LIBRI

 

Tre libri a 20 anni dalla Bolognina: agonia e morte del PCI

 

Nel novembre 2009 sono caduti i contemporanei ventennali del crollo del Muro di Berlino e della fine del Pci. Stampa e media li hanno ricordati in modo diverso.

Grande enfasi è stata data alla fine del “socialismo reale”, emblematicamente rappresentata dalla demolizione del muro che divideva la capitale tedesca. Non si è perduta l’occasione per  ricordare come questo evento abbia rappresentato la fine dell’”impero del male”, iniziato con la Rivoluzione d’Ottobre e con l’utopia “criminale” di Lenin e dei bolscevichi, né per ammonire che oggi esistono un solo sistema economico, quello capitalistico, ed una sola democrazia, quella liberale. Poco conta che il capitalismo reale sia in una crisi dai tempi e dagli esiti incerti. Televisioni e giornali non hanno neppure accennato a quello che è avvenuto nel ventennio appena trascorso e a come il mondo attuale sia percorso da ancor più devastanti contraddizioni. Quello che importava era esorcizzare un fantasma che, proprio nell’assenza di prospettive del sistema, può acquisire nuovo corpo, pur se in forme diverse da quelle del passato.

Meno enfasi è stata data alla fine del Pci. Se ne è parlato poco, in modo rituale, leggendola come un’inevitabile conseguenza della fine del blocco sovietico. Non sono mancate, tuttavia, riflessioni di un certo spessore. Tre libri usciti tra ottobre e novembre meritano a questo proposito di essere segnalati: quelli di Giuseppe Chiarante (La fine del Pci. Dall’alternativa democratica all’ultimo Congresso 1979- 1991, Roma, Carocci), di Guido Liguori (La morte del Pci, Roma, manifestolibri) e di Lucio Magri (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Milano, Il Saggiatore). Non è certo nostra intenzione recensire in modo incrociato i tre libri, peraltro diversi come impostazione e come ambizioni. I primi due sono una ricostruzione puntuale dei fatti e dei passaggi che hanno portato allo scioglimento del partito, il terzo – quello di Magri – si pone invece il compito di ricostruire la vicenda complessiva del Pci in rapporto con il quadro internazionale e con i mutamenti della società italiana, individuando i passaggi in cui un cambiamento di ispirazione e di linea politica sarebbero stati possibili e rintracciandoli negli anni ‘60 e nell’ultimo Berlinguer. Il libro di Magri è quello che, peraltro, offre più spunti di riflessione per l’ampiezza dell’analisi  e per la problematicità dell’argomentazione. A suo parere gli elementi che avevano consentito al Pci di affermarsi nel dopoguerra come grande partito della sinistra - le intuizioni, da lui ritenute giuste, di Togliatti (dalla svolta di Salerno alla via italiana al socialismo), la caratteristica di partito non solo operaio ma popolare, la presenza al suo interno di quello che lui chiama il “genoma Gramsci” - entrano in crisi negli anni ‘60 di fronte ai mutamenti della società italiana che il gruppo dirigente non volle e non seppe leggere. Nonostante ciò, a suo parere, per la sua stessa natura il Pci avrebbe potuto cogliere un’ occasione di rilancio e di cambiamento dopo il 1979, conclusa  la fase della politica di unità nazionale. Berlinguer ci provò. La sua morte improvvisa avrebbe interrotto tale processo, aprendo la strada agli esiti successivi.

Una cosa tiene insieme la riflessione di Magri e quelle di Chiarante e di Liguori: il giudizio negativo sulla svolta che portò al cambio del nome e dei caratteri del partito. A loro parere era possibile uno sbocco diverso e molti dei guai successivi della sinistra deriverebbero dal modo in cui venne allora affrontata la scelta.

 

Una riflessione necessaria

I tre libri non sono inutili, né funerari. Senza una riflessione e un dibattito attento e non banale sul “socialismo reale” e, per quanto riguarda l’Italia, sulla vicenda del Pci è difficile individuare un percorso credibile per qualsiasi sinistra, sia riformista che rivoluzionaria. Questo compito è ancora in gran parte da assolvere. Dopo il 1989 l’atteggiamento nei confronti di tali questioni è stato triplice. Da una parte si sono rimossi il passato e i fatti, si è affermato – è il caso di Walter Veltroni – che, per quanto iscritti e dirigenti del Pci, non si sarebbe mai stati comunisti; dall’altra si è ritenuto che la diversità del Pci dagli altri partiti comunisti non ponesse problemi di ridefinizione del proprio impianto ideale e strategico; chi aveva, infine, da sempre valutato che la vicenda dell’Est  e lo stalinismo rappresentassero un’esperienza fallimentare dal punto di vista della costruzione di una società socialista e aveva criticato da sinistra il Pci, ha pensato che il 1989 fosse il compimento di una previsione e di un’analisi e ad esse non si dovesse aggiungere altro.

Rimozione e superficialità sono stati alle radici dell’assenza di una riflessione su temi che hanno, nel bene e nel male, contrassegnato gran parte della storia mondiale ed italiana del Novecento.  Il risultato è stato quello di buttare via il bambino con l’acqua sporca e, come spesso avviene in questi casi, si è buttato il bambino ed è rimasta l’acqua sporca. Fuori di metafora: le formazioni politiche derivate dalla fine del Pci hanno mantenuto tutti i vizi del vecchio partito senza ereditarne nessuna delle virtù.

 

Un partito comunista diverso

Proprio da quello che è stato il Pci è invece necessario ripartire per comprendere percorsi e soluzioni e per derivarne stili di lavoro, elementi di strategia ancora riutilizzabili.

Un primo dato di analisi è senz’altro la diversità del Pci rispetto all’insieme degli altri partiti comunisti non solo dell’Europa dell’Est, ma anche di quella dell’Ovest, compresa la Francia. Se si guarda le esperienze comuniste nei diversi paesi si scopre che si tratta di formazioni per lo più minoritarie, di forza enormemente inferiore a quella dei partiti socialdemocratici e/o, come nel caso francese, settarie ed allineate supinamente alla politica sovietica sia per quanto riguarda la strategia, che per quanto concerne la vita interna. Questa diversità deriva da più elementi, tra i quali un peso rilevante hanno la reinterpretazione in chiave italiana dello stalinismo e i caratteri che fin dall’inizio assume il partito togliattiano, che rappresenta una comprensione non scontata della società italiana così come usciva dalla guerra.

In sintesi. Lo stalinismo rappresenta anche il tentativo, ambizioso e non riuscito, di costruire una religione popolare laica, un mito collettivo che assumesse simboli e riti tipici di una fede. Non è stato il solo tentativo nella storia. Elementi analoghi sono rintracciabili durante la dittatura robespierriana, ma anche nella storia d’Italia dopo il Risorgimento, nella fase di costruzione dello Stato unitario. Quello che, però, contraddistingue l’esperimento stalinista è la maggiore articolazione degli apparati di supporto (la disciplina di partito, la persecuzione dell’eresia, il partito come apparato di quadri che assumevano un ruolo sacrale, il catechismo rappresentato dal Breve corso della storia del Pcb, etc.). Elemento succedaneo, ma non irrilevante, è il presentarsi non più come partito operaio, ma come partito di tutto il popolo,  momento di coesione nazionale, dato questo  che faceva da pendant alla teoria del “socialismo in un solo paese” prima e della “guerra patriottica” poi. In Italia tutto ciò viene utilizzato per conquistare ai lavoratori ed ai ceti popolari momenti di protagonismo, coinvolgendoli direttamente nella vita del partito stesso. La “giraffa” di togliattiana memoria è appunto questo. Un gruppo ampio di quadri che stabilisce un continuo rapporto con un pezzo di popolo, che attraverso una costante attività pedagogica ne plasma le convinzioni, fornendo gli elementi chiave per una possibile lettura del mondo. Di ciò fa parte anche il mito dell’Urss, ma non solo. Emerge una capacità di organizzare una società parallela a quella proposta dall’ideologia dominante, con sue istituzioni e suoi rappresentanti.

D’altra parte l’analisi maturata con le Lezioni sul fascismo  porta Togliatti a pensare ad un partito adeguato ad una società di massa ancora in nuce, ma i cui tratti appaiono in larga parte evidenti. Al dirigente comunista, peraltro, non sfuggono le debolezze della società italiana, le tare di origine del suo capitalismo, il peso minoritario della classe operaia e quindi costruisce un partito che prefigura un’alleanza tra operai, contadini, fasce di ceto medio, intellettuali e strati sottoproletari. Contemporaneamente si definisce una rete di organizzazioni collaterali - sindacato, cooperative, Case del popolo, associazioni professionali e tematiche, etc. - che consentono di costruire politiche specifiche.

Si è osservato che in ciò il Pci non differisce molto dalle forme organizzative del partito fascista e/o della Dc. Se si guarda alle forme ciò è per molti aspetti vero, ma se si analizza il contesto non si può non osservare come Pnf e Dc facciano questa operazione dal governo, mentre in Pci la fa dall’opposizione, con la consapevolezza che la sua solidarietà con il blocco sovietico è destinata ad escluderlo dai gangli del potere.

Il Pci, insomma, si configura come l’unico partito di massa di sinistra della storia d’Italia. Il Psi nell’età liberale non aveva raggiunto mai le stesse dimensioni e lo stesso radicamento. L’unica analoga formazione politica a cui può essere paragonato, come dimensioni e presa sulla società, è la Sdp della Germania guglielmina. Ciò spiega perché il Pci riesca a reggere anche ad eventi devastanti come l’invasione dell’Ungheria, il rapporto segreto di Kruscev, etc.

 

Ideologia terzinternazionalista

Dietro questo c’è, però, una ideologia derivata dalla politica staliniana dopo il VII congresso della III Internazionale (1935): la convinzione che il capitalismo contemporaneo non sia compatibile con la democrazia e che sia costretto inevitabilmente a muoversi in un quadro di stagnazione economica. A questa ideologia gran parte del gruppo dirigente del partito è rimasto fedele fino all’ultimo: le stesse scelte, apparentemente contraddittorie, di Berlinguer, si collocano in questo orizzonte, come osserva acutamente Chiarante in più passaggi del suo libro.

E’ con questo handicap che vengono affrontate le novità degli anni ‘60. Non si capiscono i mutamenti del capitalismo italiano e quindi il suo sviluppo e le sue contraddizioni interne, i nuovi soggetti che la crescita economica accelerata mette in campo. Paradossalmente, la politica di riforme del primo centrosinistra, che era anche una possibile uscita democratica dalla crisi politico-istituzio-nale e che fallì miseramente già negli anni compresi tra il 1962 ed il 1966, viene recuperata nella fase postsessantottesca con riforme contrattate che utilizzano, in senso spesso riduttivo, la spinta di massa che maturava nel paese. Non si riuscì a comprendere che i movimenti che agitavano l’Occidente e l’Italia potevano diventare il veicolo attraverso cui determinare una fase di cambiamento radicale. Il compromesso storico e l’unità nazionale nei fatti significarono una politica di gestione consensuale tra governo e opposizione dell’emergenza e della effervescenza sociale, esaurite le quali il Pci si trovò ad essere una forza subalterna all’interno del regime costruito dalla Dc: emarginata ed al tempo stesso corresponsabile. Non lo salveranno neppure l’ultimo Berlinguer e la sua politica di alternativa democratica, lo strappo con l’Unione Sovietica, l’apertura ai nuovi movimenti (femminismo, pacifismo, ambientalismo).

Se il ’68 e la spinta sociale che esso rappresentava vennero piegati ad una politica di dialogo con le forze di governo ed in parte recuperati in questo contesto, il ’77 e la politica della fermezza nei confronti del terrorismo, con le conseguenti leggi eccezionali, segnarono una rottura verticale con settori minoritari, ma non inconsistenti, di mondo giovanile e con i movimenti che cominciarono ad essere impermeabili nei confronti del Pci, a collocarsi all’opposizione, anche in modo violento, delle sue scelte, a considerarlo del tutto interno al quadro politico.

 

Cupio dissolvi“ 

Sarebbe, tuttavia, liquidatorio e ingeneroso non considerare che il Pci rappresentava alla fine degli anni ‘80 una forza in crisi, ma tutt’altro che ininfluente. Ancora nel 1989 aveva 1.400.000 iscritti, raccoglieva quasi il 27% dei suffragi elettorali, continuava ad essere una comunità sociale e politica che raccoglieva gran parte dei ceti popolari del paese. Certo, la partecipazione ai governi di unità nazionale ne aveva minato in parte la credibilità, settori consistenti del suo quadro dirigente erano sempre più compromessi in pratiche dialoganti e consociative con i governi in carica  (anche quando questi ultimi dimostravano la loro impermeabilità ad ogni rapporto), permanevano le ormai croniche incomprensioni nei confronti dei mutamenti culturali e sociali che si andavano verificando nel paese. Al tempo stesso, nonostante lo strappo con l’Urss, i legami con il “socialismo reale” non erano stati recisi in modo netto, continuava a persistere l’idea della riformabilità del sistema sovietico, in parte avvalorata dalla meteora rappresentata da Gorbacev. D’altro canto il carisma di Berlinguer, dopo la sua morte, era stato sostituito dalla gestione tutto sommato piatta di Natta, per molti aspetti minato dall’opposizione sorda dei “miglioristi” cui non riusciva a creare validi contrappesi; né la successione di Occhetto alla segreteria aveva rappresentato un cambio di marcia.

E’ in questo quadro che matura il dibattito sulla “cosa”. Il suo risultato più evidente fu l’implosione di una comunità, di una politica e dei gruppi dirigenti. Senza entrare nella dinamica dei processi che portarono allo scioglimento del Pci, appaiono evidenti alcuni elementi sui quali non è inutile affrontare una riflessione specifica. Il primo è che l’impianto della sua politica come partito operaio che aspirava al governo del paese, contando sulla sua egemonia su un pezzo consistente di popolo e di elettorato, si trasformò in autonomia di un ceto dirigente che non rispondeva più in alcun modo ad un corpo strutturato. Gli stessi rapporti con pezzi di società organizzata (l’esempio più evidente è il sindacato) si andarono progressivamente dissolvendo. Ci si trovò così alla riduzione della politica a pura pratica di governo (o di opposizione) senza alcun interesse per i movimenti sociali che attraversavano il paese, visti in molti casi come uno sgradevole impaccio. Il mondo del lavoro non avrà più una sua rappresentanza autonoma, cosa che il Pci aveva comunque garantito dal 1944 al 1989.

Ciò provoca una caduta organizzativa rilevante. I due partiti, Pds e Prc, che residuano dallo scioglimento del Pci, raggruppano nel 1992 complessivamente circa 900.000 iscritti, si perdono per strada circa 500.000 iscritti che scelgono di non impegnarsi più o di farlo in modo diverso. Si liquefa una comunità politica che, con tutti i limiti, aveva rappresentato un dato progressivo nel sistema politico italiano per oltre un quarantennio.

Infine i gruppi dirigenti. Due sono i dati che vale la pena di sottolineare. Il primo è che, dissolto il velo del centralismo democratico, è emerso un gruppo dirigente diviso e rissoso, con riferimenti politici, ideali e culturali spesso viscidi e divergenti. Ciò è vero sia per il Pds, poi Ds e oggi Pd, dove ciò è quasi sancito come regola, che per il Prc, unico partito italiano da cui a più ondate sono usciti tutti i fondatori.

Il secondo elemento che emerge è la pavidità e l’ inconsistenza degli oppositori alla svolta. Tutti e tre gli autori descrivono il Convegno di Arco della mozione ingraiana-cossutiana come il momento di svolta. Tutti e tre ritengono che una scelta unitaria – o tutti dentro il nuovo partito o tutti fuori – sarebbe stata l’unica possibilità di opporsi alla deriva e affrontare in modo efficace la battaglia per una forza politica che innovasse la tradizione piuttosto che separarsi da essa, fornendo una sponda al mondo popolare e ai lavoratori e rappresentando un argine non minoritario alla deriva del Pds. Quello che avvenne è noto: una parte degli oppositori di Occhetto uscì, un’altra rimase o meglio se ne andò alla spicciolata dopo qualche anno. Pietro Ingrao, teorico del “restare nel gorgo”, si ridurrà a prendere la tessera del Prc, dove peraltro non giocherà nessun ruolo di rilievo.

Il risultato, dopo venti anni, è che in Italia non esiste più una rappresentanza istituzionale del mondo del lavoro di una qualche consistenza, che non c’è un argine forte di opposizione democratica di fronte ad una destra aggressiva e protesa ad una chiusura autoritaria della crisi politico-istituzionale, che forme consociative nel Pds e nei Ds, nel passato, e oggi nel  Pd continuano ad operare, mentre la sinistra cosiddetta radicale appare assolutamente impotente, destinata a farsi risucchiare dalle sirene del giustizialismo dipietrista o a scomparire. La via per la ricostruzione di qualcosa di simile ad un partito della sinistra, ad una comunità politica di massa, autonoma culturalmente e politicamente dal potere capitalistico, appare lunga e tortuosa, destinata ad avvenire in forme molecolari (e non è detto che riesca a realizzarsi), superando la testimonianza culturale o la pura organizzazione della protesta sociale. Forse le virtù del fu Pci, in questo caso, possono ancora fornire qualche utile insegnamento.      

  

                     Renato Covino

 

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Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. Con un saggio di Luciano Canfora, Carocci editore, 2008, pp. 382,    29.00

 

Questo libro non nega, né “riabilita” - come invece ha scritto, con toni esagitati, un gruppo di redattori del quotidiano Liberazione che osteggiano l’attuale maggioranza di Rifondazione comunista - gli errori e gli orrori che accompagnano la storia dell’Unione Sovietica dal 1922 (l’anno in cui Stalin diventa segretario del Partito) al 1953 (l’anno della sua morte), cioè nel trentennio dell’industrializzazione a tappe forzate, della drammatica collettivizzazione delle terre, dell’eroica resistenza all’aggressione e della vittoria sul nazismo, e insieme del dilatarsi dell’ “universo concentrazionario”, dei processi politici e della decimazione dei quadri comunisti, dell’annullamento della democrazia socialista, del “culto della personalità”.

Tuttavia, il metodo comparatistico  “a tutto campo” seguito da Losurdo non convince: svela l’ipocrisia insita nelle demonizzazioni unilaterali dell’URSS staliniana e dei suoi apparati statali che vengono  profuse anche a livello storiografico e l’ampia (e ampiamente documentata) esposizione dei crimini e dei genocidi perpetrati dalle potenze occidentali liberali e imperialiste nel corso del XIX° e del XX° secolo è certo efficace, inoppugnabile; però, come già è stato rilevato (si veda per es. la recensione di Antonio Moscato in R-Resistenze Ricerche Rivoluzioni, Marzo Aprile 2009), questo modo di argomentare basato sul tu quoque (“anche tu hai fatto quello che siamo stati costretti a fare noi, anzi hai fatto di peggio”) non porta lontano, perché finisce con il giustificare quasi tutto quanto è accaduto nell’ URSS durante il tempo “del ferro e del fuoco” che ha marcato il Novecento.

Anche le scelte più dure compiute da Stalin e dai dirigenti a lui fedeli furono nel complesso obbligate, causa l’arretratezza del paese, la situazione internazionale, l’accerchiamento da parte delle nazioni imperialiste e le ricorrenti minacce d’invasione,  per garantire la sopravvivenza dell’URSS: questa è la tesi di fondo proposta dal libro, che di fatto esclude la possibilità di opzioni diverse, di scelte alternative più consone ad una prospettiva socialista (in sostanza: la storia è feroce e, volenti o nolenti, anche alla ferocia bisogna adeguarsi, senza indulgere al fascino dell’“utopia astrat-ta”, per non essere spazzati via).     

Losurdo, si è detto, non ignora le pagine nere dello stalinismo, ma scrive: “Non mancano coloro che leggono la storia del paese nato dalla Rivoluzione d’ottobre lamentando il progressivo ‘tradimento’ delle idee elaborate da Marx ed Engels; in realtà, sono per certi versi proprio queste idee ‘originarie’ (l’attesa messianica di una società senza più Stato e norme giuridiche, senza più confini nazionali e senza mercato e senza denaro, priva in ultima analisi di ogni reale conflitto) ad aver giocato un ruolo nefasto, ostacolando il passaggio ad una condizione di normalità e prolungando e acutizzando lo stato   di eccezione (pro-vocato dalla crisi dell’antico regime, dalla guerra e dalle successive aggressioni)” (p. 314).

Dunque, le degenerazioni nel (non del ) sistema sovietico sarebbero derivate dal fatto che neppure Stalin e gli altri dirigenti del Partito riuscirono a liberarsi completamente dalle suggestioni e dai condizionamenti dell’ “estremismo rivoluzionario” che caratterizzò i primi anni dell’ URSS. La polemica condotta dall’A. nei confronti dell’“universalismo astrat-to”, dell’ “egualitarismo”, dell’ “antistatalismo” è continua, martellante (uno dei principali bersagli concreti, manco a dirlo, è Trockij) e c’è da chiedersi se - forse al di là delle intenzioni - non suggerisca l’ impraticabilità di un cambiamento reale (radicale) dell’attuale “stato delle cose”, relegandolo nei cieli dell’ “utopia”. Qui è il limite più grave e inquietante del libro.

 

m. ro. 

 

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Marino Badiale e Massimo Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari Editore, 2007, € 14,00

 

Il libro cerca di chiarire quello che gli Autori definiscono come un autentico paradosso: “il fatto cioè che i ceti politici di sinistra, mentre operano scelte economiche e sociali in totale contraddizione con gli ideali storici della sinistra (giustizia sociale, solidarietà, difesa dei ceti subalterni), continuano a  essere votati in grande maggioranza da persone che affermano di ispirarsi a quegli ideali”. Questo paradosso  vale anche per la cosiddetta “sinistra radicale”. Il libro illustra i tanti esempi di questo atteggiamento: che si parli della tutela dei lavoratori, dei diritti degli immigrati, della soggezione agli Stati Uniti in tema di politica estera o della sudditanza ai diktats di Israele nel conflitto israelo-palestinese, la penna affilata dei due Autori affonda nelle contraddizioni e nei contorsionismi di quella sorta di “pensiero deviato”, imbelle, “doppiopesista” e ipocrita che costituisce da alcuni decenni l’ossatura della sinistra italiana.

Analoga operazione di disvelamento essi compiono a proposito dell’accettazione da parte della sinistra delle grandi scelte epocali fatte dall’Unione Europea dalla metà degli anni ’80 in poi: mercato unico e sua liberalizzazione totale, trattato di Maastrict e relativi parametri, creazione della moneta comune, l’euro, sottomissione al mito dell’Europa e ai ricatti tecnocratici di una costruzione soprannazionale che ha stritolato qualsiasi meccanismo di difesa e di controllo dell’economia da parte degli Stati nazionali che fosse potenzialmente sottoposto ad un qualche controllo della politica e quindi dei cittadini. Essi descrivono questo sfacelo e lo collegano alla totale perdita di prospettiva politica della sinistra (sia quella tradizionale che quella “radicale”).

Da qui ad arrivare alla tesi che  “la contrapposizione tra destra e sinistra non riguarda più la realtà economica e sociale, ma si concentra su questioni limitate e su giochi di apparenza” il passo è breve e, per esser sinceri, non particolarmente originale.

Ciò che rende veramente interessante il libro - nonostante una certa prolissità e il tono spesso moralistico - è il tentativo di spiegare il fenomeno di cui abbiamo detto, tentativo che ha il suo cuore nel terzo capitolo, “Antropo-logia della sinistra: un’identità vuota”.

Per spiegare la fragilità e la resa del ceto politico di sinistra si parte da un dato di fatto, cioè l’affermazione di quello che gli Autori chiamano il “capitalismo assoluto”, quello che “è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana”, generando un inedito totalitarismo, non della politica, ma dell’economia auto referenziale del plusvalore” (vedi i capitoli 2 e 4). Per conquistare o mantenere le proprie posizioni di potere nel sistema, le varie forze politiche (di sinistra, ma anche di destra) devono accettare questo stato di cose e declassarsi a semplici gestori delle situazioni prodotte dall’economia, delle ricadute sociali delle continue innovazioni decise in sede economica.

Ma perché questi ceti politici di sinistra pur operando in totale contraddizione con i propri valori ideali e storici continuano a essere votati (in grande maggioranza) da elettori che affermano di ispirarsi a quegli ideali? Badiale e Bontempelli riportano una gustosa lista di pseudo argomentazioni con cui il “buon elettore di sinistra” giustifica i comportamenti dei suoi leaders. Tutte queste motivazioni hanno in comune l’abbandono di qualsiasi criterio di giudizio anche solo genericamente “sociale” e, invece, la piena fiducia nello “sviluppo” e nella “modernizzazione” come fonti di emancipazione. Gli Autori infatti sostengono che “la sinistra ha cercato l’emancipazione attraverso la modernizzazione, ha sempre cercato di favorire il progresso economico e tecnologico nella convinzione che da esso scaturisse, in un modo o nell’altro l’emancipazione delle classi subalterne, dando così un valore prioritario all’istanza modernizzatrice” (pag. 189).

Poiché il crollo dell’URSS sembra giustificare la tesi che il capitalismo – e non il socialismo - sia fonte di progresso economico, innovazione e sviluppo, la coscienza di sinistra ha rapidamente ceduto alle sirene della modernità, sganciata da qualsiasi giudizio di merito sui suoi esiti. A ciò essi aggiungono un secondo elemento e, cioè, il profondo senso di appartenenza che per tutto il Novecento ha marcato buona parte dei militanti di sinistra. La fedeltà tradizionale del militante comunista al Partito-Chiesa a prescindere dai contenuti della linea politica, dalle scelte del partito e in contrasto, spesso, con i propri valori etici, sarebbe rimasta una caratteristica intrinseca, mai messa in discussione, del popolo di sinistra.  “Questa mancanza di fondamenti ideali stabili, che mina l’identità comunista (e di sinistra) fin dalle sue origini, viene coperta da costruzioni mitiche e illusorie” (p. 192). Il popolo di sinistra accetta qualsiasi cosa purchè lo faccia un “governo di sinistra”. Non che questo segmento della popolazione sia politicamente indifferente: tutt’altro! Esso, però, mostra un  (troppo) forte senso dell’appartenenza alle sue organizzazioni, è coinvolto emotivamente nelle discussioni politiche sui temi di attualità, salvo poi usare il criterio dei “due pesi e due misure”, perché incapace di andare veramente a fondo nelle cose e di valutare il comportamento dei “suoi” politici per quel che realmente fanno.

Per spiegare la psicologia di ampi strati “di sinistra” gli Autori fanno anche esplicito riferimento al fenomeno dell’integralismo religioso - negli ultimi decenni salito alla ribalta in tante zone del mondo - e al concetto di “rivolta deviata”.  L’integralismo è una rivolta con fortissime connotazioni religiose contro il disagio e l’insicurezza creati dai processi distruttivi che il capitalismo dispiega in tutto il mondo, ma è una rivolta contro solo alcuni aspetti parziali (spesso molto appariscenti, non sostanziali) del capitalismo. Questa rivolta assume forme diverse perché fa appello agli elementi storici e culturali di ciascun paese (o di ciascuna componente etnico-religiosa di uno stesso paese) per creare una identità forte che bilanci il sentimento di insicurezza e il disagio economico reale e crescente della stragrande maggioranza della popolazione che soffre della globalizzazione.

Allo stesso tempo quelle forme - anche dure - di protesta difficilmente si scagliano contro i principi economici basilari del capitalismo (perché le loro leaderships stanno ben attente a non inceppare il meccanismo economico che garantisce potere e status). Anzi, l’integralismo ha una propria dimensione sociale ed economica, perché vuole “conquistare maggiore potere e risorse, per sé e per la propria base sociale, all’interno della struttura economica mondiale esistente” (p. 207-208). Così si avanza una ipotesi: che questa “iden-tità vuota”, questo modo di spiegarsi il mondo e affrontarlo, questa ideologia, sia il modo con cui alcuni strati sociali ben precisi, identificati per il nostro paese nella massa dei lavoratori intellettuali di posizione medio– bassa, predominante a sinistra (per numero e pervasività, ma non certo “egemoni” come scrivono impropriamente Badiale e Bontempelli) si difendono dalle tensioni terribili provocate dalla globalizzazione, che ne mette a repentaglio sicurezza, garanzie e prospettive per il futuro (nello specifico caso italiano con l’aggravante del declino economico nazionale).

Proprio perché sono lavoratori di livello medio-basso (quindi lontani dal potere vero) non sono in grado di difendersi efficacemente e vivono in prima persona gli effetti dell’insicurezza, della perdita di prospettiva, della retrocessione sociale tipici della nostra società. Ecco quindi che attraverso questa politica/ideologia dell’appartenenza alla Sinistra in perenne lotta con la Destra (personificata dal maligno: Berlusconi) essi vivono “la propria appartenenza politica come un importante supporto identitario, un rinforzo psicologico che permette di resistere alla potenziale disgregazione della personalità che l’attuale dinamica sociale implica” (p. 215).

Naturalmente questo meccanismo comporta esiti sociali diversi per chi li rappresenta sulla scena politico istituzionale (dalle più alte cariche istituzionali ai parlamentari e poi “giù per li rami” sino ai più banali incarichi in circoscrizione): incarichi ben retribuiti, opportunità di arricchimento, onori, prebende e privilegi materiali e di posizione.

La fortissima identificazione con un modello culturale di sinistra va di pari passo, quindi, con la sostanziale accettazione dello stato di cose presenti: se questa non è una ideologia (cioè una falsa rappresentazione della realtà), che cos’è allora?

Badiale e Bontempelli,  vedono, quindi, la cultura di sinistra come una ideologia analoga (mutatis mutandis, naturalmente) alle varie forme di integralismo, “cioè come una reazione difensiva di fronte alle ansie indotte dalla globalizzazione” (p. 215). Gli integralismi religiosi e l’attuale ideologia di sinistra italiana avrebbero una caratteristica in comune: l’accettazione sostanziale dei meccanismi della globalizzazione capitalistica e il rifiuto di alcune (solo alcune) conseguenze culturali di essa. Il comportamento degli elettori di sinistra rientrerebbe, quindi, per gli Autori nella categoria della “rivolta deviata”.

“Come il senso di ribellione delle masse islamiche viene indirizzato dai leaders integralisti verso la contestazione di alcuni aspetti particolari del costume e della cultura occidentali (…), come  il senso di an- goscia e di insicurezza di molti strati popolari europei viene indirizzato da molti leaders populistici contro l’immigrazione, così in Italia la frustrazione e il disagio dei ceti di lavoratori intellettuali subordinati vengono indirizzati dai leaders politici e intellettuali di sinistra verso una contestazione ossessiva  della destra di Berlusconi, Bossi e Fini, senza che ci si interroghi mai sui contenuti effettivi delle politiche della destra e della sinistra” (pp. 230-231).

L’ideologia di sinistra di oggi  risponde – secondo gli Autori – a due necessità: da un lato essa rappresenta uno strumento con cui le elites di sinistra, impegnate in dure lotte di potere e di carriera, riescono a mantenere legate a sé larghe fette di popolazione; dall’altra essa fornisce una gratificante “organizzazione di senso” a quei ceti subordinati che senza di essa probabilmente verrebbero investiti dall’angoscia e dalla perdita di senso che i continui mutamenti e le continue tensioni della globalizzazione generano.

“Il punto fondamentale è rappresentato dal fatto che il disagio e il rifiuto non possono arrivare a identificare il capitalismo contemporaneo come il vero nemico perché esso è percepito  come qualcosa che non ha alternative, un destino ineluttabile, una necessità a cui non ci si può sottrarre. In questa situazione focalizzare la necessità di combattere il capitalismo in quanto tale genera angoscia perchè la lotta contro il capitalismo appare impresa disperata. L’ideologia della sinistra italiana contemporanea, con la sua ossessione antiberlusconiana e il suo sostanziale disinteresse per i contenuti, è dunque proprio ciò che permette ad alcuni ceti subordinati di dar espressione al proprio disagio, di “prendersela con qualcuno” e contemporaneamente distogliere lo sguar-do da una realtà (…) che ap- pare angosciante” (p. 231).

Questo meccanismo illusorio è fatto di caratteri e meccanismi narcisistici che creano una immagine di sé fittizia, compensatoria e rafforzativa rispetto ad una realtà fatta di angosce  e paure prodotte da una realtà sociale destrutturata e destrutturante della personalità. Così con i tipici meccanismi delle nevrosi (rimo-zione, scissione, riduzione e illusione) il popolo della sinistra va avanti accettando tutte le decisioni che i suoi rappresentanti prendono spontaneamente o subiscono passivamente (non fa differenza) nelle fatidiche “stanze dei bottoni”.

In definitiva il libro – nonostante certe generalizzazioni un po’ azzardate - è un buon punto di partenza per smontare l’ideologia attuale della sinistra italiana perché apre uno squarcio nella nebbia che ci circonda e fa intravedere alcune ipotesi per un faticoso lavoro di inversione di tendenza.

Il capitolo terzo merita di essere studiato per le implicazioni di ricerca e approfondimento che ci propone. Certo non sarà facile affrontare l’angoscia generata dalla vittoria del capitalismo assoluto e – attraverso un’attività culturale seria - ribaltarla in un sentimento opposto di speranza, disponibilità all’impegno politico e al sacrificio. Gli stessi Autori se si rendessero conto fino in fondo del peso insopportabile di questa angoscia e della difficoltà di invertire la tendenza, sarebbero meno tranchant nei loro giudizi, meno semplicisti nelle loro analisi politiche e meno ottimisti sulle prospettive di rinascita di una vera sinistra di opposizione in Italia.

Per quanto ci riguarda Cassandra è disponibile a collaborare a questo sforzo di ricerca e offre le proprie pagine anche agli autori di La sinistra rivelata.

 

li.te.

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