UN CASO EDITORIALE: IL FATTO QUOTIDIANO

 

il Fatto Quotidiano, nato il 23 settembre 2009, rappresenta un fenomeno da studiare. In un contesto di pesante calo della diffusione dei quotidiani – legato alla crisi economica – questo giornale, nei suoi primi tre mesi di vita, ha avuto una media di vendite “tra edicole e abbonamenti (…) di oltre 108.000 copie”1.

Tale risultato è stato mantenuto “anche nei primi quattro mesi di quest’anno”. Un altro dato in controtendenza è la forte percentuale di lettori giovani: “ben il 14,2 per cento dei lettori hanno tra i 18 e i 24 anni e il 25,7 tra i 25 e i 34 anni”.

Alto è il livello di istruzione: “oltre il 90 per cento ha un diploma o una laurea”. In termini più generali, si può dire che “il lettore tipo è un uomo, risiede nel centro nord in un comune di oltre 250.000 abitanti e svolge una delle cosiddette professioni di concetto (studente/impiegato/quadro o dirigente)”. La maggior parte deii lettori è legata alle varie componenti del centrosinistra, “ma c’è una percentuale molto rilevante, cioè il 18,3 per cento” che non rivendica collocazioni precise.

Certo, sarebbero necessari ulteriori approfondimenti. Ad esempio, quante copie sono state sottratte a concorrenti più blasonati? La tipologia di lettori sopra descritta sembra coincidere con quel “ceto medio riflessivo” che ha fatto la fortuna di un quotidiano come la Repubblica. Un’altra questione si lega all’alta percentuale di lettori giovani, che induce a chiedersi per quanti il Fatto rappresenti il primo avvio al rapporto con un quotidiano.

Di sicuro, contribuiscono al successo giornalisti di prestigio come Furio Colombo o noti presso il  pubblico televisivo come Marco Travaglio, che garantisce un articolo al giorno, sempre collocato in prima pagina. Il legame con il piccolo schermo è stretto, poiché con la trasmissione politica di maggior successo degli ultimi anni (Annozero) si condividono sia alcune firme, che il modo di impostare certi problemi.

In più, il quotidiano è vicino ad un vasto movimento d’opinione, il “popolo viola”, impegnato soprattutto nella lotta contro l’impunità di Berlusconi e di altri potenti. Si può ritenere che la concezione della democrazia espressa da questo movimento sia riduttiva, poiché pone in secondo piano questioni come l’estensione dei diritti sociali e la creazione di nuove forme di partecipazione collettiva alla cosa pubblica. Ma il Fatto la condivide senza riserve.

In ogni caso, nel panorama della carta stampata italiana, questo giornale non emerge solo per il suo spiccato interesse verso le malversazioni dei politici. L’angolo visuale dei quotidiani nostrani è in genere così ristretto, che ci vuole poco per dare l’idea di affrontare la realtà nelle sue molteplici sfaccettature.

Solo per fare un esempio: il 6 maggio, su il Fatto una intera pagina è dedicata al congresso Cgil, con un resoconto puntuale di Giampiero Calapà (Epifani: non siamo come la Grecia ma quasi) ed un articolo più analitico di Enrico Fierro (La frontiera del nord). Nelle due pagine sulla crisi greca, poi, una cronaca degli avvenimenti di piazza del giorno precedente (Morti d’economia), dovuta a Salvatore Cannavò2, restituisce alcune differenze interne al campo della protesta.

Basta parlare del più grande sindacato italiano senza limitarsi a riferire dei battibecchi a distanza tra Epifani ed i segretari di Uil e Cisl, o affrontare la protesta greca dimostrando di conoscerne gli attori politici, per distinguersi positivamente rispetto a tanti giornali.

Questioni di share

Grande è l’importanza che il quotidiano attribuisce alla televisione, in quanto strumento di manipolazione delle masse e come campo di battaglia dove si scontrano forze diverse.

La convinzione da cui si muove è che il successo di Berlusconi sia dovuto esclusivamente al suo dominio televisivo, che gli consente sia di creare un preciso immaginario, sia di restituire ciò che vuole della realtà a milioni di italiani, contribuendo all’involuzione del paese. Su questo piano si  estremizza l’opinione prevalente nelle forze di opposizione.

I lettori – in osmosi con il quotidiano – sono del medesimo avviso. Lo testimonia, tra le altre, una lettera pubblicata il 28 febbraio 2010, a firma di Francesco Falco, un aspirante giornalista (Lettera di un ragazzo al Tg1”). Vi si protesta perché si è fatta passare la prescrizione nei confronti del corrotto Mills per un’assoluzione: “Quello che non mi è stato possibile accettare (…) la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la Menzogna (…) Quella che, in nome del potere, fa sì che venga raccontata e giunga nelle case di milioni di italiani, una versione delle cose altra, che si sottrae al pur deprecabile esercizio di modulazione di un fatto (…) e rovescia il fatto medesimo”.

Nello stesso giorno, la quotidiana rubrica sui Tg (Tgpapi) curata da Paolo Ojetti ha un titolo infelice: “C’è il Cile (il viola no)”, legato alla circostanza per cui il devastante terremoto in quel paese ha oscurato una manifestazione del “popolo viola”. Commentando il Tg1 si parla del processo Mills e di come viene affrontato da Ghedini, che in casa di Minzolini si trova a suo agio (“ci fosse un giornalista, uno solo che abbia la forza di stopparlo, di portarlo a una parvenza di riflessione, di discussione”). Riferendosi al Tg2 ci si riscatta, in parte, dalla gaffe insita nel titolo, parlando di un “obbligatorio sviluppo del terremoto cileno”, ma poi ci si lamenta della mancata informazione (“né un’immagine né una citazione”) sulla manifestazione viola di Piazza del Popolo.

Ora, c’è da chiedersi: a parte la legittima recriminazione rispetto all’omissione della notizia del “viola day”, sul terremoto in Cile non c’era proprio nulla da rilevare? Ad esempio, i telegiornali, evidenziato quanto il disastro sia stato dovuto, più che alla furia della natura, a condizioni socio-abitative di estremo disagio? Problemi simili sembrano estranei ad Ojetti, che nella sua rubrica si concentra prevalentemente sulla questione giudiziaria, quasi che l’indipendenza dell’informazione si misuri sul terreno esclusivo delle cronache processuali.

Fin qui abbiamo parlato della televisione come luogo dell’omissione di notizie, ma cosa ci dice il Fatto su questo potente media come terreno di scontro?

Vediamo un articolo dal titolo esplicito: 23 a 13 per Santoro” (26 settembre 2009, a firma di Wanda Marra). Giubilando, vi si parla di una vittoria nella battaglia dello Share, riportata nei confronti del programma Porta a Porta: “(…) ben uno spettatore su 3, come accade solo nelle fiction più seguite, è rimasto incollato dall’inizio alla fine a Annozero. Una bella lezione per Berlusconi., Il monologo del Premier sull’Abruzzo aveva ottenuto il 13,47%, ma partiva (…) dalle medie di Rai1”.

Siamo di fronte all’espressione tipica di una mentalità. Il riferimento alla “bella lezione per Berlusconi” rimanda all’illusione che una vittoria negli ascolti televisivi sposti i rapporti di forza  nel paese. L’idea di fondo, d’altronde, è quella, già accennata, secondo cui il motivo esclusivo della forza del Cavaliere sarebbe il suo monopolio televisivo. Ci si dimentica dell’essenziale. E’ vero, Berlusconi usa la tv per modificare la percezione della realtà e per creare un immaginario  attraverso forme di comunicazione che vanno attentamente analizzate; ma omettere dei fatti non è sufficiente a garantirsi il consenso sociale ed un immaginario, per imporsi, ha bisogno anzitutto di soggetti sociali che siano disposti a farlo proprio. Dietro le vittorie elettorali del Cavaliere c’è un preciso blocco sociale che vede i propri interessi difesi dal Pdl e di conseguenza si riconosce nei “valori” che questo partito propugna. Dunque, è pronto ad accogliere l’immaginario modellato dalla tv berlusconiana. Questa situazione non può certo essere modificata dalle vittorie, negli ascolti televisivi, di qualche “program-ma amico”.

 

I graffi di un ribelle.

Se le priorità sono ribadite di continuo, il giornale è comunque attento ad offrire un ventaglio di punti di vista, accogliendo diversi battitori liberi. E’ il caso di Massimo Fini, un intellettuale che si è formato su grandi pensatori reazionari: Ezra Pound, Heidegger, Junger.

Un simile orientamento culturale può sorprendere, in un giornale che ha molti lettori nel “popolo della sinistra”, ma va detto che gran parte dell’intellettualità che un tempo di questo popolo era riferimento si è convertita all’esaltazione del libero mercato. Di conseguenza, un Fini può acquistare credibilità nel presentarsi come fiero anticonformista.

Prendiamo ad esempio un suo scritto del 20 aprile (“Perché faccio il tifo per il vulcano”), in cui si riferisce alla nube di cenere, proveniente dall’Islanda, che ha bloccato il trasporto aereo. Per Fini, la natura, oltre a ricordare all’uomo che “non è il padrone del mondo”, mette a nudo la fragilità del sistema integrato in cui viviamo. L’autore segnala che “il vulcano islandese esplose già, con la stessa violenza, due secoli fa ma nessuno se ne accorse (,,,) mentre oggi sta mandando in tilt l’intero pianeta”.

L’Occidente ha uniformato il mondo al suo modello e ciò comporta che quando vi è un problema in una qualsiasi località (nell’articolo viene citata pure la crisi greca), i suoi effetti si riverberano in ogni dove.

Quando questo sistema imploderà, si salverà chi ne è fuori, come quegli indigeni delle Andamane, che sono sopravvissuti allo tsunami perché “invece di affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare il mare con occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano”.

L’articolo rivela la capacità di Fini di condensare in poche righe un pensiero articolato, segnato dal rifiuto della società tecnologica e dal rimpianto nei confronti di epoche lontane.

I lettori coinvolti in lotte territoriali contro uno “Sviluppo” che favorisce pochi, leggeranno con piacere una provocazione come questa. Rimane il problema che il giornalista in questione, sconfinando nella misantropìa, nega a monte le possibilità di un’azione di massa.Tanto che nell’articolo i greci attuali, colpiti dalla crisi, sono definiti “stupidi come tutti gli uomini di oggi”. Negli scritti di Fini affiora un’oscillazione. Da un lato sembra che la critica alla società occidentale sia anche autocritica, perché rivolta ad un mondo di cui si fa parte. Dall’altro, emerge la tendenza a rappresentarsi come un ribelle, in un senso vagamente jungeriano3, come persona  che, pur condannata alla sconfitta e ad una vita in minoranza, riesce a sottrarsi all’istupidimento ed ai processi di massificazione indotti dalla società tecnologica.

Fini gode di grande considerazione nel giornale: il 6 maggio una pagina intera era riservata all’uscita di una raccolta di suoi articoli4. Ma la visibilità e le qualità di scrittura dell’autore possono contribuire ad alimentare la confusione, ad esempio introducendo un elemento di idealizzazione del passato in discorsi – come quello ambientale – che invece dovrebbero rimandare alla critica della logica del profitto. E così, il quotidiano ci guadagna l’immagine di organo culturalmente plurale, senza che il suo impianto di fondo ne risulti smentito.

 

Il lavoratore nel “paese anormale”.

Su il Fatto le lotte dei lavoratori ricevono una certa attenzione. Tra le firme più quella di Beatrice Borromeo, giovane giornalista lanciata da Annozero, un programma che, rispetto agli standard televisivi, ha sempre dedicato un certo spazio al mondo del lavoro. Diverse puntate della trasmissione di Santoro sono partite da interviste ad operai impegnati nella difesa dell’occupazione, nel segno della critica ai datori di lavoro, rei di investire poco pur ricavando lauti profitti.

Bene, l’approccio de il Fatto è simile e gli articoli di Borromeo e di altri tendono a privilegiare quelle situazioni che più si prestano alla denuncia di un’imprenditoria che non si comporta come dovrebbe, presentando tratti anomali o addirittura banditeschi. In quest’ottica, è esemplificativo il brano seguente: “54 milioni di euro è la cifra cui ammontano i trattamenti di fine rapporto che Eutelia avrebbe dovuto pagare ai suoi lavoratori, se li avesse licenziati. Vendendo il ramo d’azienda Agile a Omega in cambio di un prezzo (…) simbolico, Eutelia ha evitato di pagare. La regia (…) è della banca Monte de’ Paschi di Siena: “Questo istituto- spiega Gianni Seccia della Fiom – è il principale creditore di Eutelia, che è esposta nei confronti di “Monte de’ Paschi, guarda che coincidenza, proprio per 54 milioni di euro” (Così Eutelia riesce a stanare Palazzo Chigi, 18 novembre 2009). Alla vicenda di Eutelia, che vede un complesso intreccio di interessi, con tanto di coinvolgimento dell’azienda di Berlusconi5, Borromeo ha dedicato una serie di articoli. Un buon lavoro, sul piano informativo, che però conferma la tendenza del quotidiano a vedere nell’operaio che si difende come può, magari occupando lo stabilimento, non un soggetto portatore di bisogni, bensì l’indicatore dei problemi di un paese dove regna il malaffare.

Che il Fatto non auspichi una ripresa del conflitto, lo chiarisce un editoriale del direttore Antonio Padellaro, uscito per la festa dei lavoratori (“A schiena dritta, 1 maggio 2010). In quel giorno, il titolo d’apertura del quotidiano ne conferma le ossessioni:Nel paese dei furbi Scajola la fa franca”. Ma la festa dei lavoratori è richiamata nell’articolo di Padellaro e in un riquadro con un disegno di Giacomo Manzù (Il nostro domani si chiama lavoro). All’interno, il discorso sul mondo del lavoro è sviluppato in due pagine: si parte dall’iniziativa a Rosarno dei sindacati confederali, con un articolo di Enrico Fierro sulla condizione di un Meridione che ha bisogno di legalità (Nuova fuga dal Sud, Un primo maggio da anni settanta”). Poi, ci sono due interviste: una ad un rosarnese illustre, il direttore della Scuola Normale, Salvatore Settis (“Basta genuflessioni. La sinistra offra un sogno”, realizzata da Giampiero Calapà), l’altra a Susanna Camusso della Cgil (“Mezzogiorno abbandonato, la Fiat rilanci Pomigliano, a cura di Salvatore Cannavò).

Il taglio meridionalista permette di associare i temi del lavoro ad altre emergenze tipiche della parte più disagiata del paese ed è ripreso da Padellaro nel suo editoriale, che ricorda due dirigenti comunisti. Uno, Valarioti6, vittima della ‘ndrangheta nel 1980, l’altro, Pio La Torre, assassinato dalla mafia due anni dopo: “Ci piacerebbe che questo 1 Maggio fosse celebrato nel nome degli uomini e delle donne con la schiena dritta. Di quelli morti. E di quelli vivi. Non gli eroi, ma le persone normali. Quelle che ogni mattina affrontano l’esistenza, accompagnano i bambini a scuola, si recano al lavoro. Ma se non ne hanno uno, la schiena devono averla ancora più robusta”. Il disoccupato, continua l’articolo, è oppresso dal senso di inutilità, “ma più di tutto, peggio di tutto” lo scoraggia “l’idea di un mondo che gira al contrario, che premia i furbi e gabba gli onesti”.

Per questa via, diviene naturale la citazione del caso del sontuoso appartamento di Scajola al Colosseo, condita da un demagogico richiamo “a chi si svena per l’affitto o viene strangolato dal mutuo”.

Dunque, i lavoratori non sono mai veramente protagonisti, nemmeno quando è la loro festa. La madre di tutte le battaglie rimane quella per la legalità, per un’Italia ed un Meridione che, non più strozzati dalle mafie e dall’illegalità endemica, possano creare nuovi posti di lavoro.

Proprio qui si delinea in modo nitido un’aspirazione che affiora in tante pagine del Fatto. Quella legata ad un paese normale, senza più strapotere mafioso, senza l’anomalia rappresentata da Berlusconi e dal connubio tra potere politico e mediatico che questi porta con sé.

Dunque il giornale e coloro che lo scelgono ogni mattina vogliono solo un capitalismo “migliore”, più vicino a quello di altri grandi paesi europei? Se, per quanto riguarda i lettori, è difficile esprimersi in maniera univoca, per quanto riguarda la redazione si è tentati di dare una risposta affermativa.

 

                 Stefano Macera

 

 

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1 il Fatto, bilancio di un successo (il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2010): si tratta di una intervista redazionale al presidente della Editoriale Il Fatto s.p.a., collegata ad un riquadro (Chi sono i nostri lettori), da cui sono ripresi i dati statistici che qui si riportano.

2 Collaboratore assiduo del quotidiano, Cannavò, oltre ad essere un bravo giornalista, è esponente di spicco di Sinistra Critica.

3 Si veda il libro Il ribelle dalla A alla Z (2006). Invero, Ernst Junger (in particolare quello del Trattato del ribelle) è più echeggiato che direttamente citato da Fini: forse in ciò il giornalista esprime la prudenza di chi non vuole essere ancorato ad un riferimento teorico forte, rispetto al quale potrebbe presentarsi al più come un abile divulgatore.

4 Massimo Fini, Senz’anima. Italia 1980-2010, ed. Chiarelettere. Sul Fatto in particolare viene riportato un articolo su Milano Due, in origine apparso su il Giorno del 15 gennaio 1983.

5 Riprendiamo dallo stesso articolo, una dichiarazione del sindacalista Fabrizio Potetti: Eutelia entra nella battaglia sulle televisioni tra Berlusconi e Murdoch. Mediaset, per competere con Sky, vuole accelerare lo sviluppo dell’internet tv. Quindi le serve l’infrastruttura. Eutelia possiede circa 13 mila chilometri di fibra ottica che Mediaset potrebbe utilizzare per far viaggiare i propri contenuti. Ora, con duemila dipendenti in meno, Eutelia è molto più appetibile perché ha bilanci più leggeri. Sulla vicenda si veda anche, sempre a firma di Beatrice Borromeo, L’ombra di Mediaset su Eutelia, pubblicato il 22 aprile 2010.

6 Sulla figura di Peppino Valarioti si diffonde anche Settis nell’intervista.

 

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PERCHE’ IL REFERENDUM SULL’ ACQUA PUBBLICA

 

 

La raccolta di firme per il Referendum contro la privatizzazione dell’acqua (vedi il sito www.acquabene-comune.org) sta riscuotendo un successo incredibile. È un momento importante per la democrazia, oltre che un impegno considerevole. Un impegno che vede coinvolte tutte le organizzazioni (associazioni, sindacati, partiti, movimenti, comitati spontanei, etc.) che si battono contro la mercificazione di un bene essenziale per la vita. Occorrerà far “pesare” il milione di firme a sostegno di una campagna che ha l’obiettivo di  cancellare le leggi che considerano l’acqua una merce.

Infatti con i 3 quesiti referendari si chiede l’abrogazione delle norme che obbligano a privatizzare i servizi idrici. In primis l’art. 23 bis del Decreto (che porta il nome del ministro Ronchi) votato dal Parlamento lo scorso 19 novembre 2009, con cui l’acqua è stata definita un servizio pubblico di rilevanza economica, cioè una merce. Lo stesso Decreto impone a tutti i Comuni di mettere sul mercato - entro il 31 dicembre del 2011 - la gestione dei servizi idrici, attraverso lo strumento della gara o della cessione di almeno il 40% del pacchetto azionario delle aziende pubbliche. In tal modo l’acqua di tutta la penisola rischia di finire nelle mani delle 2 o 3 multinazionali (le più importanti sono le francesi Suez e Veolia),  le stesse che già hanno messo le mani sugli acquedotti di mezzo mondo, ma anche della Toscana e del Lazio (Suez è presente nel capitale azionario di Acea Roma, così come Veolia è in AcquaLatina). E gli effetti delle privatizzazioni sono noti a tutti: aumento delle bollette, a fronte di pochi – o addirittura nessuno – investimenti sulle reti e sui depuratori.

Con gli altri 2 quesiti si vogliono abrogare gli articoli del Decreto Legislativo 152 del 2006 che obbligano a consegnare la gestione dell’acqua a società di capitali (art. 150) e che garantiscono una remunerazione del capitale del 7% al gestore (art. 154). Con i quesiti n. 2 e n. 3 si chiede pertanto che la gestione dei servizi idrici resti nelle mani dei Comuni e che sull’acqua non si possano fare profitti. Il Referendum avrà quindi il compito di fermare la mercificazione dell’acqua.

Se il Referendum passasse, in Italia l’acqua potrebbe essere gestita solo da aziende pubbliche, come già avviene in altri Paesi europei: in Belgio, in Svizzera e in parte della Germania, solo per fare alcuni esempi. Invece in Francia - che ospita le più grandi multinazionali dell’acqua privata - si sta assistendo ad una chiara inversione di tendenza. La privatizzazione di buona parte degli acquedotti, avvenuta negli ultimi 30 anni, ha comportato infatti una gestione disastrosa dei servizi idrici: tariffe in aumento e scontento da parte dei cittadini/utenti. È per questo che molti Comuni stanno ripubbli-cizzando i loro acquedotti. La Giunta municipale di Parigi, dal 1° gennaio di quest’anno, ha mandato a casa le 2 multinazionali Suez e Veolia dalla società Eau de Paris, che è stata trasformata in azienda totalmente pubblica.

 

La privatizzazione in italia

La messa sul mercato della gestione dei servizi idrici in Italia inizia con la Legge Galli del 1994, con la quale si avvia la riforma del governo e della gestione del ciclo dell’acqua, ovvero del servizio idrico integrato: acquedotti, fognature e depuratori. L’intento della legge era, di per sé, condivisibile: rendere più razionale il sistema di gestione dei servizi legati all’acqua, attraverso la costituzione degli Ambiti Territoriali Ottimali (A.T.O.), corrispondenti ai bacini idrografici, il cui governo viene affidato ai sindaci. La Legge Galli era però ispirata ad un approccio prettamente economico: tutto il sistema di gestione si doveva reggere sulla tariffa, secondo il principio del recupero totale dei costi (full cost recovery). Ovvero le bollette avrebbero dovuto ripagare tutti i costi di gestione e di investimento.

L’applicazione di questa legge diventa in molti casi il pretesto per la privatizzazione. È la Toscana la prima Regione ad attuarla: alla fine degli anni Novanta, i sindaci decidono (allora non era un obbligo) di affidare la gestione ad aziende miste pubblico-private, nelle quali la componente privata era riconducibile alle multinazionali francesi, direttamente o per il tramite di aziende ex municipalizzate come Acea di Roma, nel cui capitale azionario troviamo appunto Suez. L’ingresso dei privati non apporta alcun miglioramento nella gestione delle reti idriche, anzi spesso il servizio peggiora a fronte di aumenti delle tariffe. In pochi anni, siamo all’inizio degli anni Duemila, le bollette crescono fino al 300% rispetto alla precedente gestione pubblica. La privatizzazione prende piede in particolare in centro Italia: oltre alla Toscana, in parte del Lazio e dell’Umbria, a “macchia di leopardo” in altre province della penisola.

Nel resto del Paese il panorama resta immutato con gestioni affidate ad aziende totalmente pubbliche – soprattutto al Nord – o a società quotate in Borsa o in economia diretta da parte dei Comuni. Del resto, fino al 2008 lo scenario legislativo si stabilizza verso una tripla possibilità di scelta da parte dei Comuni per l’affidamento dei servizi:

·        affidamento diretto a società totalmente pubbliche (in house);

·        affidamento a società miste pubblico-private;

·        affidamento tramite gara e quindi a società private.

Nel 2007, durante il governo Prodi, l’offensiva verso la privatizzazione fu guidata dall’allora ministro Linda Lanzillotta. Il DDL (mai approvato) che portava il suo nome prevedeva la messa a gara di tutti i servizi pubblici locali, ma l’acqua venne esclusa per la pressione dei movimenti e di alcuni partiti della cosiddetta “sinistra radicale”.

Dobbiamo arrivare al successivo  governo Berlusconi per assistere al vero assalto all’acqua pubblica. Infatti ad agosto 2008 il Parlamento vota la Legge 133 che all’art. 23 bis prevede la privatizzazione della gestione dei servizi in cui, stavolta, sono compresi anche quelli legati all’acqua, classificati come  Servizi pubblici locali di rilevanza economica. Con tale norma si dà il via alla messa sul mercato della gestione delle reti idriche; il comma 5 cita testualmente: “Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.”.

Ma la vera sferzata arriva con il Decreto Ronchi, approvato con voto di fiducia nel novembre 2009, con il quale viene modificato l’art. 23 bis imponendo ai Comuni la scelta della gara come sistema di affidamento della gestione dei servizi idrici o, in alternativa, la cessione di almeno il 40% del capitale delle società pubbliche. Il tutto con scadenze definite: 31 dicembre 2010 per quegli A.T.O. che non avevano mai provveduto all’affidamento a livello di Ambito; 12 mesi dopo per chi invece l’aveva affidato con modalità diverse dalla gara o dalla società mista. In poche parole, siamo in presenza di un provvedimento che impone la privatizzazione per legge, con il quale il ministro Ronchi ha, falsamente, utilizzato il pretesto dell’adeguamento alla normativa comunitaria che, invece, lascia libera scelta agli Stati membri di classificare l’acqua tra i servizi a rilevanza economica o di interesse generale. In quest’ultimo caso non vige, a livello europeo, alcun obbligo di messa sul mercato e quindi di affidamento ai privati. Lo scenario derivante dall’applicazione di questo Decreto risulterà devastante: verranno spazzate via le gestioni totalmente pubbliche (in house) che, ricordiamo, sono state adottate in più di 60 A.T.O. sui 91 totali. Il rischio è quello di consegnare la gestione dell’acqua, a livello nazionale, alle multinazionali e alla speculazione finanziaria.

 

La situazione attuale

Come ho detto, la gestione attuale dell’acqua in Italia è assai variegata, tra gestioni pubbliche, private o miste, con situazioni assai diversificate rispetto alla qualità del servizio e alle tariffe applicate.

Si va dalle efficienti aziende pubbliche della Lombardia (Metropolitana Milanese e Amiacque su tutte) e del Veneto, alle quotate in Borsa (Acea a Roma e in Toscana, Iride a Genova, Enia e Hera in Emilia-Romagna), alle miste e alle gestioni in economia. Caso a l’Acquedotto Pugliese, trasformato in S.p.A. nel 2000 dal governo D’Alema, che ora il governatore Vendola vuole ripubblicizzare.

Il primo effetto del Decreto Ronchi si è fatto sentire nella capitale: il Comune di Roma consegnerà nelle mani di Suez e di Caltagirone - già oggi sono i soci privati più importanti - l’ulteriore quota di privatizzazione di Acea, la cui componente pubblica scenderà dal 51 al 30%.

Ma alcuni segnale di “resistenza” si stanno registrando, anche a livello istituzionale, in tutto il Paese. Ad esempio, lo scorso aprile il Consiglio comunale di Milano ha approvato all’unanimità un OdG che conferma l’affidamento pubblico in house  fino al 2026 a MM, ignorando gli obblighi di privatizzazione imposti dal Decreto.

Molti sindaci del Veneto o della Lombardia, alcuni della Lega Nord, hanno dichiarato la loro volontà di non volersi allineare ai vincoli imposti dall’art. 23 bis. In Lombardia in particolare è da ricordare la battaglia condotta da ben 144 comuni (di vario colore politico) che, nel 2009, ha portato a modificare la precedente legge regionale del 2006 che obbligava a privatizzare l’acqua in tutta la Regione.

La “resistenza” dei sindaci ci capire il senso della norma, votata dal Parlamento a febbraio di quest’anno, che prevede la soppressione degli A.T.O. entro fine anno. Le competenze in materia di servizio idrico vengono quindi sottratte ai sindaci per consegnarle alle Regioni (e da queste alle province), allontanando dalla gestione democratica un bene essenziale per la vita di tutti i cittadini.

Ma sarà il Referendum a dare una svolta nella direzione della gestione pubblica dell’acqua, fermando la mercificazione. Un  milione di italiani hanno firmato i 3 quesiti referendari. E’ importante che a primavera 2011 tutti vadano a votare. Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia.

 

Roberto Fumagalli

vicepresidente del Comitato Italiano

per il Contratto Mondiale sull’Acqua

(www.contrattoacqua.it)

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IL RITORNO DEL NUCLEARE

 

Lo scorso luglio il governo Berlusconi ha decretato il ritorno del nucleare in Italia con tre articoli contenuti nella legge Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia, decisione che tutto sommato non ha avuto l’eco che ci si aspettava tenuto conto che il nostro paese fu l’unico a interrompere la costruzione di centrali nucleari con il referendum del 1987. Le opposizioni, Italia dei Valori e Partito Democratico (PD), hanno evitato di contestare le ragioni di fondo che questa scelta porta con sé, limitandosi ad una opposizione d’ufficio rivolta più che altro a modificare il testo della legge che, specialmente per il PD, avrebbe dovuto essere orientata allo sviluppo di un nucleare avanzato (le cosiddette centrali di quarta generazione), dimostrando ancora una volta la grande distanza che separa la sinistra (o le scorie che ne restano) dai movimenti su questo tema.  Oggi  la “non contrarietà” al ritorno del nucleare comprende un numero di parlamentari che va ben oltre la maggioranza espressa dalla coalizione che governa questo paese.

Alla prova dei fatti dunque la sinistra, e in special modo gli intellettuali e scienziati di sinistra, dimostrano di non aver superato i condizionamenti che gli vengono storicamente da un esame acritico del rapporto scienza/sviluppo, restando prigionieri di una idea di progresso tragicamente ancorata alle sorti di una scienza e di una tecnologia che sempre di più sono assoggettate ai voleri del capitale.

Se mai c’è stato un tempo in cui l’apporto della scienza e della tecnologia ha contribuito al progresso della società, nell’era della globalizzazione – ovvero nell’era della sussunzione totale da parte del capitale di ogni forma di cooperazione sociale marxianamente intesa - c’è da chiedersi se può definirsi ancora progresso ciò che viene dalle scoperte scientifiche e dalle applicazioni tecnologiche, e non c’è esempio più calzante del nucleare per dare senso a questo interrogativo.

Non c’è dubbio che la conoscenza e il dominio delle forze della natura sono state al tempo stesso uno stimolo ed una necessità nell’evoluzione del genere umano ed il possesso del “fuoco atomico”, ovvero la capacità di penetrare l’essenza della materia per sfruttare le forze dell’infinitamente piccolo (l’energia del nucleo), ne rappresenta forse la tappa più significativa per le conseguenze che ne sono derivate.

Innanzitutto non va dimenticato che il primo “fuoco atomico” a brillare fu la bomba sperimentale fatta esplodere negli Stati Uniti ad Alamogordo il 16 Luglio del 1945 seguita a breve distanza dalle bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki causando oltre 240.000 morti. Ciò provocò paura e sconcerto nell’opinione pubblica mondiale perchè invece dell’energia liberatrice prospettata dalla propaganda del tempo, essa si trovò di fronte ad uno strumento di morte e distruzione come non si era mai visto: e tutto questo era, bene o male, frutto della scienza.

Ci vollero anni (oltre ai pentimenti degli scienziati, Einstein compreso) per tentare un rilancio dell’energia nucleare a scopi pacifici e ciò avvenne con il discorso di Eishenower alle Nazioni Unite l’8 dicembre del 1953, con il quale venne lanciato il programma “Atomi per la pace” che segnò l’avvento del nucleare cosiddetto civile. In realtà questo programma era stato sollecitato con forza da una parte consistente del capitalismo USA, cioè da quelle industrie che avevano partecipato alla realizzazione del progetto Manhattam (General Electric, Westhinghouse, Union Carbide, Du Pont de Nemour) che ora costituivano l’ossatura della lobby nucleare che premeva per la commercializzazione di questa tecnologia, fino a quel momento rimasta sotto il controllo esclusivo del Dipartimento della Difesa.

Da allora lo sviluppo dell’energia nucleare per usi civili ha conosciuto alterne vicende fino a raggiungere un picco massimo negli anni ’70-’80 per poi incontrare una drastico calo anche a seguito degli incidenti di Three Mile Island (Usa, 1979) e di Chernobil (Ucraina, 1986) che  tuttavia non ne furono le cause determinanti in quanto a cavallo di quegli anni si delineava già la non competitività degli impianti nucleari a causa della forte scalata dei costi (primo fra tutti quello dell’uranio) e della congenita limitazione del loro rendimento, a fronte di un mercato delle fonti di energia che “offriva” carbone e soprattutto gas a prezzi estremamente concorrenziali. Comparando l’evoluzione storica dei prezzi delle materie prime energetiche e del nucleare emerge con chiarezza che questa tecnologia – nell’ottica del capitale - ha un valore contingente, legato più a fattori di crisi che a valutazioni di carattere strategico. Non è un caso che il picco massimo di commesse per centrali nucleari si sia avuto in concomitanza con la crisi energetica del ’73 e che l’odierno tentativo di rilancio del nucleare prenda spunto dalla crisi ambientale in corso, specie per ciò che riguarda i cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di anidride carbonica in atmosfera che però, anche nell’ipotesi di raddoppiare il numero di centrali nucleari funzionanti nel mondo, sarebbero ridotte di un modesto 3%.

Inoltre la tecnologia nucleare è rigida (si può produrre solo energia elettrica), complessa e decisamente inefficiente: in poco più di un decennio infatti le tecnologie associate ai combustibili fossili hanno consentito di ottenere rendimenti di oltre il 40% per il carbone e del 52% per il gas in ciclo combinato, e pur tenendo conto che questi impianti sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico, non è accettabile che oggi la tecnologia nucleare venga riproposta come il miglior know how  disponibile per produrre energia elettrica, quando i rendimenti dei nuovi reattori sono pressoché fermi a quelli di trenta anni fa (33-34%) a conferma che la generazione elettrica da fissione nucleare non può che essere realizzata con una macchina complicata, costosa e dalle modeste prestazioni come il reattore: una macchina che una società “ingegnerizzata” ed efficientista come la nostra non potrebbe che definire obsoleta.

Ma per il capitale non conta tanto l’efficienza dei processi produttivi, quanto la remuneratività degli investimenti. Da questo punto di vista il nucleare è un investimento ad altissima composizione organica di capitale (una centrale costa intorno ai 4 miliardi di euro e dà lavoro a non più di 400 persone) i cui ritorni economici risiedono nelle commesse per la costruzione degli impianti e, in particolare, nella fornitura per 60 anni dell’uranio necessario al loro funzionamento: attualmente sette compagnie controllano l’85% della produzione mondiale di uranio ed operano indistintamente su tutti i mercati in regime di sostanziale monopolio, e dunque sono in grado di condizionare pesantemente i futuri scenari energetici come, del resto, avvenne trenta anni fa per opera delle sette sorelle del petrolio. Quanto ai servizi di arricchimento dell’uranio, che hanno un valore strategico ancora maggiore, il 95% della capacità mondiale è concentrata in 4 società: Areva (Francia); Urenco (Inghilterra); Rosatom (Russia); Usec (Stati Uniti).

Infine la questione dei rifiuti radioattivi. Tutti sanno che non c’è una soluzione tecnologicamente percorribile, se non quella del confinamento in attesa della “grande risposta” della scienza che però, nonostante i 50 anni di sviluppo del nucleare, non è all’ordine del giorno, anche se gli esperti del settore dicono che la stanno studiando! Sono le stesse assicurazioni che davano gli scienziati trenta anni fa, cioè un lasso di tempo enorme se rapportato all’evoluzione di qualunque tecnologia tanto più in regime capitalista, e ciò non può che significare che il problema dei rifiuti sarà affrontato dalle future generazioni come lascito di un progresso senza scopo concepito dagli architetti del caos (militari, industriali, banchieri) con il beneplacito di uomini di scienza che non hanno saputo opporvisi perché intrisi di quello scientismo fideista che in ultima analisi avrebbe dovuto cambiare le sorti dell’umanità: come dire che se anche Enrico Fermi ha dato un apporto fondamentale alla realizzazione della bomba atomica,  non possiamo non sentirci suoi figli!

Di queste buone intenzioni è lastricata la via del “progresso” e l’energia nucleare più che una grande risorsa per l’umanità si è rivelata un incubo. Diversamente dall’affermazione di Eishenower che la voleva destinata agli starved countries (paesi affamati), essa è concentrata nei paesi ricchi. Di tutte le magnificenze illustrate negli opuscoli che propagandarono negli anni ‘50 il programma di “Atomi per la pace” (automobili a pillole atomiche, treni e navi nucleari) non è rimasta traccia.

L’atomo di pace non solo non ha ridotto l’escalation degli armamenti tra USA ed URSS, ma ha favorito la nascita e poi la crescita di altre potenze nucleari. Conclusione inequivocabile a cui giunge Leonard Weiss, che per più di 25 anni ha collaborato alla stesura dei trattati di non proliferazione nucleare: “La diffusione delle armi nucleari in aree instabili e pericolose del mondo, e possibilmente ai terroristi, rappresenta un costo di dimensioni incalcolabili. Anche a voler considerare questo stato di cose come una conseguenza inevitabile della proliferazione, è legittimo chiedersi se Atomi per la pace abbia accelerato questa proliferazione nell’aiutare alcune nazioni a dotarsi di moderni arsenali nucleari, molto prima di quanto sarebbero riuscite a fare da sole. E la risposta è sì” (Bulletin of the atomic scientists – novembre/dicembre 2003).

 

Giorgio Ferrari

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