IL PLAN COLOMBIA ARRIVA IN PARAGUAY

 

Le speranze suscitate da Fernando Lugo1, l’ex vescovo vicino alla Teologia della Liberazione che, nell’aprile del 2008, vinse le elezioni presidenziali in Paraguay sconfiggendo il Partito Colorado al governo del paese da 61 anni (compresi i 34 di dittatura di Stroessner) sono  messe a dura prova.

Il 24 aprile scorso è stata promulgata la Legge n. 3994/10, con la quale il Presidente della Repubblica ha dichiarato lo stato di ‘Excepción’ nei Dipartimenti di San Pedro, Concepción, Amambay e Alto Paraguay. Questa misura, prevista dalla Costituzione in caso di ‘conflitto armato internazionale’ o ‘grave commozione interna’ che possano mettere in pericolo le istituzioni statali, abilita il governo a disporre delle Forze Armate senza ricorrere alle correnti garanzie costituzionali. Ufficialmente è stata motivata dall’uccisione di 3 guardie private e un poliziotto in un conflitto a fuoco2 e da una serie di occupazioni di terre. Ritenuto responsabile di fomentare la rivolta contro i proprietari terrieri è l’Ejercito del Pueblo Paraguayo (EPP), accusato anche di essere stato infiltrato dalle FARC colombiane e di avere attuato numerosi sequestri. Lo stesso Lugo, già vescovo nel Dipartimento di San Pedro, è stato più volte accusato di connivenza con i movimenti contadini coinvolti in azioni di guerriglia.

La promulgazione dello stato di “Excepciòn”, che sembrerebbe un suicidio politico perché va a colpire la principale base elettorale di Lugo, quella rurale, è in realtà una conseguenza dei problemi interni alla coalizione che lo sostiene e della fragilità del governo: il vicepresidente Federico Franco, il Partido Liberal Radical Auténtico (PLRA), predominante nei due rami del Parlamento e diversi (eterogenei) partitini e gruppi, infatti, sono spesso in aperta opposizione con il Presidente.

Allo stesso tempo, la maggioranza relativa in Parlamento, la burocrazia, la magistratura e moltissimi ruoli chiave nella guida del paese continuano ad essere saldamente in mano all’ex Partido Colorado, ora Asociación Nacional Repubblicana (ANR),

Così, dopo quasi due anni, gran parte delle promesse elettorali risultano bloccate nelle pastoie dei veti politici; il governo è riuscito a portare la salute pubblica alle fasce deboli della popolazione e incomincia a muoversi qualcosa anche sul fronte dei diritti umani, ma sembra lontana la concretizzazione di riforme strutturali, in particolare della riforma agraria chiesta dai  campesinos.

Le azioni dell’EPP e la criminalizzazione dell’intero movimento contadino costituiscono un ottimo pretesto per “screditare il governo e disarticolare l’organizzazione contadina e il processo di recupero delle terre”3. Lo stato di ‘Excep-ción’ è stato sostenuto con forza dalla Asociación Rural de Paraguay (ARP), che riunisce i grandi proprietari terrieri e allevatori. I latifondisti se ne avvantaggiano perchè potranno fare sgomberare e  arrestare, senza  ordine dei giudici, i con- tadini che hanno occupato le terre, accusandoli di appartenere all’EPP.

San Pedro e Concepción sono i Dipartimenti con le organizzazioni contadine più forti e, allo stesso tempo, le zone dove da anni si esercitano militari statunitensi e dalle quali  l’accesso per lo sfruttamento dell’enorme bacino idrico ‘Acuifero Guaranì’ è più facile. E’ ufficiale che nei mesi di dicembre e febbraio scorsi alcune decine di consulenti colombiani  hanno operato nei due Dipartimenti, formalmente come esperti in tema di sequestri4, in coincidenza con la consegna di armamenti israeliani alle Forze armate nazionali, utilizzati dalle forze speciali che si addestrano in Colombia e negli USA e che vanno ad aggiungersi all’arsenale tecnologico donato dall’Ambasciata statunitense  il 4 novembre 2009 nel corso della presentazione del ‘battaglione antiterrorista’ che opera a Concepción.  Ad alimentare le voci di infiltrazioni delle FARC colombiane è stato principalmente l’addetto militare della Colombia in Paraguay, Jorge Humberto Jerez Cuéllar, che è anche il referente della cooperazione tra Paraguay e Colombia e vive nel paese  dal 2001. Costui ha organizzato all’inizio del 2010 il “Primo Corso Internazionale di Antisequestro e Antiestorsione” per ufficiali e sottufficiali, in continuazione di una serie di attività formative che la Colombia ha offerto al Paraguay dal 2007 e che ha coinvolto giudici, investigatori, poliziotti. 

Durante l’ultimo vertice dell’Unasur5, tenuto in Argentina, Lugo non ha preso una posizione di ferma condanna per l’istallazione delle basi americane in territorio colombiano,  come  invece hanno fatto gli altri Presidenti del nuovo corso sudamericano.

Viene dunque riproposta la strategia colombiana, che accusa i paesi confinanti (nel caso colombiano Ecuador e Venezuela) di collaborazione con le FARC: includendo l’Alto Paraguay, zona di frontiera, tra i Dipartimenti sottoposti a misure di sicurezza si avvìa un’operazione  anche nei confronti della Bolivia.

Il quotidiano ABC, sostenendo la triangolazione EPP-FARC-Bolivia, ha affermato che l’EPP “potrebbe avere le sue basi in Bolivia” e che in quel paese esisterebbe già una base di supporto logistico della FARC6. Dichiarare l’Alto Paraguay zona a rischio equivale a dare credito a “notizie” come quelle riportate dal giornale. Inoltre da anni lo United States Southern Command (SOUTHCOM) indica in questo Dipartimento la regione strategicamente più importante per la sorveglianza di Bolivia e Brasile,  il controllo delle risorse idriche e la vicinanza alle riserve di idrocarburi boliviane. Lo stato di “Excepciòn” va letto in chiave regionale e dovrebbe mettere in allerta i paesi limitrofi, in particolare la Bolivia, dove USAID7 e il Dipartimento di Stato USA continuano a finanziare i gruppi di estrema destra e i “Comitati Civici” della confinante regione di Santa Cruz con l’obiettivo di destabilizzare il governo di Evo Morales. L’indebolimento di Lugo e la militarizzazione del Paraguay rappresentano uno dei tasselli per un allargamento del Plan Colombia nell’area sud del continente.

 

                    Nadia Angelucci

                    Gianni Tarquini

 

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1 Vedi Cassandra, n. 23/2008

2 Ad Arroyito, Dipartimento di Concepción, il 21 aprile 2010.

3 Juan Martens, della Coordenadora de Derechos Humanos del Paraguay, in La disritmia paraguaya di Andrés Criscaut, “El Diplò”, n. 130, aprile 2010.

4 In particolare sul caso del sequestro del latifondista Fidel Zavala, catturato il 15 ottobre 2009 e rilasciato a gennaio 2010 dopo che la famiglia aveva accettato la consegna di diverse tonnellate di carne nei quartieri poveri di Asunción e il pagamento di 550.000 dollari all’EPP.

5 Agosto 2009.

6 www.abc.com.py/abc/nota/103177-EPP-podria-tener-su-base-en-Bolivia/

7 United States Agency for International Development, agenzia governativa statunitense per la cooperazione internazionale.

 

 

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IL BUSINESS DEL CLIMA

 

Ripensando al vertice di Copenaghen conclusosi in modo fallimentare verrebbe da dire - con amletica riflessione - che nel regno di Danimarca c’è sempre del marcio, laddove per Danimarca intendessimo non la penisola che si affaccia sul mar Baltico, ma quel regno del mercato e della merce che domina pressoché incontrastato la riproduzione della nostra vita sulla terra.

E sempre per amor di metafora potremmo aggiungere che, così co-me il fantasma di Elsinore turbava i sogni di Amleto, il vertice di Copenaghen è stato “turbato” dal fantasma dei falsi dati sui cambiamenti climatici, ossìa dal fatto che negli ultimi anni le risultanze del IPCC (International Panel on Climate Change), che è il massimo organismo internazionale in materia di clima, sono state artatamente modificate al fine di drammatizzare le cause e i possibili effetti del riscaldamento globale. Prova ne è che recentemente (e nel silenzio più totale degli organi di informazione) l’IPCC è stato commissariato dall’ONU, cioè sottoposto al controllo di un altro Comitato di esperti, con conseguenze ancora inimmaginabili sul futuro dei già difficili rapporti tra sostenitori e oppositori del protocollo di Kyoto.

Inutile dire che questo fatto ha ridato forza ai “negazionisti” del riscaldamento globale di origine antropica (cioè causato dall’attività umana), i quali, quando non negano del tutto che la Terra si stia riscaldando, lo attribuiscono all’influenza dell’attività solare o a cicli termici naturali del nostro pianeta e accusano perciò l’IPCC di aver ceduto agli interessi delle lobbies ambientaliste che operano dentro e fuori le istituzioni europee e mondiali. In effetti, da quando hanno preso piede i cosiddetti “certificati verdi” si è sviluppato un vero e proprio settore commerciale che sfrutta il businnes dell’aria. Il commercio delle emissioni o “mercato della CO2” riproduce quanto avviene in altri settori dove le multinazionali del cibo o quelle dell’acqua speculano sulla fame e la sete dei popoli più poveri del mondo. Il meccanismo truffaldino che sta alla base di questo commercio fu proposto dall’allora capo delegazione USA Al Gore alle trattative sul clima del 1997. Esso affianca ai criteri di riduzione delle emissioni stabiliti nel protocollo di Kyoto dei meccanismi compensativi, definiti Clean Development Mechanisms (Meccanismi di sviluppo pulito), che consistono nella possibilità di commerciare crediti di emissione e di promuovere nei  paesi in via di sviluppo (PVS) progetti che producano benefici ambientali in termini di assorbimento di carbonio. Dato che il protocollo di Kyoto stabilì che ciascuno dei paesi firmatari si sarebbe impegnato a ridurre le proprie emissioni rispetto ai valori certificati nel 1990 (anno di riferimento), negli anni successivi apparve chiaro che alcuni paesi (quelli più ricchi ed in particolare le loro industrie) erano decisamente in debito di emissioni (cioè seguitavano ad aumentare il loro inquinamento invece di ridurlo), mentre altri paesi che incontravano congiunture economiche sfavorevoli oppure avevano un sistema industriale meno sviluppato e quindi meno inquinante si trovavano in credito di emissioni rispetto ai valori del 1990. Di qui il commercio di questi crediti e quindi la possibilità per le industrie dei paesi più ricchi e più industrializzati di non dover effettuare grossi investimenti per abbattere l’inquinamento, ma di poter comprare la corrispondente quota da chi inquina meno.

Un caso esemplare è stato quello della Spagna che ha acquistato 6 milioni di diritti di emissione dall'Ungheria, la quale negli anni successivi al 1990, al pari di altri paesi dell’ex blocco comunista, deteneva un basso livello di emissioni dovute al crollo dell’economia. E’ evidente quindi che una volta che la CO2 è stata resa merce con un valore di mercato che può salire o scendere come ogni altro prodotto, a prescindere dall'impatto che la stessa ha sul clima, si innestano i meccanismi speculativi tipici del sistema capitalista, tanto più che le cifre riguardanti il mercato delle emissioni superano ormai i 100 miliardi di dollari. Di qui alla compromissione e alla corruzione di alti esponenti del IPCC per alterare i dati sul riscaldamento globale il passo è breve.

Ma se questo è l’argomento che i “negazionisti”  usano per screditare la tesi del riscaldamento globale, va detto che altrettanta pressione e corruzione è stata usata da ampi settori dell’imprenditoria statunitense per convincere Bush a non aderire al protocollo di Kyoto perché esso avrebbe penalizzato l’industria americana compromettendone la concorrenzialità con quella europea o cinese. Nel 2007 fece scalpore negli USA la denuncia pubblica di 120 scienziati appartenenti a diverse agenzie federali che accusarono l’Amministrazione Bush di averli obbligati a rimuovere dai risultati delle loro ricerche qualsiasi riferimento ai cambiamenti climatici, o di essersi accorti che i loro articoli scientifici venivano manomessi direttamente da emissari governativi.

L’aspetto da sottolineare in questa feroce disputa tra sostenitori e detrattori delle teorie sul riscaldamento climatico, è che dietro l’apparente querelle scientifica si nasconde un vero e proprio conflitto economico tra chi intende trarre profitto dalle crisi ambientali e chi, negando le responsabilità dell’uomo, è contrario a qualsiasi strategia di risparmio energetico o a provvedimenti che incidano sulla libertà di impresa convinto che più si consuma energia, più si produce ricchezza. Ciò vuol dire che su questo tema il contrasto interno al mondo delle imprese e della finanza non è quello tipico che si sviluppa tra imprese che, pur combattendosi sul fronte dei prezzi, hanno interessi convergenti nell’allargare il mercato dei loro prodotti: qui gli interessi divergono e non c’è possibilità di farsi concorrenza, né di dividersi equamente il mercato, perché l’affermazione di una tesi comporta pesanti condizionamenti per i suoi oppositori e viceversa. E’ evidente che se si accetta la tesi del riscaldamento globale non si può che tendere a limitare i consumi e conseguentemente a preservare in qualche modo le risorse della Terra, mentre se la si nega si propende a considerarle illimitate, ovvero si dà per scontato che comunque il progresso della scienza e della tecnologia offrirà una soluzione: ma sarebbe un errore credere di trovarci in un caso di fronte ad un capitalismo responsabile (per non dire buono) e nell’altro ad un capitalismo selvaggio e perciò cattivo.

Ancora una volta si presenta la classica inversione denunciata da Marx,  per cui l’ideologia ci offre una visione capovolta della realtà, che nella fattispecie (il riscaldamento globale)  viene attribuita ad una indistinta attività umana e non al modo di produzione capitalistico. Il pensiero ecologico contemporaneo si è strutturato in definitiva come ideologia della natura e sposta l’attenzione dalle cause strutturali del problema (produzione di merci-valore di scambio-profitto) alla mitigazione degli effetti, per di più affidandola allo stesso sistema economico che le ha generate.

Il lacerato rapporto uomo-natura, così come tante volte è stato definito da un sociologismo spicciolo, non può trovare soluzione al di fuori di una puntuale critica della merce e della società delle merci, tenendo in mente il monito che Engels lanciava dalle pagine della “Dialettica della natura”: “A ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura allo stesso modo di un conquistatore che ha asservito un popolo straniero, che noi non la dominiamo come estranei ad essa, ma che le apparteniamo attraverso la carne, il sangue e il cervello e noi viviamo nel suo seno”.

 

                  Giorgio Ferrari

 

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VERTICE DI COPENHAGEN: NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE DEL CLIMA

 

Il vertice di Copenhagen sul Clima si è risolto praticamente con un nulla di fatto: era prevedibile, dato che Barack Obama incontrando Hu Jintao a Pechino aveva messo un macigno sulle speranze di ambientalisti, altermondisti ed ecologisti di diversa estrazione circa la possibilità di rivedere al meglio ciò che restava del protocollo di Kyoto, ovvero di rinnovare, proiettandolo nel tempo, l’impegno vincolante per tutti i Paesi a ridurre le emissioni in atmosfera.

Il problema è arcinoto (salvo ad una irriducibile schiera di “negazio-nisti”) e risiede nel fatto che l’attività umana nel suo complesso ha fortemente contribuito al riscaldamento globale del pianeta  il cui innesco, attribuibile in primis alle emissioni di anidride carbonica (CO2) in atmosfera, genera una serie di eventi a catena che si autoesaltano fino a comprendere scenari catastrofici come lo scioglimento delle calotte polari. In termini numerici il fenomeno è sintetizzabile così: prima della rivoluzione industriale la concentrazione di CO2 in atmosfera era di circa 280 ppm1 mentre nel 2005 era di 379 ppm essendo cresciuta tra il 1995-2005 di 1,9 ppm all’anno, il più alto tasso mai registrato. L’aumento della concentrazione di CO2 e quella di altri gas (dovuto in larghissima parte all’uso di combustibili fossili), oltre a inquinare l’aria, intrappola i raggi del sole negli strati più bassi dell’atmosfera (il cosiddetto effetto serra) facendone aumentare la temperatura media. Le regole adottate dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto porre rimedio a questa situazione, ma nel 2005, quando divennero vincolanti per i paesi firmatari, già si sapeva che gli obiettivi prefissati non sarebbero stati raggiunti2. Di qui l’esigenza di procedere ad un loro aggiornamento che per quanto riguarda l’Unione Europea (UE) si è concretizzato nella formula 20-20-20, e cioè nell’obiettivo di ridurre - entro il 2020 - del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili. Ma se questa è la posizione della UE, che non a caso è stata la principale sostenitrice del protocollo di Kyoto, di tutt’altro avviso sono stati i paesi che non vi hanno aderito come USA, Cina, India, Australia, Giappone, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale e una grossa fetta del PIL del pianeta, i quali hanno sempre ritenuto che il prezzo da pagare a favore del clima rischierebbe di mandare in recessione il mondo, minacciandone proprio quella sopravvivenza che i sostenitori di Kyoto ritengono possibile solo con l’accettazione del piano.

E’ pur vero che l’elezione di Obama aveva lasciato intendere un diverso approccio dell’Amministrazione USA al problema del clima, poiché lo stesso Obama seguita a dichiararsi sostenitore di una green economy, ma le dichiarazioni rilasciate insieme al Presidente cinese hanno fatto riemergere un contrasto in seno all’Occidente che solo in apparenza è legato alle questioni ambientali. Entrambe le posizioni infatti, con l’Europa a favore di impegni vincolanti a ridurre le emissioni e gli USA contrari, considerano assolutamente necessaria la crescita del PIL (la UE prevede che nel 2030 sia quasi il doppio di quello registrato nel 1998), cioè a dire dello sviluppo basato su produzione e consumo pressoché illimitati di beni e servizi e dunque con un approccio sistemico che contiene in sé la negazione di ciò che si vorrebbe realizzare. Quanto alla posizione delle nuove potenze mondiali (Cina e India) essa è chiara da molto tempo e consiste nel rigettare sui Paesi occidentali, dove lo sviluppo incontrollato dura da oltre duecento anni, l’onere di riparare i guasti prodotti all’ambiente,  mentre l’economia cinese e indiana hanno appena iniziato a svilupparsi. Quindi il coinvolgimento di Cina ed India in un programma vincolante di abbattimento delle emissioni non può avvenire senza contropartite economiche da parte dell’Occidente il quale, ovviamente, non è disposto a dare vista la feroce concorrenza dei paesi asiatici.

Da questa contraddizione non si esce né con le buone intenzioni, né continuando a propagandare concetti come quello di “sviluppo sostenibile”, perverso ossimoro di una politica  ipocrita che si rivela sempre più nefasta per le sorti del pianeta, considerato alla stregua di un enorme mercato dell’energia, dell’acqua e dell’ambiente,  dominato dal profitto e tendenzialmente orientato alla ingovernabilità dal momento che il criterio guida delle istituzioni nazionali e sovranazionali è quello di anteporre le scelte imprenditoriali alle necessità sociali.

Posti di fronte allo scadimento generale della qualità del vivere, i sostenitori del liberismo (di destra o di sinistra) invece di contrastare le cause originarie di questo scadimento hanno fatto il possibile per adattare i cittadini agli effetti prodotti  da queste cause, scaricando su di loro anche i costi economici (oltre quelli sociali) di questo degrado: si denuncia che vengono impiegate  trentamila sostanze antropiche e come rimedio si fa appello ad un loro uso “responsabile”; se l’acqua o l’aria risultano generalmente inquinate si alzano i valori delle concentrazioni ammissibili e si introduce il concetto ipocrita della soglia di attenzione; se l’acqua scarseggia perché preda di sfruttamento intensivo di agricoltura e industria, se ne privatizza l’uso; se gli impegni di Kyoto non sono raggiungibili, si inventano i certificati verdi e le banche dei “fumi” mettendo a profitto anche l’inquinamento; se in Europa ci sono 40.000 morti/anno per incidenti di auto, se le code sono presenti quotidianamente sul 10% (34% di quella autostradale) della rete stradale europea dove circolano 175 milioni di automobili, si approntano nuovi progetti di autostrade per 400 miliardi di euro invece di incentivare il trasporto su rotaia.

Queste cifre testimoniano la drammaticità della situazione, ma si tenta in tutti i modi di renderla  “con-ciliabile” sul piano etico richiamandosi a formulazioni vaghe che parlano di sviluppo sostenibile, lotta agli sprechi, commercio eco-com-patibile, uso responsabile delle risorse: come dire che se consumare è un obbligo (altrimenti come può crescere il PIL?) risparmiare è un dovere!

E’ stato creato perfino uno specifico indice di borsa che raccoglie i titoli di società di tutto il mondo certificate come “social-mente responsabili”, facendo così del concetto di sostenibilità un elemento chiave e perfettamente organico allo sfruttamento capitalista.  Si tratta dei “fondi etici” o più precisamente delle società incluse nel Dow Jones Sustainability Indexes che vengono consigliate (e quindi premiate) ai risparmiatori perché impegnate a promuovere la sostenibiltà ambientale e sociale. Tra queste - che sono più di trecento in tutto il mondo - si incontrano società come Shell e British Gas, Bayer e Ciba, Alcoa e Rio Tinto (miniere di rame e alluminio), Volkswagen e Chrysler, Nike, Danone, Unilever e una miriade di banche il cui tratto distintivo è quello di aver finanziato o realizzato progetti di nessuna utilità sociale.

Quanto stia effettivamente a cuore dei potenti della terra la salvaguardia del clima, lo rivelano due fatti accaduti lo scorso novembre nel pieno della kermesse mediatica di preparazione al vertice di Copenaghen. In Italia il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, rilasciava la seguente dichiarazione: “Bisogna evitare che l’Europa si dia ulteriori obiettivi di riduzione unilaterale delle emissioni di CO2. Una mossa del genere sarebbe punitiva per la competitività”; contemporaneamente - e senza che alcun organo di stampa ne desse notizia -  la Commissione ambiente del Parlamento europeo approvava una deroga alle norme antinquinamento per 164 settori industriali (dalla fabbricazione di velivoli, all’acciaio, al cemento, alla calce; dall’alluminio, al carbone, all’estrazione di greggio e di gas naturale; dalla plastica al cuoio: per un totale pari al 86% della produzione UE) che potranno ricevere gratis fino al 100% delle proprie quote di emissione fino al 2020.

Di fronte a questi atti concreti dovrebbe risultare evidente che le politiche di abbattimento delle emissioni, quelle contro la fame nel mondo, per l’uso razionale delle risorse o per il riciclo dei rifiuti  e così via elencando tutto ciò che può essere compreso nel paradigma dello sviluppo sostenibile, si rivelano, alla lunga, per quello che sono: orpelli di natura ideologica, enunciazioni senza seguito perché non c’è verso di conciliare le ragioni del profitto con quelle della vita sulla terra se non si mette fine al regno del mercato e della merce. Con buona pace di chi ritiene ancora che il capitalismo sia il migliore dei mondi possibili.

 

                      Giorgio Ferrari

 

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1 ppm (parti per milione): è il rapporto tra il numero di molecole di gas inquinanti contenute nell’aria e il numero totale di molecole di aria. Per esempio 280 ppm significa che ci sono 280 molecole di gas inquinanti per ogni milione di molecole di aria.

2 Questi obiettivi erano: riduzione dell’8% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990; apporto del 22% delle fonti rinnovabili nella produzione totale di energia; apporto del 12% delle fonti rinnovabili nella produzione di energia elettrica.

 

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QUALE FUTURO PER LE NUOVE DEMOCRAZIE IN AMERICA LATINA?

 

Alla fine degli anni '90, a parte Cuba, non esistevano governi di sinistra in America latina e la progressiva perdita di forza propulsiva dei partiti e delle ideologie anticapitaliste non sembrava dissimile da quella del resto del pianeta.

Nel giro di pochi anni, invece, il panorama politico continentale è completamente cambiato e nella mappa degli equilibri mondiali il centro e sud America si presentano ora come l'area geopolitica più capace di distanziarsi dal pensiero unico egemonizzato dal neoliberismo finanziario e di recuperare e rinnovare elementi 'locali' alternativi al modello globalizzante1 e idee egualitarie della tradizione socialcomunista e sindacalista.

Il primo tassello di questo riscatto è del 1998 con l'elezione in Venezuela di Hugo Rafael Chàvez Frìas, un militare di fede bolivariana, antimperialista con tratti populisti e simpatie di sinistra che si accentueranno con il passare degli anni.

L'anno chiave è il 2002 quando il fallito golpe anti Chàvez, supportato dalle oligarchie interne e da poteri forti esteri, è respinto con forza dalla mobilitazione degli strati popolari più poveri. Qualche mese dopo, diventa presidente del Brasile Luiz Iñàcio Lula da Silva, il primo politico estraneo ai gruppi egemonici che avevano mantenuto il potere nell'ex colonia portoghese in tutti i suoi 500 anni di storia. Malgrado il progressivo sganciamento del Brasile dalla politica internazionale degli Stati Uniti, in politica interna Lula e il suo governo sono stati risucchiati nelle contraddizioni dei predecessori e hanno ben presto disilluso chi si aspettava cambiamenti rapidi come quelli che ha adottato Chàvez o una rifondazione del patto di convivenza - con una maggiore inclusione e una redistribuzione delle ricchezze del paese - com'è avvenuto con le nuove Costituzioni in Ecuador e in Bolivia. Resta però enorme l'impatto simbolico di un presidente che era stato, per gran parte della sua vita, un operaio povro impegnato nel sindacato.

L'effetto dòmino ha portato quasi tutto il continente a scegliere opzioni progressiste, in alcuni casi con una forte spinta innovativa e chiaramente in opposizione al sistema economico della globalizzazione e allo spadroneggiare delle multinazionali sulle risorse naturali, dal golfo del Messico alla Patagonia2.

L'attivismo dei nuovi presidenti progressisti latinoamericani ha sconvolto lo scacchiere geopolitico continentale e mondiale: basti ricordare il fallimento della proposta di “Libero Accordo Continentale” (ALCA) fortemente propugnata da Bush, che avrebbe rafforzato la presenza delle imprese energetiche e di servizio statunitensi; la creazione dell'ALBA3; lo sganciamento dalla custodia nordamericana anche da parte di Stati con governi moderati (com'è stato il caso dell'Honduras di Manuel Zelaya). A livello economico si è assistito all'intensificazione degli scambi commerciali e alla presenza di nuovi protagonisti (Cina4, soprattutto, poi India, Russia, Sudafrica, Iran5), ai tentativi di rafforzamento delle aree di scambio tra i paesi continentali (come il Mercosur o la Comunità Andina) fino alla creazione, nel 2008, dell'UNASUR che si pone ambiziosi obiettivi di integrazione di tutto il sudamerica e vede l'adesione di tutti gli Stati, compresi Colombia e Perù vicini alle posizioni degli USA. Non dobbiamo inoltre dimenticare la nascita di Telesur nel 2005 con capitale venezuelano, argentino, brasiliano e uruguayano, del Banco del Sur6 che si propone come alternativa al dominio finanziario della Banca Mondiale, del Fondo Monetario e del BID (Banco Interamericano de Desarrollo) e di PetroCaribe, un accordo di cooperazione energetica tra i paesi del centroamerica e dei Caraibi.

Si tratta di un vero e proprio cataclisma per la politica estera degli Stati Uniti che, dopo la guerra contro la Spagna del 1898, avevano progressivamente dismesso i panni di paese anticolonialista e assunto un ruolo di quasi totale controllo dell'intero continente americano.

Ci si avvia ora verso un periodo delicato che vede l'approssimarsi di alcuni appuntamenti elettorali7, che potrebbero frenare la spinta al cambiamento del continente, e il rinnovato interesse degli Stati Uniti a riproporre la propria egemonia, seppur in forme più 'leggere' almeno per il momento, approfittando della ancora forte presenza militare ed economica e della straordinaria capacità di dialogo e di seduzione di Barack Obama8.

Le esitazioni con cui gli USA hanno affrontato il colpo di Stato in Honduras del 28 giugno mostrano la volontà di trarre vantaggio dalla permanenza del regime golpista di Roberto Micheletti. Nonostante le dichiarazioni a favore del ristabilimento della normalità democratica, la sospensione di alcuni accordi di cooperazione, la non opposizione alla sospensione dell'Honduras dall'OEA (Organiz-zazione degli Stati Americani), gli Stati Uniti sono stato l'unico paese della OEA a non ritirare il proprio ambasciatore dall'Honduras e, seppur condannando la cacciata violenta del presidente in carica Zelaya, non hanno voluto definirla come 'golpe militare' evitando così di far scattare automaticamente la cessazione degli aiuti militari ed economici come previsto dalla loro legislazione. La mediazione diplomatica promossa dalla Segretaria di Stato Hillary Clinton è apparsa blanda e va avanti da mesi senza risultati mentre avrebbe potuto essere più incisiva dati i forti vincoli tra Washington e gli alti comandi militari honduregni e l'oligarchia locale. Tutto questo è accaduto dopo l'avvicinamento dell'Honduras a Chàvez, l'entrata dello Stato centroamericano nell'ALBA e in PetroCaribe e il progetto di Zelaya di trasformare in aeroporto civile la base militare statunitense in territorio honduregno di Soto Cano.

Un'altra recente mossa degli USA è l'accordo con Álvaro Uribe per l'utilizzo di 7  basi militari in Colombia da parte di militari nordamericani. L'intesa arriva dopo la riattivazione, nell'estate 2008, della IV° flotta  che opera nel Pacifico e sull'Atlantico come una tenaglia intorno ai paesi mostratisi più indipendenti - Venezuela, Ecuador e Bolivia - e che allo stesso tempo sono ricchi di preziose risorse energetiche, come il petrolio, il gas, il litio. La concessione delle basi in Colombia coincide pericolosamente con la denuncia di Uribe nei confronti dei governi di Chàvez e Correa, accusati ripetutamente di fiancheggiare, ricevere finanziamenti e vendere armi alle FARC9; il governo colombiano, nel 2008, ha bombardato alcuni accampamenti dei guerriglieri nel territorio ecuadoriano causando la rottura delle relazioni diplomatiche sia con l'Ecuador, che con il Venezuela10.

Il Vertice dell'UNASUR di Bariloche di fine agosto ha affrontato tutti questi temi incentrando il dibattito sulla preoccupazione per le nuove basi e per il rischio di distruzione del progetto di unità ed integrazione sudamericana. I rischi che la creazione di una 'enclave' militare USA in Colombia accentuino le tensioni e diffondano “venti di guerra”, come ha dichiarato Hugo Chavéz, sono in effetti reali. Al rinnovato interesse statunitense in campo militare rispondono tutti i paesi dell'area che mostrano una intraprendenza nelle relazioni internazionali, stabilendo vincoli anche con competitori degli USA come Cina, Russia ed Iran ed aumentando sensibilmente le spese per gli armamenti. Tuttavia non sembra che ci siano i presupposti per un conflitto aperto; ci sono invece per la continuazione di un braccio di ferro che riguarderà in particolare gli interessi economici e il controllo delle risorse. Terreno prossimo di scontro saranno gli appuntamenti elettorali che potrebbero indebolire il blocco progressista soprattutto nei paesi in cui il cambio di governo non è stato accompagnato da riforme incisive o da una rifondazione del patto di convivenza. La destra potrebbe tornare al governo in Cile, Uruguay, e soprattutto Brasile e Argentina con ricadute nefaste su tutta l'area; ciò bloccherebbe il processo di consolidamento delle 'rivoluzioni' democratiche e lo sviluppo dell'integrazione continentale.

 

                                                                                                                                                       Gianni Tarquini

 

Note

 

1)  Per citarne alcuni: il peronismo di sinistra, la teologia della liberazione, le comunità di base cristiane, il 'guevarismo', il comunitarismo delle popolazioni indigene.

2) Nel 2003 vince Kirchner in Argentina. Nel 2004 Tabaré Vàzquez in alleanza con gli ex tupamaros in Uruguay. Poi arrivano l'indio cocalero Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Michelle Bachelet (la donna socialista torturata ed esiliata da Pinochet) in Cile. Torna il sandinista Daniel Ortega in Nicaragua. Nel 2008 Fernando Lugo, ex vescovo simpatizzante della teologia della liberazione, diventa presidente del Paraguay. Infine nel 2009 vince le elezioni presidenziali in Salvador l'esponente degli ex guerriglieri del FMLN Mauricio Funes.

3) ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe). Promossa da Chàvez nel 2004, vi aderiscono: Antigua, Bolivia, Cuba, Dominica, Ecuador, Honduras, Nicaragua, San Vicente y Granadina, Venezuela.

4)  Nei primi mesi del 2009 la Cina è diventata il mercato principale per le esportazioni brasiliane. Il suo attivismo è rivolto soprattutto alle risorse energetiche (petrolio del Brasile, dell'Ecuador, del Venezuela, rame del Perù).

5)  La Russia ha intensificato i rapporti soprattutto in campo militare con la vendita di armi, spesa che nei paesi latinoamericani è raddoppiata negli ultimi 5 anni giungendo a 50 miliardi di dollari all'anno. L'Iran coopera e investe nel campo petrolifero prospettando anche alleanze sul nucleare, ha aperto Ambasciate in Cile, Colombia, Ecuador, Nicaragua e Uruguay, Armadi Najad ha visitato di recente Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Venezuela.

6) Nata nel dicembre del 2007. Vi aderiscono Argentina, Bolivia, Brasile, Cile (come osservatore), Ecuador, Paraguay, Uruguay, Venezuela. La sua sede principale è a Caracas, con uffici a La Paz e Buenos Aires.

7) In particolare le elezioni presidenziali in Uruguay ad ottobre e novembre 2009, in Cile a dicembre del 2009 e gennaio 2010, in Brasile ad ottobre 2010, in Argentina nel 2011. Segnaliamo anche le discutibili elezioni previste in Honduras a novembre di quest'anno, le presidenziali in Bolivia a dicembre 2009, in Colombia a maggio del 2010, in Perù e Nicaragua nel 2011.

8) Vedi Cassandra n. 25 pagg. 6, 7, 8 e n. 26 pag. 3

9) FARC - Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia.

10) Sulla tensione diplomatica tra Colombia, Ecuador e Venezuela vedi Cassandra n. 24 pagg-8, 9, 10 e 11.

 

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PARAGUAY

 

TRA REALISMO MAGICO E INTEGRAZIONE REGIONALE

Il prossimo 15 agosto Fernando Lugo assumerà la carica di Presidente del Paraguay dopo aver vinto, in aprile, le elezioni sconfiggendo il Partito Colorado che ha governato quasi ininterrottamente il paese dal 1887. 

Lugo è nato a San Pedro del Paranà, quattrocento chilometri a sud di Asunción, in una famiglia che ha subito la repressione della dittatura: il padre fu arrestato una ventina di volte e i tre fratelli incarcerati, torturati e poi espulsi dal Paese. Fu ordinato sacerdote nel 1977 e, subito dopo, si trasferì in Ecuador dove collaborò con monsignor Leonidas Proaño, una delle menti più illuminate della Teologia della Liberazione. Al rientro in Paraguay fu espulso e visse cinque anni a Roma. Nel 1994 fu nominato vescovo del Dipartimento di San Pedro, una delle diocesi più povere del paese. Da qui comincia il lungo cammino che lo spinge ad entrare in politica come leader del movimento Tekojojà intorno al quale ha organizzato l’Apc, una coalizione di 12 fra partiti e movimenti politici e sociali di centro-sinistra.

Questa vittoria, che fino a pochi anni fa sarebbe stata insperata, suggerisce alcune considerazioni. La prima è che questa elezione, quella cioè di un vescovo che si fa chiamare il vescovo dei poveri e che ha dichiarato di credere che la politica è “uno strumento della santità e una forma di carità”, ci immerge completamente nel  realismo magico sudamericano, spingendoci ad una lettura letteraria dei processi politici: l’aspetto quasi magico del candidato che sembra abbia dei suoi poteri speciali, anche per il legame forte con il sovrannaturale che ha caratterizzato la sua vita precedente, l’assenza di temporalità che sembra pervadere l’intero paese e la sua popolazione, la ribellione contro il governo totalitario.

Le altre riflessioni ci portano invece in un ambito più squisitamente politico e sociale che tocca l’intero continente latinoamericano. Innanzitutto l’evidenza che, nonostante i tanti attacchi, la Teologia della Liberazione, quella dottrina, nata dal Concilio Vaticano II e dal Congresso di Medellin del 1968,  che mette al centro i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano, rappresenta più che mai una parte sostanziale della realtà latinoamericana proprio perché risponde a quei bisogni sociali a cui, fino ad ora, nessun altro ha saputo rispondere. E poi la certezza di come la situazione politica del Sud America si stia orientando sempre più verso una omogeneità di vedute tra i governi dell’area che, ad eccezione soprattutto della Colombia, e del Perù e del Cile in modo molto più sfumato, guardano con grande interesse all’integrazione che permetterebbe finalmente di realizzare il sogno bolivariano di un continente unito e, in maniera più concreta, di mettere a disposizione del continente tutte le immense risorse che possiede da utilizzare per la crescita e alla giustizia sociale.

Ma che paese si troverà a governare Lugo e con quale maggioranza? Il Paraguay è uno dei paesi più poveri dell’America Latina: il 20% della popolazione detiene il 60% delle ricchezze, mentre circa 400 mila famiglie di contadini non hanno terra da coltivare e più di due milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà. Il 37,4% della popolazione economicamente attiva ha problemi di lavoro;  il 58% della popolazione rurale non ha documenti anagrafici; il tasso di mortalità infantile al di sotto dei 5 anni è del 2%, al di sotto di un anno del 19%.

Eppure è un paese dalle immense risorse. Nella zona della Triple Frontera  tra Paraguay, Argentina e Brasile si trova uno dei più grandi bacini d’acqua dolce del mondo: l’Acuifero Guaranì. Un serbatoio di quasi 1,2 milioni di chilometri quadrati di cui 70 mila in Paraguay e che, secondo recenti studi, potrebbe dissetare per 200 anni 6 miliardi di persone.

Nella stessa zona sono presenti due enormi dighe e le centrali idroelettriche di Itaipù e Yaciretá. La prima, la più grande al mondo, fornisce il 95% dell’energia paraguayana e il 24% di quella brasiliana. La seconda, sul fiume Paraná, genera il 15% dell’elettricità consumata in Argentina. E poi la terra. Tanta, fertile, che basterebbe a sfamare i 6 milioni di paraguayani ma in mano, in maggioranza, alle multinazionali brasiliane ed argentine.

Ed ecco il programma di Lugo: riforma agraria. L’attuale struttura della proprietà delle terra affonda le sue radici nelle conseguenze della Guerra della Tripla Alleanza del 1871, quando il conflitto contro il Brasile, l'Argentina e l'Uruguay portò alla sconfitta e allo sterminio del 92% della popolazione maschile paraguayana, compresi i bambini, che presero parte alla guerra nell’estremo tentativo di salvare la loro società. La popolazione passò da 525.000 persone a circa 221.000, delle quali solo 28.000 erano maschi. Per pagare il pesantissimo debito con i vincitori i successivi governi cominciarono a vendere le terre demaniali che all’inizio della guerra costituivano l’80% del territorio e delle quali, 30 anni dopo, rimaneva solo la metà. Si calcola infatti che tra il 1870 e il 1914 lo Stato privatizzò 26 milioni di ettari di territorio alienandoli a favore di società a capitale straniero (in maggioranza brasiliane ed argentine) e a latifondisti locali. Ancora oggi ci sono possedimenti di 80mila ettari e, addirittura, famiglie che ignorano quanta terra possiedono. Dall’altra parte milioni di contadini lottano quotidianamente per la sopravvivenza in piccoli appezzamenti nei quali continuano a coltivare allo stesso modo dei loro avi guaranì  cotone, manioca, mais, zucca. Chi è riuscito ad accumulare un piccolo capitale possiede una o due mucche e qualche gallina. In questo consiste la base alimentare dei contadini. In questo contesto, già di per sé molto precario, si è aggiunta, negli ultimi anni, una pressione crescente per la proprietà della terra da parte di imprese e multinazionali – soprattutto brasiliane -  il cui principale interesse è radicato nell’ampliamento della cosiddetta ‘frontiera della soya’, un tipo di coltivazione che aumenta del 10% all’anno.  Attualmente quasi due milioni di ettari, più della metà del totale della terra coltivata in Paraguay, sono coltivati a soya transgenica di cui il paese è quarto esportatore mondiale con 4 milioni di tonnellate all’anno. Le imprese stanno comprando in maniera massiccia i piccoli appezzamenti ai contadini al prezzo di 500 dollari l’ettaro. La cifra rappresenta una fortuna per i piccoli proprietari e meno di nulla per i compratori che inondano gli orti, i boschi, le piccole abitazioni di erbicidi e passano direttamente alla semina. Un affare perfetto per le corporazioni transnazionali. I luoghi in cui la cultura ancestrale dei guaranì trovava ancora le sue radici hanno subito un processo di monocoltivazione della soia (sojización in spagnolo).

La riforma agraria si potrà realizzare solo quando il paese ricomincerà a respirare dal punto di vista economico e quindi la prima preoccupazione di Lugo dovrà essere quella di rinegoziare i trattati di vendita di energia elettrica con Brasile e Argentina. Il Paraguay infatti esporta, in forza dei trattati firmati dal dittatore Stroessner nel 1973, con durata fino al 2023, a un prezzo ridicolo in Brasile e in Argentina.

 Il Paese che non consuma tutta l’energia prodotta al suo interno, è obbligato a venderla al suo partner al prezzo di costo. Se la potesse mettere sul mercato, secondo calcoli fatti da Ricardo Canese, esperto paraguayano di risorse energetiche, il Paraguay  incasserebbe 3,6 miliardi di dollari all’anno contro gli attuali 102 milioni: una  ricchezza da destinare alle politiche sociali, sanitarie ed educative sul modello venezuelano. Ma le buone intenzioni si scontreranno inevitabilmente con l’eterogeneità e la fragilità del blocco sociale che ha eletto  Lugo.

La governabilità del paese si costruirà su vari fattori: la maggioranza in Parlamento; l’unità del gruppo di governo e, soprattutto, la funzione delle strutture amministrative, la cui burocrazia è ancora saldamente nelle mani del partito Colorado. Sarà necessario, per Lugo, affiancare alle rivendicazioni popolari che lo hanno portato alla presidenza la formazione di un gruppo dirigente affidabile ed omogeneo capace di rendere effettivo e maturo il processo di cambiamento politico e sociale.

Altro problema sono le pressioni esterne, soprattutto statunitensi, che mentre negano il proprio interesse a stabilire una base militare aerea nella zona della Triple Frontera (base che in realtà già esiste) hanno firmato con il precedente governo un accordo di immunità per i militari nordamericani presenti in Paraguay. Proprio per questi motivi sarà più che mai necessario ottenere nel più breve tempo possibile delle risposte dall’integrazione regionale. E qui dovranno scendere in campo i capi di Stato dai paesi limitrofi dimostrando concretamente la volontà di rafforzare il Mercosur e di tendere la mano al fragile Paraguay. Finora sia Lula, che Cristina Fernàndez hanno dichiarato di essere disponibili ad aprire un tavolo di confronto per rivedere gli accordi commerciali ed energetici. 

Il sogno dell’integrazione regionale, il pieno controllo delle risorse interne, la fine della politica dello sfruttamento straniero in America latina (così ben descritta da Eduardo Galeano ne Las venas abiertas),  il ribaltamento del modello  neoliberale imposto dal colonialismo occidentale, sono l’unica strada percorribile sia per il Paraguay di Lugo che per gli altri governi progressisti sudamericani.

 

                Nadia Angelucci

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