IL PLAN COLOMBIA ARRIVA IN PARAGUAY
Le speranze
suscitate da Fernando Lugo1, l’ex vescovo vicino alla Teologia della
Liberazione che, nell’aprile del 2008, vinse le elezioni presidenziali in
Paraguay sconfiggendo il Partito Colorado al governo del paese da 61 anni
(compresi i 34 di dittatura di Stroessner) sono messe a dura prova.
Il 24
aprile scorso è stata promulgata
La
promulgazione dello stato di “Excepciòn”, che
sembrerebbe un suicidio politico perché va a colpire la principale base
elettorale di Lugo, quella rurale, è in realtà una conseguenza dei problemi
interni alla coalizione che lo sostiene e della fragilità del governo: il
vicepresidente Federico Franco, il Partido Liberal Radical Auténtico (PLRA),
predominante nei due rami del Parlamento e diversi (eterogenei) partitini e
gruppi, infatti, sono spesso in aperta opposizione con il Presidente.
Allo stesso
tempo, la maggioranza relativa in Parlamento, la burocrazia, la magistratura e
moltissimi ruoli chiave nella guida del paese continuano ad essere saldamente
in mano all’ex Partido Colorado, ora Asociación Nacional Repubblicana
(ANR),
Così, dopo
quasi due anni, gran parte delle promesse elettorali risultano bloccate nelle
pastoie dei veti politici; il governo è riuscito a portare la salute pubblica
alle fasce deboli della popolazione e incomincia a muoversi qualcosa anche sul
fronte dei diritti umani, ma sembra lontana la concretizzazione di riforme
strutturali, in particolare della riforma agraria chiesta dai campesinos.
Le azioni
dell’EPP e la criminalizzazione dell’intero movimento contadino costituiscono
un ottimo pretesto per “screditare il governo e disarticolare l’organizzazione
contadina e il processo di recupero delle terre”3. Lo stato di ‘Excep-ción’ è stato sostenuto con forza dalla Asociación Rural de Paraguay
(ARP), che riunisce i grandi proprietari terrieri e allevatori. I latifondisti
se ne avvantaggiano perchè potranno fare sgomberare
e arrestare, senza ordine dei giudici, i con- tadini che hanno occupato le terre, accusandoli di
appartenere all’EPP.
San Pedro e
Concepción sono i Dipartimenti con le organizzazioni
contadine più forti e, allo stesso tempo, le zone dove da anni si esercitano
militari statunitensi e dalle quali
l’accesso per lo sfruttamento dell’enorme bacino idrico ‘Acuifero Guaranì’ è più facile. E’ ufficiale che nei mesi
di dicembre e febbraio scorsi alcune decine di consulenti colombiani hanno operato nei due Dipartimenti,
formalmente come esperti in tema di sequestri4, in coincidenza con
la consegna di armamenti israeliani alle Forze armate nazionali, utilizzati
dalle forze speciali che si addestrano in Colombia e negli USA e che vanno ad
aggiungersi all’arsenale tecnologico donato dall’Ambasciata statunitense il 4 novembre 2009 nel corso della
presentazione del ‘battaglione antiterrorista’ che
opera a Concepción.
Ad alimentare le voci di infiltrazioni delle FARC colombiane è stato
principalmente l’addetto militare della Colombia in Paraguay, Jorge Humberto Jerez Cuéllar, che è anche il referente della cooperazione tra
Paraguay e Colombia e vive nel paese dal
2001. Costui ha organizzato all’inizio del 2010 il “Primo Corso Internazionale
di Antisequestro e Antiestorsione” per ufficiali e sottufficiali, in
continuazione di una serie di attività formative che
Durante
l’ultimo vertice dell’Unasur5, tenuto in Argentina, Lugo non ha
preso una posizione di ferma condanna per l’istallazione delle basi americane
in territorio colombiano, come invece hanno fatto gli altri Presidenti del
nuovo corso sudamericano.
Viene
dunque riproposta la strategia colombiana, che accusa i paesi confinanti (nel
caso colombiano Ecuador e Venezuela) di collaborazione con le FARC: includendo
l’Alto Paraguay, zona di frontiera, tra i Dipartimenti sottoposti a misure di
sicurezza si avvìa un’operazione anche nei confronti della Bolivia.
Il
quotidiano ABC, sostenendo la triangolazione EPP-FARC-Bolivia,
ha affermato che l’EPP “potrebbe avere le sue basi in Bolivia” e che in quel
paese esisterebbe già una base di supporto logistico della FARC6.
Dichiarare l’Alto Paraguay zona a rischio equivale a dare credito a “notizie”
come quelle riportate dal giornale. Inoltre da anni lo United
States Southern Command (SOUTHCOM) indica in questo Dipartimento la regione
strategicamente più importante per la sorveglianza di Bolivia e Brasile, il controllo delle risorse idriche e la
vicinanza alle riserve di idrocarburi boliviane. Lo stato di “Excepciòn” va letto in chiave regionale e dovrebbe mettere
in allerta i paesi limitrofi, in particolare
Nadia Angelucci
Gianni Tarquini
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1 Vedi Cassandra,
n. 23/2008
2 Ad Arroyito, Dipartimento di Concepción,
il 21 aprile 2010.
3 Juan Martens, della Coordenadora de Derechos Humanos del Paraguay, in
La disritmia paraguaya
di Andrés Criscaut, “El Diplò”, n. 130, aprile 2010.
5 Agosto 2009.
6
www.abc.com.py/abc/nota/103177-EPP-podria-tener-su-base-en-Bolivia/
7 United States Agency
for International Development,
agenzia governativa statunitense per la cooperazione internazionale.
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IL BUSINESS DEL CLIMA
Ripensando
al vertice di Copenaghen conclusosi in modo fallimentare verrebbe da dire - con
amletica riflessione - che nel regno di Danimarca c’è sempre del marcio, laddove
per Danimarca intendessimo non la penisola che si affaccia sul mar Baltico, ma
quel regno del mercato e della merce che domina pressoché incontrastato la
riproduzione della nostra vita sulla terra.
E sempre
per amor di metafora potremmo aggiungere che, così co-me il fantasma di Elsinore turbava i sogni di Amleto, il vertice di
Copenaghen è stato “turbato” dal fantasma dei falsi dati sui cambiamenti
climatici, ossìa dal fatto che negli ultimi anni le
risultanze del IPCC (International Panel on Climate Change), che è il
massimo organismo internazionale in materia di clima, sono state artatamente
modificate al fine di drammatizzare le cause e i possibili effetti del
riscaldamento globale. Prova ne è che recentemente (e nel silenzio più totale
degli organi di informazione) l’IPCC è stato commissariato dall’ONU, cioè
sottoposto al controllo di un altro Comitato di esperti, con conseguenze ancora
inimmaginabili sul futuro dei già difficili rapporti tra sostenitori e
oppositori del protocollo di Kyoto.
Inutile
dire che questo fatto ha ridato forza ai “negazionisti” del riscaldamento
globale di origine antropica (cioè causato dall’attività umana), i quali,
quando non negano del tutto che
Un caso
esemplare è stato quello della Spagna che ha acquistato 6 milioni di diritti di
emissione dall'Ungheria, la quale negli anni successivi al 1990, al pari di
altri paesi dell’ex blocco comunista, deteneva un basso livello di emissioni
dovute al crollo dell’economia. E’ evidente quindi che una volta che
Ma se
questo è l’argomento che i “negazionisti”
usano per screditare la tesi del riscaldamento globale, va detto che
altrettanta pressione e corruzione è stata usata da ampi settori
dell’imprenditoria statunitense per convincere Bush a non aderire al protocollo
di Kyoto perché esso avrebbe penalizzato l’industria americana compromettendone
la concorrenzialità con quella europea o cinese. Nel 2007 fece scalpore negli
USA la denuncia pubblica di 120 scienziati appartenenti a diverse agenzie
federali che accusarono l’Amministrazione Bush di averli obbligati a rimuovere
dai risultati delle loro ricerche qualsiasi riferimento ai cambiamenti
climatici, o di essersi accorti che i loro articoli scientifici venivano
manomessi direttamente da emissari governativi.
L’aspetto
da sottolineare in questa feroce disputa tra sostenitori e detrattori delle
teorie sul riscaldamento climatico, è che dietro l’apparente querelle
scientifica si nasconde un vero e proprio conflitto economico tra chi intende
trarre profitto dalle crisi ambientali e chi, negando le responsabilità
dell’uomo, è contrario a qualsiasi strategia di risparmio energetico o a
provvedimenti che incidano sulla libertà di impresa convinto che più si consuma
energia, più si produce ricchezza. Ciò vuol dire che su questo tema il
contrasto interno al mondo delle imprese e della finanza non è quello tipico
che si sviluppa tra imprese che, pur combattendosi sul fronte dei prezzi, hanno
interessi convergenti nell’allargare il mercato dei loro prodotti: qui gli
interessi divergono e non c’è possibilità di farsi concorrenza, né di dividersi
equamente il mercato, perché l’affermazione di una tesi comporta pesanti
condizionamenti per i suoi oppositori e viceversa. E’ evidente che se si
accetta la tesi del riscaldamento globale non si può che tendere a limitare i
consumi e conseguentemente a preservare in qualche modo le risorse della Terra,
mentre se la si nega si propende a considerarle illimitate, ovvero si dà per
scontato che comunque il progresso della scienza e della tecnologia offrirà una
soluzione: ma sarebbe un errore credere di trovarci in un caso di fronte ad un
capitalismo responsabile (per non dire buono) e nell’altro ad un capitalismo
selvaggio e perciò cattivo.
Ancora una
volta si presenta la classica inversione denunciata da Marx, per cui l’ideologia ci offre una visione
capovolta della realtà, che nella fattispecie (il riscaldamento globale) viene attribuita ad una indistinta
attività umana e non al modo di produzione capitalistico. Il pensiero ecologico
contemporaneo si è strutturato in definitiva come ideologia della natura
e sposta l’attenzione dalle cause strutturali del problema (produzione di
merci-valore di scambio-profitto) alla mitigazione degli effetti, per di più
affidandola allo stesso sistema economico che le ha generate.
Il lacerato
rapporto uomo-natura, così come tante volte è stato definito da un sociologismo
spicciolo, non può trovare soluzione al di fuori di una puntuale critica della
merce e della società delle merci, tenendo in mente il monito che Engels lanciava dalle pagine della “Dialettica della
natura”: “A ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura
allo stesso modo di un conquistatore che ha asservito un popolo straniero, che
noi non la dominiamo come estranei ad essa, ma che le apparteniamo attraverso
la carne, il sangue e il cervello e noi viviamo nel suo seno”.
Giorgio Ferrari
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VERTICE DI COPENHAGEN: NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE DEL CLIMA
Il vertice
di Copenhagen sul Clima si è risolto praticamente con un nulla di fatto: era
prevedibile, dato che Barack Obama incontrando Hu Jintao a Pechino aveva messo
un macigno sulle speranze di ambientalisti, altermondisti
ed ecologisti di diversa estrazione circa la possibilità di rivedere al meglio
ciò che restava del protocollo di Kyoto, ovvero di rinnovare, proiettandolo nel
tempo, l’impegno vincolante per tutti i Paesi a ridurre le emissioni in
atmosfera.
Il problema
è arcinoto (salvo ad una irriducibile schiera di “negazio-nisti”) e risiede nel
fatto che l’attività umana nel suo complesso ha fortemente contribuito al
riscaldamento globale del pianeta il cui
innesco, attribuibile in primis alle emissioni di anidride carbonica
(CO2) in atmosfera, genera una serie di eventi a catena che si autoesaltano fino a comprendere scenari catastrofici come
lo scioglimento delle calotte polari. In termini numerici il fenomeno è
sintetizzabile così: prima della rivoluzione industriale la concentrazione di
CO2 in atmosfera era di circa 280 ppm1 mentre nel 2005 era di 379
ppm essendo cresciuta tra il 1995-2005 di 1,9 ppm all’anno, il più alto tasso
mai registrato. L’aumento della concentrazione di CO2 e quella di altri gas
(dovuto in larghissima parte all’uso di combustibili fossili), oltre a
inquinare l’aria, intrappola i raggi del sole negli strati più bassi
dell’atmosfera (il cosiddetto effetto serra) facendone aumentare la temperatura
media. Le regole adottate dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto porre
rimedio a questa situazione, ma nel 2005, quando divennero vincolanti per i
paesi firmatari, già si sapeva che gli obiettivi prefissati non sarebbero stati
raggiunti2. Di qui l’esigenza di procedere ad un loro aggiornamento
che per quanto riguarda l’Unione Europea (UE) si è concretizzato nella formula
20-20-20, e cioè nell’obiettivo di ridurre - entro il 2020 - del 20% le
emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e
aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili. Ma se questa è la posizione
della UE, che non a caso è stata la principale sostenitrice del protocollo di
Kyoto, di tutt’altro avviso sono stati i paesi che non vi hanno aderito come
USA, Cina, India, Australia, Giappone, che rappresentano il 40% della
popolazione mondiale e una grossa fetta del PIL del pianeta, i quali hanno
sempre ritenuto che il prezzo da pagare a favore del clima rischierebbe di
mandare in recessione il mondo, minacciandone proprio quella sopravvivenza che
i sostenitori di Kyoto ritengono possibile solo con l’accettazione del piano.
E’ pur vero
che l’elezione di Obama aveva lasciato intendere un diverso approccio
dell’Amministrazione USA al problema del clima, poiché lo stesso Obama seguita
a dichiararsi sostenitore di una green economy, ma le dichiarazioni
rilasciate insieme al Presidente cinese hanno fatto riemergere un contrasto in
seno all’Occidente che solo in apparenza è legato alle questioni ambientali.
Entrambe le posizioni infatti, con l’Europa a favore di impegni vincolanti a
ridurre le emissioni e gli USA contrari, considerano assolutamente necessaria
la crescita del PIL (
Da questa
contraddizione non si esce né con le buone intenzioni, né continuando a
propagandare concetti come quello di “sviluppo sostenibile”, perverso ossimoro
di una politica ipocrita che si rivela
sempre più nefasta per le sorti del pianeta, considerato alla stregua di un
enorme mercato dell’energia, dell’acqua e dell’ambiente, dominato dal profitto e tendenzialmente
orientato alla ingovernabilità dal momento che il criterio guida delle
istituzioni nazionali e sovranazionali è quello di anteporre le scelte
imprenditoriali alle necessità sociali.
Posti di
fronte allo scadimento generale della qualità del vivere, i sostenitori del
liberismo (di destra o di sinistra) invece di contrastare le cause originarie
di questo scadimento hanno fatto il possibile per adattare i cittadini agli
effetti prodotti da queste cause,
scaricando su di loro anche i costi economici (oltre quelli sociali) di questo
degrado: si denuncia che vengono impiegate
trentamila sostanze antropiche e come rimedio si fa appello ad un loro
uso “responsabile”; se l’acqua o l’aria risultano generalmente inquinate si
alzano i valori delle concentrazioni ammissibili e si introduce il concetto
ipocrita della soglia di attenzione; se l’acqua scarseggia perché preda di
sfruttamento intensivo di agricoltura e industria, se ne privatizza l’uso; se
gli impegni di Kyoto non sono raggiungibili, si inventano i certificati verdi e
le banche dei “fumi” mettendo a profitto anche l’inquinamento; se in Europa ci
sono 40.000 morti/anno per incidenti di auto, se le code sono presenti
quotidianamente sul 10% (34% di quella autostradale) della rete stradale
europea dove circolano 175 milioni di automobili, si approntano nuovi progetti
di autostrade per 400 miliardi di euro invece di incentivare il trasporto su
rotaia.
Queste
cifre testimoniano la drammaticità della situazione, ma si tenta in tutti i
modi di renderla “con-ciliabile” sul
piano etico richiamandosi a formulazioni vaghe che parlano di sviluppo
sostenibile, lotta agli sprechi, commercio eco-com-patibile, uso responsabile
delle risorse: come dire che se consumare è un obbligo (altrimenti come può crescere
il PIL?) risparmiare è un dovere!
E’ stato
creato perfino uno specifico indice di borsa che raccoglie i titoli di società
di tutto il mondo certificate come “social-mente responsabili”, facendo così
del concetto di sostenibilità un elemento chiave e perfettamente organico allo
sfruttamento capitalista. Si tratta dei
“fondi etici” o più precisamente delle società incluse nel Dow
Jones Sustainability Indexes
che vengono consigliate (e quindi premiate) ai risparmiatori perché
impegnate a promuovere la sostenibiltà ambientale e
sociale. Tra queste - che sono più di trecento in tutto il mondo - si
incontrano società come Shell e British
Gas, Bayer e Ciba, Alcoa e Rio Tinto (miniere di rame
e alluminio), Volkswagen e Chrysler, Nike, Danone, Unilever
e una miriade di banche il cui tratto distintivo è quello di aver finanziato o
realizzato progetti di nessuna utilità sociale.
Quanto stia
effettivamente a cuore dei potenti della terra la salvaguardia del clima, lo
rivelano due fatti accaduti lo scorso novembre nel pieno della kermesse
mediatica di preparazione al vertice di Copenaghen. In Italia il presidente di
Confindustria, Emma Marcegaglia, rilasciava la seguente dichiarazione: “Bisogna
evitare che l’Europa si dia ulteriori obiettivi di riduzione unilaterale delle
emissioni di CO2. Una mossa del genere sarebbe punitiva per la competitività”;
contemporaneamente - e senza che alcun organo di stampa ne desse notizia -
Di fronte a
questi atti concreti dovrebbe risultare evidente che le politiche di
abbattimento delle emissioni, quelle contro la fame nel mondo, per l’uso razionale
delle risorse o per il riciclo dei rifiuti
e così via elencando tutto ciò che può essere compreso nel paradigma
dello sviluppo sostenibile, si rivelano, alla lunga, per quello che sono:
orpelli di natura ideologica, enunciazioni senza seguito perché non c’è verso
di conciliare le ragioni del profitto con quelle della vita sulla terra se non
si mette fine al regno del mercato e della merce. Con buona pace di chi ritiene
ancora che il capitalismo sia il migliore dei mondi possibili.
Giorgio Ferrari
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1 ppm (parti per milione): è il
rapporto tra il numero di molecole di gas inquinanti contenute nell’aria e il
numero totale di molecole di aria. Per esempio 280 ppm significa che ci sono
280 molecole di gas inquinanti per ogni milione di molecole di aria.
2 Questi obiettivi erano: riduzione
dell’8% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990; apporto del 22% delle
fonti rinnovabili nella produzione totale di energia; apporto del 12% delle
fonti rinnovabili nella produzione di energia elettrica.
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QUALE
FUTURO PER LE NUOVE DEMOCRAZIE IN AMERICA LATINA?
Alla fine
degli anni '
Nel giro di
pochi anni, invece, il panorama politico continentale è completamente cambiato
e nella mappa degli equilibri mondiali il centro e sud America si presentano
ora come l'area geopolitica più capace di distanziarsi dal pensiero unico
egemonizzato dal neoliberismo finanziario e di recuperare e rinnovare elementi
'locali' alternativi al modello globalizzante1 e idee
egualitarie della tradizione socialcomunista e
sindacalista.
Il primo
tassello di questo riscatto è del 1998 con l'elezione in Venezuela di Hugo
Rafael Chàvez Frìas, un
militare di fede bolivariana, antimperialista con
tratti populisti e simpatie di sinistra che si accentueranno con il passare
degli anni.
L'anno
chiave è il 2002 quando il fallito golpe anti Chàvez,
supportato dalle oligarchie interne e da poteri forti esteri, è respinto con
forza dalla mobilitazione degli strati popolari più poveri. Qualche mese dopo,
diventa presidente del Brasile Luiz Iñàcio Lula da Silva, il primo
politico estraneo ai gruppi egemonici che avevano mantenuto il potere nell'ex
colonia portoghese in tutti i suoi 500 anni di storia. Malgrado il progressivo sganciamento
del Brasile dalla politica internazionale degli Stati Uniti, in politica
interna Lula e il suo governo sono stati risucchiati
nelle contraddizioni dei predecessori e hanno ben presto disilluso chi si
aspettava cambiamenti rapidi come quelli che ha adottato Chàvez
o una rifondazione del patto di convivenza - con una maggiore inclusione e una
redistribuzione delle ricchezze del paese - com'è avvenuto con le nuove
Costituzioni in Ecuador e in Bolivia. Resta però enorme l'impatto simbolico di
un presidente che era stato, per gran parte della sua vita, un operaio povro impegnato nel sindacato.
L'effetto dòmino ha portato quasi tutto il continente a scegliere
opzioni progressiste, in alcuni casi con una forte spinta innovativa e
chiaramente in opposizione al sistema economico della globalizzazione e allo
spadroneggiare delle multinazionali sulle risorse naturali, dal golfo del
Messico alla Patagonia2.
L'attivismo
dei nuovi presidenti progressisti latinoamericani ha sconvolto lo scacchiere
geopolitico continentale e mondiale: basti ricordare il fallimento della
proposta di “Libero Accordo Continentale” (ALCA) fortemente propugnata da Bush,
che avrebbe rafforzato la presenza delle imprese energetiche e di servizio
statunitensi; la creazione dell'ALBA3; lo sganciamento dalla
custodia nordamericana anche da parte di Stati con governi moderati (com'è
stato il caso dell'Honduras di Manuel Zelaya). A
livello economico si è assistito all'intensificazione degli scambi commerciali
e alla presenza di nuovi protagonisti (Cina4, soprattutto,
poi India, Russia, Sudafrica, Iran5), ai tentativi di
rafforzamento delle aree di scambio tra i paesi continentali (come il Mercosur o
Si tratta
di un vero e proprio cataclisma per la politica estera degli Stati Uniti che,
dopo la guerra contro
Ci si avvia
ora verso un periodo delicato che vede l'approssimarsi di alcuni appuntamenti
elettorali7, che potrebbero frenare la spinta al cambiamento
del continente, e il rinnovato interesse degli Stati Uniti a riproporre la
propria egemonia, seppur in forme più 'leggere' almeno per il momento,
approfittando della ancora forte presenza militare ed economica e della
straordinaria capacità di dialogo e di seduzione di Barack Obama8.
Le
esitazioni con cui gli USA hanno affrontato il colpo di Stato in Honduras del
28 giugno mostrano la volontà di trarre vantaggio dalla permanenza del regime
golpista di Roberto Micheletti. Nonostante le
dichiarazioni a favore del ristabilimento della normalità democratica, la
sospensione di alcuni accordi di cooperazione, la non opposizione alla
sospensione dell'Honduras dall'OEA (Organiz-zazione degli Stati Americani), gli
Stati Uniti sono stato l'unico paese della OEA a non ritirare il proprio
ambasciatore dall'Honduras e, seppur condannando la cacciata violenta del
presidente in carica Zelaya, non hanno voluto
definirla come 'golpe militare' evitando così di far scattare automaticamente
la cessazione degli aiuti militari ed economici come previsto dalla loro
legislazione. La mediazione diplomatica promossa dalla Segretaria di Stato
Hillary Clinton è apparsa blanda e va avanti da mesi senza risultati mentre
avrebbe potuto essere più incisiva dati i forti vincoli tra Washington e gli
alti comandi militari honduregni e l'oligarchia locale. Tutto questo è accaduto
dopo l'avvicinamento dell'Honduras a Chàvez,
l'entrata dello Stato centroamericano nell'ALBA e in PetroCaribe
e il progetto di Zelaya di trasformare in aeroporto
civile la base militare statunitense in territorio honduregno di Soto Cano.
Un'altra
recente mossa degli USA è l'accordo con Álvaro Uribe per l'utilizzo di 7
basi militari in Colombia da parte di militari nordamericani. L'intesa
arriva dopo la riattivazione, nell'estate 2008, della IV°
flotta che opera nel Pacifico e
sull'Atlantico come una tenaglia intorno ai paesi mostratisi più indipendenti -
Venezuela, Ecuador e Bolivia - e che allo stesso tempo sono ricchi di preziose
risorse energetiche, come il petrolio, il gas, il litio. La concessione delle
basi in Colombia coincide pericolosamente con la denuncia di Uribe nei confronti dei governi di Chàvez
e Correa, accusati ripetutamente di fiancheggiare, ricevere finanziamenti e
vendere armi alle FARC9; il governo colombiano, nel
Il Vertice
dell'UNASUR di Bariloche di fine agosto ha affrontato
tutti questi temi incentrando il dibattito sulla preoccupazione per le nuove
basi e per il rischio di distruzione del progetto di unità ed integrazione
sudamericana. I rischi che la creazione di una 'enclave' militare USA in
Colombia accentuino le tensioni e diffondano “venti di guerra”, come ha
dichiarato Hugo Chavéz, sono in effetti reali. Al
rinnovato interesse statunitense in campo militare rispondono tutti i paesi
dell'area che mostrano una intraprendenza nelle relazioni internazionali,
stabilendo vincoli anche con competitori degli USA come Cina, Russia ed Iran ed
aumentando sensibilmente le spese per gli armamenti. Tuttavia non sembra che ci
siano i presupposti per un conflitto aperto; ci sono invece per la
continuazione di un braccio di ferro che riguarderà in particolare gli
interessi economici e il controllo delle risorse. Terreno prossimo di scontro
saranno gli appuntamenti elettorali che potrebbero indebolire il blocco
progressista soprattutto nei paesi in cui il cambio di governo non è stato accompagnato
da riforme incisive o da una rifondazione del patto di convivenza. La destra
potrebbe tornare al governo in Cile, Uruguay, e soprattutto Brasile e Argentina
con ricadute nefaste su tutta l'area; ciò bloccherebbe il processo di
consolidamento delle 'rivoluzioni' democratiche e lo sviluppo dell'integrazione
continentale.
Gianni
Tarquini
Note
1) Per citarne alcuni: il peronismo di sinistra,
la teologia della liberazione, le comunità di base cristiane, il 'guevarismo', il comunitarismo delle popolazioni indigene.
2)
Nel 2003 vince Kirchner in Argentina. Nel 2004 Tabaré Vàzquez in alleanza con
gli ex tupamaros in Uruguay. Poi arrivano l'indio cocalero Evo Morales in Bolivia,
Rafael Correa in Ecuador, Michelle Bachelet (la donna socialista torturata ed
esiliata da Pinochet) in Cile. Torna il sandinista Daniel Ortega
in Nicaragua. Nel 2008 Fernando Lugo, ex vescovo simpatizzante della teologia
della liberazione, diventa presidente del Paraguay. Infine nel 2009 vince le elezioni
presidenziali in Salvador l'esponente degli ex guerriglieri del FMLN Mauricio Funes.
3)
ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe).
Promossa da Chàvez nel 2004, vi aderiscono: Antigua,
Bolivia, Cuba, Dominica, Ecuador, Honduras, Nicaragua, San Vicente
y Granadina, Venezuela.
4) Nei primi mesi del 2009
5)
6)
Nata nel dicembre del 2007. Vi aderiscono Argentina, Bolivia, Brasile, Cile
(come osservatore), Ecuador, Paraguay, Uruguay, Venezuela. La sua sede
principale è a Caracas, con uffici a
7)
In particolare le elezioni presidenziali in Uruguay ad ottobre e novembre
8)
Vedi Cassandra n. 25 pagg. 6, 7, 8 e n. 26 pag. 3
9)
FARC - Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia.
10)
Sulla tensione diplomatica tra Colombia, Ecuador e Venezuela vedi Cassandra
n. 24 pagg-8, 9, 10 e 11.
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PARAGUAY
TRA
REALISMO MAGICO E INTEGRAZIONE REGIONALE
Il
prossimo 15 agosto Fernando Lugo assumerà la carica di Presidente del Paraguay
dopo aver vinto, in aprile, le elezioni sconfiggendo il Partito Colorado che ha
governato quasi ininterrottamente il paese dal 1887.
Lugo
è nato a San Pedro del Paranà, quattrocento
chilometri a sud di Asunción, in una famiglia che ha subito la repressione
della dittatura: il padre fu arrestato una ventina di volte e i tre fratelli
incarcerati, torturati e poi espulsi dal Paese. Fu ordinato sacerdote nel 1977
e, subito dopo, si trasferì in Ecuador dove collaborò con monsignor Leonidas Proaño, una delle menti
più illuminate della Teologia della Liberazione. Al rientro in Paraguay fu
espulso e visse cinque anni a Roma. Nel 1994 fu nominato vescovo del
Dipartimento di San Pedro, una delle diocesi più povere del paese. Da qui
comincia il lungo cammino che lo spinge ad entrare in politica come leader del
movimento Tekojojà intorno al quale ha
organizzato l’Apc, una coalizione di 12 fra partiti e
movimenti politici e sociali di centro-sinistra.
Questa
vittoria, che fino a pochi anni fa sarebbe stata insperata, suggerisce alcune
considerazioni. La prima è che questa elezione, quella cioè di un vescovo che
si fa chiamare il vescovo dei poveri e che ha dichiarato di credere che
la politica è “uno strumento della santità e una forma di carità”, ci immerge
completamente nel realismo magico
sudamericano, spingendoci ad una lettura letteraria dei processi politici:
l’aspetto quasi magico del candidato che sembra abbia dei suoi poteri speciali,
anche per il legame forte con il sovrannaturale che ha caratterizzato la sua
vita precedente, l’assenza di temporalità che sembra pervadere l’intero paese e
la sua popolazione, la ribellione contro il governo totalitario.
Le
altre riflessioni ci portano invece in un ambito più squisitamente politico e
sociale che tocca l’intero continente latinoamericano. Innanzitutto l’evidenza
che, nonostante i tanti attacchi, la Teologia della Liberazione, quella
dottrina, nata dal Concilio Vaticano II e dal Congresso di Medellin del
1968, che mette al centro i valori di
emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano, rappresenta
più che mai una parte sostanziale della realtà latinoamericana proprio perché
risponde a quei bisogni sociali a cui, fino ad ora, nessun altro ha saputo
rispondere. E poi la certezza di come la situazione politica del Sud America si
stia orientando sempre più verso una omogeneità di vedute tra i governi
dell’area che, ad eccezione soprattutto della Colombia, e del Perù e del Cile
in modo molto più sfumato, guardano con grande interesse all’integrazione che
permetterebbe finalmente di realizzare il sogno bolivariano
di un continente unito e, in maniera più concreta, di mettere a disposizione
del continente tutte le immense risorse che possiede da utilizzare per la
crescita e alla giustizia sociale.
Ma
che paese si troverà a governare Lugo e con quale maggioranza? Il Paraguay è
uno dei paesi più poveri dell’America Latina: il 20% della popolazione detiene
il 60% delle ricchezze, mentre circa 400 mila famiglie di contadini non hanno
terra da coltivare e più di due milioni di persone vivono al di sotto della soglia
di povertà. Il 37,4% della popolazione economicamente attiva ha problemi di
lavoro; il 58% della popolazione rurale
non ha documenti anagrafici; il tasso di mortalità infantile al di sotto dei 5
anni è del 2%, al di sotto di un anno del 19%.
Eppure
è un paese dalle immense risorse. Nella zona della Triple Frontera tra Paraguay, Argentina e Brasile si trova
uno dei più grandi bacini d’acqua dolce del mondo: l’Acuifero
Guaranì. Un serbatoio di quasi 1,2 milioni di chilometri quadrati di cui 70
mila in Paraguay e che, secondo recenti studi, potrebbe dissetare per 200 anni
6 miliardi di persone.
Nella
stessa zona sono presenti due enormi dighe e le centrali idroelettriche di Itaipù e Yaciretá. La prima, la
più grande al mondo, fornisce il 95% dell’energia paraguayana e il 24% di
quella brasiliana. La seconda, sul fiume Paraná,
genera il 15% dell’elettricità consumata in Argentina. E poi la terra. Tanta,
fertile, che basterebbe a sfamare i 6 milioni di paraguayani ma in mano, in
maggioranza, alle multinazionali brasiliane ed argentine.
Ed
ecco il programma di Lugo: riforma agraria. L’attuale struttura della proprietà
delle terra affonda le sue radici nelle conseguenze della Guerra della Tripla
Alleanza del 1871, quando il conflitto contro il Brasile, l'Argentina e
l'Uruguay portò alla sconfitta e allo sterminio del 92% della popolazione
maschile paraguayana, compresi i bambini, che presero parte alla guerra
nell’estremo tentativo di salvare la loro società. La popolazione passò da
525.000 persone a circa 221.000, delle quali solo 28.000 erano maschi. Per
pagare il pesantissimo debito con i vincitori i successivi governi cominciarono
a vendere le terre demaniali che all’inizio della guerra costituivano l’80% del
territorio e delle quali, 30 anni dopo, rimaneva solo la metà. Si calcola
infatti che tra il 1870 e il 1914 lo Stato privatizzò 26 milioni di ettari di
territorio alienandoli a favore di società a capitale straniero (in maggioranza
brasiliane ed argentine) e a latifondisti locali. Ancora oggi ci sono possedimenti
di 80mila ettari e, addirittura, famiglie che ignorano quanta terra possiedono.
Dall’altra parte milioni di contadini lottano quotidianamente per la
sopravvivenza in piccoli appezzamenti nei quali continuano a coltivare allo
stesso modo dei loro avi guaranì cotone,
manioca, mais, zucca. Chi è riuscito ad accumulare un piccolo capitale possiede
una o due mucche e qualche gallina. In questo consiste la base alimentare dei
contadini. In questo contesto, già di per sé molto precario, si è aggiunta,
negli ultimi anni, una pressione crescente per la proprietà della terra da
parte di imprese e multinazionali – soprattutto brasiliane - il cui principale interesse è radicato
nell’ampliamento della cosiddetta ‘frontiera della soya’,
un tipo di coltivazione che aumenta del 10% all’anno. Attualmente quasi due milioni di ettari, più
della metà del totale della terra coltivata in Paraguay, sono coltivati a soya transgenica di cui il paese è quarto esportatore
mondiale con 4 milioni di tonnellate all’anno. Le imprese stanno comprando in
maniera massiccia i piccoli appezzamenti ai contadini al prezzo di 500 dollari
l’ettaro. La cifra rappresenta una fortuna per i piccoli proprietari e meno di
nulla per i compratori che inondano gli orti, i boschi, le piccole abitazioni
di erbicidi e passano direttamente alla semina. Un affare perfetto per le
corporazioni transnazionali. I luoghi in cui la cultura ancestrale dei guaranì
trovava ancora le sue radici hanno subito un processo di monocoltivazione della soia (sojización
in spagnolo).
La
riforma agraria si potrà realizzare solo quando il paese ricomincerà a
respirare dal punto di vista economico e quindi la prima preoccupazione di Lugo
dovrà essere quella di rinegoziare i trattati di vendita di energia elettrica
con Brasile e Argentina. Il Paraguay infatti esporta, in forza dei trattati
firmati dal dittatore Stroessner nel 1973, con durata
fino al
Il Paese che non consuma tutta l’energia
prodotta al suo interno, è obbligato a venderla al suo partner al prezzo
di costo. Se la potesse mettere sul mercato, secondo calcoli fatti da Ricardo Canese, esperto paraguayano di risorse energetiche, il
Paraguay incasserebbe 3,6 miliardi di
dollari all’anno contro gli attuali 102 milioni: una ricchezza da destinare alle politiche
sociali, sanitarie ed educative sul modello venezuelano. Ma le buone intenzioni
si scontreranno inevitabilmente con l’eterogeneità e la fragilità del blocco
sociale che ha eletto Lugo.
La
governabilità del paese si costruirà su vari fattori: la maggioranza in
Parlamento; l’unità del gruppo di governo e, soprattutto, la funzione delle
strutture amministrative, la cui burocrazia è ancora saldamente nelle mani del
partito Colorado. Sarà necessario, per Lugo, affiancare alle rivendicazioni
popolari che lo hanno portato alla presidenza la formazione di un gruppo
dirigente affidabile ed omogeneo capace di rendere effettivo e maturo il
processo di cambiamento politico e sociale.
Altro
problema sono le pressioni esterne, soprattutto statunitensi, che mentre negano
il proprio interesse a stabilire una base militare aerea nella zona della
Triple Frontera (base che in realtà già esiste) hanno firmato con il precedente
governo un accordo di immunità per i militari nordamericani presenti in
Paraguay. Proprio per questi motivi sarà più che mai necessario ottenere nel
più breve tempo possibile delle risposte dall’integrazione regionale. E qui
dovranno scendere in campo i capi di Stato dai paesi limitrofi dimostrando concretamente
la volontà di rafforzare il Mercosur e di tendere la
mano al fragile Paraguay. Finora sia Lula, che
Cristina Fernàndez hanno dichiarato di essere
disponibili ad aprire un tavolo di confronto per rivedere gli accordi
commerciali ed energetici.
Il
sogno dell’integrazione regionale, il pieno controllo delle risorse interne, la
fine della politica dello sfruttamento straniero in America latina (così ben
descritta da Eduardo Galeano ne Las venas abiertas), il ribaltamento del modello neoliberale imposto dal colonialismo
occidentale, sono l’unica strada percorribile sia per il Paraguay di Lugo che
per gli altri governi progressisti sudamericani.
Nadia Angelucci
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