendiamo
ad esempio un suo scritto del 20 aprile (“Perché faccio il tifo per il
vulcano”), in cui si riferisce alla nube di cenere, proveniente
dall’Islanda, che ha bloccato il trasporto aereo. Per Fini, la natura, oltre a
ricordare all’uomo che “non è il padrone del mondo”, mette a nudo la
fragilità del sistema integrato in cui viviamo. L’autore segnala che “il
vulcano islandese esplose già, con la stessa violenza, due secoli fa ma nessuno
se ne accorse (,,,) mentre oggi sta mandando in tilt l’intero pianeta”.
L’Occidente
ha uniformato il mondo al suo modello e ciò comporta che quando vi è un
problema in una qualsiasi località (nell’articolo viene citata pure la crisi
greca), i suoi effetti si riverberano in ogni dove.
Quando
questo sistema imploderà, si salverà chi ne è fuori, come quegli indigeni delle
Andamane, che sono sopravvissuti allo tsunami perché “invece di
affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare il mare con
occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano”.
L’articolo
rivela la capacità di Fini di condensare in poche righe un pensiero articolato,
segnato dal rifiuto della società tecnologica e dal rimpianto nei confronti di
epoche lontane.
I lettori
coinvolti in lotte territoriali contro uno “Sviluppo” che favorisce pochi,
leggeranno con piacere una provocazione come questa. Rimane il problema che il
giornalista in questione, sconfinando nella misantropìa,
nega a monte le possibilità di un’azione di massa.Tanto
che nell’articolo i greci attuali, colpiti dalla crisi, sono definiti “stupidi
come tutti gli uomini di oggi”. Negli scritti di Fini affiora
un’oscillazione. Da un lato sembra che la critica alla società occidentale sia
anche autocritica, perché rivolta ad un mondo di cui si fa parte. Dall’altro,
emerge la tendenza a rappresentarsi come un ribelle, in un senso vagamente
jungeriano3, come persona
che, pur condannata alla sconfitta e ad una vita in minoranza, riesce a
sottrarsi all’istupidimento ed ai processi di massificazione indotti dalla
società tecnologica.
Fini gode
di grande considerazione nel giornale: il 6 maggio una pagina intera era
riservata all’uscita di una raccolta di suoi articoli4. Ma la
visibilità e le qualità di scrittura dell’autore possono contribuire ad
alimentare la confusione, ad esempio introducendo un elemento di idealizzazione
del passato in discorsi – come quello ambientale – che invece dovrebbero
rimandare alla critica della logica del profitto. E così, il quotidiano ci
guadagna l’immagine di organo culturalmente plurale, senza che il suo impianto
di fondo ne risulti smentito.
Il
lavoratore nel “paese anormale”.
Su il
Fatto le lotte dei lavoratori ricevono una certa attenzione. Tra le
firme più quella di Beatrice Borromeo, giovane giornalista lanciata da Annozero, un programma che, rispetto agli standard
televisivi, ha sempre dedicato un certo spazio al mondo del lavoro. Diverse
puntate della trasmissione di Santoro sono partite da interviste ad operai
impegnati nella difesa dell’occupazione, nel segno della critica ai datori di
lavoro, rei di investire poco pur ricavando lauti profitti.
Bene,
l’approccio de il Fatto è simile e gli articoli di Borromeo e di altri
tendono a privilegiare quelle situazioni che più si prestano alla denuncia di
un’imprenditoria che non si comporta come dovrebbe, presentando tratti anomali
o addirittura banditeschi. In quest’ottica, è esemplificativo il brano
seguente: “54 milioni di euro è la cifra cui ammontano i trattamenti di fine
rapporto che Eutelia avrebbe dovuto pagare ai suoi
lavoratori, se li avesse licenziati. Vendendo il ramo d’azienda Agile a Omega
in cambio di un prezzo (…) simbolico, Eutelia ha
evitato di pagare. La regia (…) è della banca Monte de’ Paschi di Siena:
“Questo istituto- spiega Gianni Seccia della Fiom – è
il principale creditore di Eutelia, che è esposta nei
confronti di “Monte de’ Paschi, guarda che coincidenza, proprio per 54 milioni
di euro” (Così Eutelia riesce a stanare
Palazzo Chigi, 18 novembre 2009). Alla vicenda di Eutelia, che vede un complesso intreccio di interessi, con
tanto di coinvolgimento dell’azienda di Berlusconi5, Borromeo ha
dedicato una serie di articoli. Un buon lavoro, sul piano informativo, che però
conferma la tendenza del quotidiano a vedere nell’operaio che si difende come
può, magari occupando lo stabilimento, non un soggetto portatore di bisogni,
bensì l’indicatore dei problemi di un paese dove regna il malaffare.
Che il Fatto
non auspichi una ripresa del conflitto, lo chiarisce un editoriale del
direttore Antonio Padellaro, uscito per la festa dei
lavoratori (“A schiena dritta, 1 maggio 2010). In quel
giorno, il titolo d’apertura del quotidiano ne conferma le ossessioni:“Nel
paese dei furbi Scajola la fa franca”. Ma la festa dei
lavoratori è richiamata nell’articolo di Padellaro e
in un riquadro con un disegno di Giacomo Manzù (“Il
nostro domani si chiama lavoro”). All’interno, il discorso sul mondo
del lavoro è sviluppato in due pagine: si parte dall’iniziativa a Rosarno dei sindacati confederali, con un articolo di
Enrico Fierro sulla condizione di un Meridione che ha
bisogno di legalità (“Nuova fuga dal Sud, Un primo maggio da anni
settanta”). Poi, ci sono due interviste: una ad un rosarnese
illustre, il direttore della Scuola Normale, Salvatore Settis
(“Basta genuflessioni. La sinistra offra un sogno”, realizzata
da Giampiero Calapà), l’altra a Susanna Camusso della Cgil (“Mezzogiorno abbandonato,
Il taglio
meridionalista permette di associare i temi del lavoro ad altre emergenze
tipiche della parte più disagiata del paese ed è ripreso da Padellaro
nel suo editoriale, che ricorda due dirigenti comunisti. Uno, Valarioti6,
vittima della ‘ndrangheta nel 1980, l’altro, Pio
Per questa
via, diviene naturale la citazione del caso del sontuoso appartamento di
Scajola al Colosseo, condita da un demagogico richiamo “a chi si svena per
l’affitto o viene strangolato dal mutuo”.
Dunque, i
lavoratori non sono mai veramente protagonisti, nemmeno quando è la loro festa.
La madre di tutte le battaglie rimane quella per la legalità, per un’Italia ed
un Meridione che, non più strozzati dalle mafie e dall’illegalità endemica,
possano creare nuovi posti di lavoro.
Proprio qui
si delinea in modo nitido un’aspirazione che affiora in tante pagine del Fatto.
Quella legata ad un paese normale, senza più strapotere mafioso, senza
l’anomalia rappresentata da Berlusconi e dal connubio tra potere politico e
mediatico che questi porta con sé.
Dunque il
giornale e coloro che lo scelgono ogni mattina vogliono solo un capitalismo
“migliore”, più vicino a quello di altri grandi paesi europei? Se, per quanto
riguarda i lettori, è difficile esprimersi in maniera univoca, per quanto
riguarda la redazione si è tentati di dare una risposta affermativa.
Stefano Macera
____________________________
1 il Fatto,
bilancio di un successo (il Fatto
Quotidiano, 1 maggio 2010): si tratta di una intervista
redazionale al presidente della Editoriale Il Fatto s.p.a., collegata ad un
riquadro (Chi sono i nostri lettori), da cui sono ripresi i dati
statistici che qui si riportano.
2 Collaboratore
assiduo del quotidiano, Cannavò, oltre ad essere un bravo giornalista, è
esponente di spicco di Sinistra Critica.
3 Si veda il libro
Il ribelle dalla A alla Z (2006). Invero, Ernst Junger (in particolare quello del Trattato del ribelle)
è più echeggiato che direttamente citato da Fini: forse in ciò il giornalista
esprime la prudenza di chi non vuole essere ancorato ad un riferimento teorico
forte, rispetto al quale potrebbe presentarsi al più come un abile divulgatore.
4 Massimo Fini, Senz’anima.
Italia 1980-2010, ed. Chiarelettere. Sul Fatto
in particolare viene riportato un articolo su Milano Due, in origine
apparso su il Giorno del 15 gennaio 1983.
5 Riprendiamo
dallo stesso articolo, una dichiarazione del sindacalista Fabrizio Potetti: “Eutelia entra nella battaglia sulle televisioni tra
Berlusconi e Murdoch. Mediaset, per competere con Sky, vuole accelerare lo
sviluppo dell’internet tv. Quindi le serve l’infrastruttura. Eutelia possiede circa 13 mila chilometri di fibra ottica
che Mediaset potrebbe utilizzare per far viaggiare i propri contenuti. Ora, con
duemila dipendenti in meno, Eutelia è molto più
appetibile perché ha bilanci più leggeri”. Sulla vicenda si veda
anche, sempre a firma di Beatrice Borromeo, L’ombra di
Mediaset su Eutelia, pubblicato il 22
aprile 2010.
6 Sulla figura di
Peppino Valarioti si diffonde anche Settis nell’intervista.
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PERCHE’ IL REFERENDUM SULL’ ACQUA PUBBLICA
La raccolta di firme per il Referendum
contro la privatizzazione dell’acqua (vedi il sito www.acquabene-comune.org)
sta riscuotendo un successo incredibile. È un momento importante per la democrazia,
oltre che un impegno considerevole. Un impegno che vede coinvolte tutte le
organizzazioni (associazioni, sindacati, partiti, movimenti, comitati
spontanei, etc.) che si battono contro la mercificazione di un bene essenziale
per la vita. Occorrerà far “pesare” il milione di firme a sostegno di una
campagna che ha l’obiettivo di
cancellare le leggi che considerano l’acqua una merce.
Infatti con i 3 quesiti referendari si
chiede l’abrogazione delle norme che obbligano a privatizzare i servizi idrici.
In primis l’art. 23 bis del Decreto (che porta il nome del ministro
Ronchi) votato dal Parlamento lo scorso 19 novembre 2009, con cui l’acqua è
stata definita un servizio pubblico di rilevanza economica, cioè una merce. Lo
stesso Decreto impone a tutti i Comuni di mettere sul mercato - entro il 31
dicembre del 2011 - la gestione dei servizi idrici, attraverso lo strumento
della gara o della cessione di almeno il 40% del pacchetto azionario delle
aziende pubbliche. In tal modo l’acqua di tutta la penisola rischia di finire
nelle mani delle 2 o 3 multinazionali (le più importanti sono le francesi Suez
e Veolia), le
stesse che già hanno messo le mani sugli acquedotti di mezzo mondo, ma anche
della Toscana e del Lazio (Suez è presente nel capitale azionario di Acea Roma, così come Veolia è in AcquaLatina). E gli effetti delle privatizzazioni sono noti
a tutti: aumento delle bollette, a fronte di pochi – o addirittura nessuno –
investimenti sulle reti e sui depuratori.
Con gli altri 2 quesiti si vogliono
abrogare gli articoli del Decreto Legislativo 152 del 2006 che obbligano a
consegnare la gestione dell’acqua a società di capitali (art. 150) e che
garantiscono una remunerazione del capitale del 7% al gestore (art. 154). Con i
quesiti n. 2 e n. 3 si chiede pertanto che la gestione dei servizi idrici resti
nelle mani dei Comuni e che sull’acqua non si possano fare profitti. Il
Referendum avrà quindi il compito di fermare la mercificazione dell’acqua.
Se il Referendum passasse, in Italia
l’acqua potrebbe essere gestita solo da aziende pubbliche, come già avviene in
altri Paesi europei: in Belgio, in Svizzera e in parte della Germania, solo per
fare alcuni esempi. Invece in Francia - che ospita le più grandi multinazionali
dell’acqua privata - si sta assistendo ad una chiara inversione di tendenza. La
privatizzazione di buona parte degli acquedotti, avvenuta negli ultimi 30 anni,
ha comportato infatti una gestione disastrosa dei servizi idrici: tariffe in
aumento e scontento da parte dei cittadini/utenti. È per questo che molti
Comuni stanno ripubbli-cizzando i loro acquedotti.
La privatizzazione in italia
La messa sul mercato della gestione
dei servizi idrici in Italia inizia con
L’applicazione di questa legge diventa
in molti casi il pretesto per la privatizzazione. È
Nel resto del Paese il panorama resta
immutato con gestioni affidate ad aziende totalmente pubbliche – soprattutto al
Nord – o a società quotate in Borsa o in economia diretta da parte dei Comuni.
Del resto, fino al 2008 lo scenario legislativo si stabilizza verso una tripla
possibilità di scelta da parte dei Comuni per l’affidamento dei servizi:
·
affidamento
diretto a società totalmente pubbliche (in house);
·
affidamento
a società miste pubblico-private;
·
affidamento
tramite gara e quindi a società private.
Nel 2007, durante il governo Prodi,
l’offensiva verso la privatizzazione fu guidata dall’allora ministro Linda Lanzillotta. Il DDL (mai approvato) che portava il suo nome
prevedeva la messa a gara di tutti i servizi pubblici locali, ma l’acqua venne
esclusa per la pressione dei movimenti e di alcuni partiti della cosiddetta
“sinistra radicale”.
Dobbiamo arrivare al successivo governo Berlusconi per assistere al vero
assalto all’acqua pubblica. Infatti ad agosto 2008 il Parlamento vota
Ma la vera sferzata arriva con il
Decreto Ronchi, approvato con voto di fiducia nel novembre 2009, con il quale
viene modificato l’art. 23 bis imponendo ai Comuni la scelta della gara come
sistema di affidamento della gestione dei servizi idrici o, in alternativa, la
cessione di almeno il 40% del capitale delle società pubbliche. Il tutto con
scadenze definite: 31 dicembre 2010 per quegli A.T.O.
che non avevano mai provveduto all’affidamento a livello di Ambito; 12 mesi
dopo per chi invece l’aveva affidato con modalità diverse dalla gara o dalla
società mista. In poche parole, siamo in presenza di un provvedimento che
impone la privatizzazione per legge, con il quale il ministro Ronchi ha,
falsamente, utilizzato il pretesto dell’adeguamento alla normativa comunitaria
che, invece, lascia libera scelta agli Stati membri di classificare l’acqua tra
i servizi a rilevanza economica o di interesse generale. In quest’ultimo caso
non vige, a livello europeo, alcun obbligo di messa sul mercato e quindi di
affidamento ai privati. Lo scenario derivante dall’applicazione di questo
Decreto risulterà devastante: verranno spazzate via le gestioni totalmente
pubbliche (in house) che, ricordiamo, sono state adottate in più di
La situazione attuale
Come ho detto, la gestione attuale
dell’acqua in Italia è assai variegata, tra gestioni pubbliche, private o
miste, con situazioni assai diversificate rispetto alla qualità del servizio e
alle tariffe applicate.
Si va dalle efficienti aziende
pubbliche della Lombardia (Metropolitana Milanese e Amiacque
su tutte) e del Veneto, alle quotate in Borsa (Acea
a Roma e in Toscana, Iride a Genova, Enia
e Hera in Emilia-Romagna), alle miste e alle
gestioni in economia. Caso a sè l’Acquedotto
Pugliese, trasformato in S.p.A. nel 2000 dal governo D’Alema, che ora il
governatore Vendola vuole ripubblicizzare.
Il primo effetto del Decreto Ronchi si
è fatto sentire nella capitale: il Comune di Roma consegnerà nelle mani di Suez
e di Caltagirone - già oggi sono i soci privati più importanti - l’ulteriore
quota di privatizzazione di Acea, la cui
componente pubblica scenderà dal 51 al 30%.
Ma alcuni segnale di “resistenza” si
stanno registrando, anche a livello istituzionale, in tutto il Paese. Ad
esempio, lo scorso aprile il Consiglio comunale di Milano ha approvato
all’unanimità un OdG che conferma l’affidamento
pubblico in house fino al
Molti sindaci del Veneto o della
Lombardia, alcuni della Lega Nord, hanno dichiarato la loro volontà di non
volersi allineare ai vincoli imposti dall’art. 23 bis. In Lombardia in
particolare è da ricordare la battaglia condotta da ben 144 comuni (di vario
colore politico) che, nel
La “resistenza” dei sindaci ci fà capire il senso della norma, votata dal Parlamento a
febbraio di quest’anno, che prevede la soppressione degli A.T.O.
entro fine anno. Le competenze in materia di servizio idrico vengono quindi
sottratte ai sindaci per consegnarle alle Regioni (e da queste alle province),
allontanando dalla gestione democratica un bene essenziale per la vita di tutti
i cittadini.
Ma sarà il Referendum a dare una
svolta nella direzione della gestione pubblica dell’acqua, fermando la
mercificazione. Un milione di italiani hanno
firmato i 3 quesiti referendari. E’ importante che a primavera 2011 tutti
vadano a votare. Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia.
Roberto Fumagalli
vicepresidente del Comitato Italiano
per il Contratto Mondiale sull’Acqua
(www.contrattoacqua.it)
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IL RITORNO DEL NUCLEARE
Lo scorso luglio il governo Berlusconi
ha decretato il ritorno del nucleare in Italia con tre articoli contenuti nella
legge Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese,
nonché in materia di energia, decisione che tutto sommato non ha avuto
l’eco che ci si aspettava tenuto conto che il nostro paese fu l’unico a
interrompere la costruzione di centrali nucleari con il referendum del 1987. Le
opposizioni, Italia dei Valori e Partito Democratico (PD), hanno evitato di
contestare le ragioni di fondo che questa scelta porta con sé, limitandosi ad
una opposizione d’ufficio rivolta più che altro a modificare il testo della
legge che, specialmente per il PD, avrebbe dovuto essere orientata allo
sviluppo di un nucleare avanzato (le cosiddette centrali di quarta
generazione), dimostrando ancora una volta la grande distanza che separa la
sinistra (o le scorie che ne restano) dai movimenti su questo tema. Oggi
la “non contrarietà” al ritorno del nucleare comprende un numero di
parlamentari che va ben oltre la maggioranza espressa dalla coalizione che
governa questo paese.
Alla prova dei fatti dunque la
sinistra, e in special modo gli intellettuali e
scienziati di sinistra, dimostrano di non aver superato i condizionamenti che
gli vengono storicamente da un esame acritico del rapporto scienza/sviluppo,
restando prigionieri di una idea di progresso tragicamente ancorata alle sorti
di una scienza e di una tecnologia che sempre di più sono assoggettate ai
voleri del capitale.
Se mai c’è stato un tempo in cui
l’apporto della scienza e della tecnologia ha contribuito al progresso della
società, nell’era della globalizzazione – ovvero nell’era della sussunzione
totale da parte del capitale di ogni forma di cooperazione sociale marxianamente intesa - c’è da chiedersi se può definirsi
ancora progresso ciò che viene dalle scoperte scientifiche e dalle applicazioni
tecnologiche, e non c’è esempio più calzante del nucleare per dare senso a
questo interrogativo.
Non c’è dubbio che la conoscenza e il
dominio delle forze della natura sono state al tempo stesso uno stimolo ed una
necessità nell’evoluzione del genere umano ed il possesso del “fuoco atomico”,
ovvero la capacità di penetrare l’essenza della materia per sfruttare le forze
dell’infinitamente piccolo (l’energia del nucleo), ne rappresenta forse la
tappa più significativa per le conseguenze che ne sono derivate.
Innanzitutto non va dimenticato che il
primo “fuoco atomico” a brillare fu la bomba sperimentale fatta esplodere negli
Stati Uniti ad Alamogordo il 16 Luglio del 1945
seguita a breve distanza dalle bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki
causando oltre 240.000 morti. Ciò provocò paura e sconcerto nell’opinione
pubblica mondiale perchè invece dell’energia
liberatrice prospettata dalla propaganda del tempo, essa si trovò di fronte ad
uno strumento di morte e distruzione come non si era mai visto: e tutto questo
era, bene o male, frutto della scienza.
Ci vollero anni (oltre ai pentimenti
degli scienziati, Einstein compreso) per tentare un rilancio dell’energia
nucleare a scopi pacifici e ciò avvenne con il discorso di Eishenower
alle Nazioni Unite l’8 dicembre del 1953, con il quale venne lanciato il
programma “Atomi per la pace” che segnò l’avvento del nucleare cosiddetto
civile. In realtà questo programma era stato sollecitato con forza da una parte
consistente del capitalismo USA, cioè da quelle industrie che avevano
partecipato alla realizzazione del progetto Manhattam
(General Electric, Westhinghouse, Union Carbide, Du Pont
de Nemour) che ora costituivano l’ossatura della lobby
nucleare che premeva per la commercializzazione di questa tecnologia, fino a
quel momento rimasta sotto il controllo esclusivo del Dipartimento della
Difesa.
Da allora lo sviluppo dell’energia
nucleare per usi civili ha conosciuto alterne vicende fino a raggiungere un
picco massimo negli anni ’70-’80 per poi incontrare una drastico calo anche a
seguito degli incidenti di Three Mile Island (Usa,
1979) e di Chernobil (Ucraina, 1986) che tuttavia non ne furono le cause determinanti
in quanto a cavallo di quegli anni si delineava già la non competitività degli
impianti nucleari a causa della forte scalata dei costi (primo fra tutti quello
dell’uranio) e della congenita limitazione del loro rendimento, a fronte di un
mercato delle fonti di energia che “offriva” carbone e soprattutto gas a prezzi
estremamente concorrenziali. Comparando l’evoluzione storica dei prezzi delle materie
prime energetiche e del nucleare emerge con chiarezza che questa tecnologia –
nell’ottica del capitale - ha un valore contingente, legato più a fattori di
crisi che a valutazioni di carattere strategico. Non è un caso che il picco
massimo di commesse per centrali nucleari si sia avuto in concomitanza con la
crisi energetica del ’73 e che l’odierno tentativo di rilancio del nucleare
prenda spunto dalla crisi ambientale in corso, specie per ciò che riguarda i
cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di anidride carbonica in atmosfera
che però, anche nell’ipotesi di raddoppiare il numero di centrali nucleari
funzionanti nel mondo, sarebbero ridotte di un modesto 3%.
Inoltre la tecnologia nucleare è
rigida (si può produrre solo energia elettrica), complessa e decisamente
inefficiente: in poco più di un decennio infatti le tecnologie associate ai
combustibili fossili hanno consentito di ottenere rendimenti di oltre il 40%
per il carbone e del 52% per il gas in ciclo combinato, e pur tenendo conto che
questi impianti sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico,
non è accettabile che oggi la tecnologia nucleare venga riproposta come il
miglior know how disponibile per produrre energia elettrica,
quando i rendimenti dei nuovi reattori sono pressoché fermi a quelli di trenta
anni fa (33-34%) a conferma che la generazione elettrica da fissione nucleare
non può che essere realizzata con una macchina complicata, costosa e dalle
modeste prestazioni come il reattore: una macchina che una società “ingegnerizzata”
ed efficientista come la nostra non potrebbe che definire obsoleta.
Ma per il capitale non conta tanto
l’efficienza dei processi produttivi, quanto la remuneratività
degli investimenti. Da questo punto di vista il nucleare è un investimento ad
altissima composizione organica di capitale (una centrale costa intorno ai 4
miliardi di euro e dà lavoro a non più di 400 persone) i cui ritorni economici
risiedono nelle commesse per la costruzione degli impianti e, in particolare,
nella fornitura per 60 anni dell’uranio necessario al loro funzionamento:
attualmente sette compagnie controllano l’85% della produzione mondiale di
uranio ed operano indistintamente su tutti i mercati in regime di sostanziale
monopolio, e dunque sono in grado di condizionare pesantemente i futuri scenari
energetici come, del resto, avvenne trenta anni fa per opera delle sette
sorelle del petrolio. Quanto ai servizi di arricchimento dell’uranio, che hanno
un valore strategico ancora maggiore, il 95% della capacità mondiale è
concentrata in 4 società: Areva (Francia); Urenco (Inghilterra); Rosatom
(Russia); Usec (Stati Uniti).
Infine la questione dei rifiuti
radioattivi. Tutti sanno che non c’è una soluzione tecnologicamente
percorribile, se non quella del confinamento in attesa della “grande risposta”
della scienza che però, nonostante i 50 anni di sviluppo del nucleare, non è
all’ordine del giorno, anche se gli esperti del settore dicono che la stanno
studiando! Sono le stesse assicurazioni che davano gli scienziati trenta anni
fa, cioè un lasso di tempo enorme se rapportato all’evoluzione di qualunque
tecnologia tanto più in regime capitalista, e ciò non può che significare che
il problema dei rifiuti sarà affrontato dalle future generazioni come lascito
di un progresso senza scopo concepito dagli architetti del caos (militari,
industriali, banchieri) con il beneplacito di uomini di scienza che non hanno
saputo opporvisi perché intrisi di quello scientismo fideista che in ultima
analisi avrebbe dovuto cambiare le sorti dell’umanità: come dire che se anche
Enrico Fermi ha dato un apporto fondamentale alla realizzazione della bomba
atomica, non possiamo non sentirci suoi
figli!
Di queste buone intenzioni è
lastricata la via del “progresso” e l’energia nucleare più che una grande
risorsa per l’umanità si è rivelata un incubo. Diversamente dall’affermazione
di Eishenower che la voleva destinata agli starved countries
(paesi affamati), essa è concentrata nei paesi ricchi. Di tutte le magnificenze
illustrate negli opuscoli che propagandarono negli anni ‘50 il programma di
“Atomi per la pace” (automobili a pillole atomiche, treni e navi nucleari) non
è rimasta traccia.
L’atomo di pace non solo non ha
ridotto l’escalation degli armamenti tra USA ed URSS, ma ha favorito la
nascita e poi la crescita di altre potenze nucleari. Conclusione inequivocabile
a cui giunge Leonard Weiss, che per più di 25 anni ha collaborato alla stesura
dei trattati di non proliferazione nucleare: “La diffusione delle armi
nucleari in aree instabili e pericolose del mondo, e possibilmente ai
terroristi, rappresenta un costo di dimensioni incalcolabili. Anche a voler
considerare questo stato di cose come una conseguenza inevitabile della
proliferazione, è legittimo chiedersi se Atomi per la pace abbia accelerato
questa proliferazione nell’aiutare alcune nazioni a dotarsi di moderni arsenali
nucleari, molto prima di quanto sarebbero riuscite a fare da sole. E la
risposta è sì” (Bulletin of
the atomic scientists –
novembre/dicembre 2003).
Giorgio Ferrari
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