LIBRI
Tre libri a
20 anni dalla Bolognina: agonia e morte del PCI
Nel
novembre 2009 sono caduti i contemporanei ventennali del crollo del Muro di
Berlino e della fine del Pci. Stampa e media li hanno ricordati in modo
diverso.
Grande
enfasi è stata data alla fine del “socialismo reale”, emblematicamente
rappresentata dalla demolizione del muro che divideva la capitale tedesca. Non
si è perduta l’occasione per ricordare
come questo evento abbia rappresentato la fine dell’”impero del male”, iniziato
con
Meno enfasi
è stata data alla fine del Pci. Se ne è parlato poco, in modo rituale,
leggendola come un’inevitabile conseguenza della fine del blocco sovietico. Non
sono mancate, tuttavia, riflessioni di un certo spessore. Tre libri usciti tra
ottobre e novembre meritano a questo proposito di essere segnalati: quelli di
Giuseppe Chiarante (La fine del Pci. Dall’alternativa democratica all’ultimo
Congresso 1979- 1991, Roma, Carocci), di
Guido Liguori (La morte del Pci, Roma, manifestolibri) e di Lucio Magri (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Milano, Il
Saggiatore). Non è certo nostra intenzione recensire in modo incrociato i tre
libri, peraltro diversi come impostazione e come ambizioni. I primi due sono
una ricostruzione puntuale dei fatti e dei passaggi che hanno portato allo
scioglimento del partito, il terzo – quello di Magri – si pone invece il
compito di ricostruire la vicenda complessiva del Pci in rapporto con il quadro
internazionale e con i mutamenti della società italiana, individuando i
passaggi in cui un cambiamento di ispirazione e di linea politica sarebbero
stati possibili e rintracciandoli negli anni ‘60 e nell’ultimo Berlinguer. Il
libro di Magri è quello che, peraltro, offre più spunti di riflessione per
l’ampiezza dell’analisi e per la
problematicità dell’argomentazione. A suo parere gli elementi che avevano consentito
al Pci di affermarsi nel dopoguerra come grande partito della sinistra - le
intuizioni, da lui ritenute giuste, di Togliatti (dalla svolta di Salerno alla
via italiana al socialismo), la caratteristica di partito non solo operaio ma
popolare, la presenza al suo interno di quello che lui chiama il “genoma
Gramsci” - entrano in crisi negli anni ‘60 di fronte ai mutamenti della società
italiana che il gruppo dirigente non volle e non seppe leggere. Nonostante ciò,
a suo parere, per la sua stessa natura il Pci avrebbe potuto cogliere un’ occasione
di rilancio e di cambiamento dopo il 1979, conclusa la fase della politica di unità nazionale.
Berlinguer ci provò. La sua morte improvvisa avrebbe interrotto tale processo,
aprendo la strada agli esiti successivi.
Una cosa
tiene insieme la riflessione di Magri e quelle di Chiarante e di Liguori: il giudizio negativo sulla svolta che portò al
cambio del nome e dei caratteri del partito. A loro parere era possibile uno
sbocco diverso e molti dei guai successivi della sinistra deriverebbero dal
modo in cui venne allora affrontata la scelta.
Una
riflessione necessaria
I tre libri
non sono inutili, né funerari. Senza una riflessione e un dibattito attento e
non banale sul “socialismo reale” e, per quanto riguarda l’Italia, sulla
vicenda del Pci è difficile individuare un percorso credibile per qualsiasi
sinistra, sia riformista che rivoluzionaria. Questo compito è ancora in gran
parte da assolvere. Dopo il 1989 l’atteggiamento nei confronti di tali
questioni è stato triplice. Da una parte si sono rimossi il passato e i fatti,
si è affermato – è il caso di Walter Veltroni – che, per quanto iscritti e
dirigenti del Pci, non si sarebbe mai stati comunisti; dall’altra si è ritenuto
che la diversità del Pci dagli altri partiti comunisti non ponesse problemi di
ridefinizione del proprio impianto ideale e strategico; chi aveva, infine, da
sempre valutato che la vicenda dell’Est
e lo stalinismo rappresentassero un’esperienza fallimentare dal punto di
vista della costruzione di una società socialista e aveva criticato da sinistra
il Pci, ha pensato che il 1989 fosse il compimento di una previsione e di
un’analisi e ad esse non si dovesse aggiungere altro.
Rimozione e
superficialità sono stati alle radici dell’assenza di una riflessione su temi
che hanno, nel bene e nel male, contrassegnato gran parte della storia mondiale
ed italiana del Novecento. Il risultato
è stato quello di buttare via il bambino con l’acqua sporca e, come spesso
avviene in questi casi, si è buttato il bambino ed è rimasta l’acqua sporca. Fuori
di metafora: le formazioni politiche derivate dalla fine del Pci hanno
mantenuto tutti i vizi del vecchio partito senza ereditarne nessuna delle
virtù.
Un
partito comunista diverso
Proprio da
quello che è stato il Pci è invece necessario ripartire per comprendere
percorsi e soluzioni e per derivarne stili di lavoro, elementi di strategia
ancora riutilizzabili.
Un primo
dato di analisi è senz’altro la diversità del Pci rispetto all’insieme degli
altri partiti comunisti non solo dell’Europa dell’Est, ma anche di quella
dell’Ovest, compresa
In sintesi.
Lo stalinismo rappresenta anche il tentativo, ambizioso e non riuscito, di
costruire una religione popolare laica, un mito collettivo che assumesse
simboli e riti tipici di una fede. Non è stato il solo tentativo nella storia.
Elementi analoghi sono rintracciabili durante la dittatura robespierriana,
ma anche nella storia d’Italia dopo il Risorgimento, nella fase di costruzione
dello Stato unitario. Quello che, però, contraddistingue l’esperimento
stalinista è la maggiore articolazione degli apparati di supporto (la
disciplina di partito, la persecuzione dell’eresia, il partito come apparato di
quadri che assumevano un ruolo sacrale, il catechismo rappresentato dal Breve
corso della storia del Pcb, etc.). Elemento
succedaneo, ma non irrilevante, è il presentarsi non più come partito operaio,
ma come partito di tutto il popolo,
momento di coesione nazionale, dato questo che faceva da pendant alla teoria del
“socialismo in un solo paese” prima e della “guerra patriottica” poi. In Italia
tutto ciò viene utilizzato per conquistare ai lavoratori ed ai ceti popolari
momenti di protagonismo, coinvolgendoli direttamente nella vita del partito
stesso. La “giraffa” di togliattiana memoria è
appunto questo. Un gruppo ampio di quadri che stabilisce un continuo rapporto
con un pezzo di popolo, che attraverso una costante attività pedagogica ne
plasma le convinzioni, fornendo gli elementi chiave per una possibile lettura
del mondo. Di ciò fa parte anche il mito dell’Urss, ma non solo. Emerge una
capacità di organizzare una società parallela a quella proposta dall’ideologia
dominante, con sue istituzioni e suoi rappresentanti.
D’altra
parte l’analisi maturata con le Lezioni sul fascismo porta Togliatti a pensare ad un partito
adeguato ad una società di massa ancora in nuce,
ma i cui tratti appaiono in larga parte evidenti. Al dirigente comunista,
peraltro, non sfuggono le debolezze della società italiana, le tare di origine
del suo capitalismo, il peso minoritario della classe operaia e quindi
costruisce un partito che prefigura un’alleanza tra operai, contadini, fasce di
ceto medio, intellettuali e strati sottoproletari. Contemporaneamente si
definisce una rete di organizzazioni collaterali - sindacato, cooperative, Case
del popolo, associazioni professionali e tematiche, etc. - che consentono di
costruire politiche specifiche.
Si è
osservato che in ciò il Pci non differisce molto dalle forme organizzative del
partito fascista e/o della Dc. Se si guarda alle forme ciò è per molti aspetti
vero, ma se si analizza il contesto non si può non osservare come Pnf e Dc facciano questa operazione dal governo, mentre in
Pci la fa dall’opposizione, con la consapevolezza che la sua solidarietà con il
blocco sovietico è destinata ad escluderlo dai gangli del potere.
Il Pci,
insomma, si configura come l’unico partito di massa di sinistra della storia
d’Italia. Il Psi nell’età liberale non aveva raggiunto mai le stesse dimensioni
e lo stesso radicamento. L’unica analoga formazione politica a cui può essere
paragonato, come dimensioni e presa sulla società, è
Ideologia
terzinternazionalista
Dietro
questo c’è, però, una ideologia derivata dalla politica staliniana dopo il VII
congresso della III Internazionale (1935): la convinzione che il capitalismo
contemporaneo non sia compatibile con la democrazia e che sia costretto
inevitabilmente a muoversi in un quadro di stagnazione economica. A questa
ideologia gran parte del gruppo dirigente del partito è rimasto fedele fino
all’ultimo: le stesse scelte, apparentemente contraddittorie, di Berlinguer, si
collocano in questo orizzonte, come osserva acutamente Chiarante in più
passaggi del suo libro.
E’ con
questo handicap che vengono affrontate le novità degli anni ‘60. Non si
capiscono i mutamenti del capitalismo italiano e quindi il suo sviluppo e le
sue contraddizioni interne, i nuovi soggetti che la crescita economica
accelerata mette in campo. Paradossalmente, la politica di riforme del primo
centrosinistra, che era anche una possibile uscita democratica dalla crisi
politico-istituzio-nale e che fallì miseramente già negli anni compresi tra il
1962 ed il 1966, viene recuperata nella fase postsessantottesca
con riforme contrattate che utilizzano, in senso spesso riduttivo, la spinta di
massa che maturava nel paese. Non si riuscì a comprendere che i movimenti che
agitavano l’Occidente e l’Italia potevano diventare il veicolo attraverso cui
determinare una fase di cambiamento radicale. Il compromesso storico e l’unità
nazionale nei fatti significarono una politica di gestione consensuale tra
governo e opposizione dell’emergenza e della effervescenza sociale, esaurite le
quali il Pci si trovò ad essere una forza subalterna all’interno del regime
costruito dalla Dc: emarginata ed al tempo stesso corresponsabile. Non lo
salveranno neppure l’ultimo Berlinguer e la sua politica di alternativa
democratica, lo strappo con l’Unione Sovietica, l’apertura ai nuovi movimenti
(femminismo, pacifismo, ambientalismo).
Se il ’68 e
la spinta sociale che esso rappresentava vennero piegati ad una politica di
dialogo con le forze di governo ed in parte recuperati in questo contesto, il
’77 e la politica della fermezza nei confronti del terrorismo, con le
conseguenti leggi eccezionali, segnarono una rottura verticale con settori
minoritari, ma non inconsistenti, di mondo giovanile e con i movimenti che
cominciarono ad essere impermeabili nei confronti del Pci, a collocarsi
all’opposizione, anche in modo violento, delle sue scelte, a considerarlo del
tutto interno al quadro politico.
“Cupio dissolvi“
Sarebbe,
tuttavia, liquidatorio e ingeneroso non considerare
che il Pci rappresentava alla fine degli anni ‘80 una forza in crisi, ma
tutt’altro che ininfluente. Ancora nel 1989 aveva 1.400.000 iscritti,
raccoglieva quasi il 27% dei suffragi elettorali, continuava ad essere una
comunità sociale e politica che raccoglieva gran parte dei ceti popolari del
paese. Certo, la partecipazione ai governi di unità nazionale ne aveva minato
in parte la credibilità, settori consistenti del suo quadro dirigente erano
sempre più compromessi in pratiche dialoganti e consociative con i governi in
carica (anche quando questi ultimi dimostravano
la loro impermeabilità ad ogni rapporto), permanevano le ormai croniche
incomprensioni nei confronti dei mutamenti culturali e sociali che si andavano
verificando nel paese. Al tempo stesso, nonostante lo strappo con l’Urss, i
legami con il “socialismo reale” non erano stati recisi in modo netto,
continuava a persistere l’idea della riformabilità
del sistema sovietico, in parte avvalorata dalla meteora rappresentata da Gorbacev. D’altro canto il carisma di Berlinguer, dopo la
sua morte, era stato sostituito dalla gestione tutto sommato piatta di Natta,
per molti aspetti minato dall’opposizione sorda dei “miglioristi” cui non
riusciva a creare validi contrappesi; né la successione di Occhetto alla
segreteria aveva rappresentato un cambio di marcia.
E’ in
questo quadro che matura il dibattito sulla “cosa”. Il suo risultato più
evidente fu l’implosione di una comunità, di una politica e dei gruppi
dirigenti. Senza entrare nella dinamica dei processi che portarono allo
scioglimento del Pci, appaiono evidenti alcuni elementi sui quali non è inutile
affrontare una riflessione specifica. Il primo è che l’impianto della sua
politica come partito operaio che aspirava al governo del paese, contando sulla
sua egemonia su un pezzo consistente di popolo e di elettorato, si trasformò in
autonomia di un ceto dirigente che non rispondeva più in alcun modo ad un corpo
strutturato. Gli stessi rapporti con pezzi di società organizzata (l’esempio
più evidente è il sindacato) si andarono progressivamente dissolvendo. Ci si
trovò così alla riduzione della politica a pura pratica di governo (o di
opposizione) senza alcun interesse per i movimenti sociali che attraversavano
il paese, visti in molti casi come uno sgradevole impaccio. Il mondo del lavoro
non avrà più una sua rappresentanza autonoma, cosa che il Pci aveva comunque
garantito dal 1944 al 1989.
Ciò provoca
una caduta organizzativa rilevante. I due partiti, Pds e Prc, che residuano
dallo scioglimento del Pci, raggruppano nel 1992 complessivamente circa 900.000
iscritti, si perdono per strada circa 500.000 iscritti che scelgono di non
impegnarsi più o di farlo in modo diverso. Si liquefa una comunità politica
che, con tutti i limiti, aveva rappresentato un dato progressivo nel sistema
politico italiano per oltre un quarantennio.
Infine i
gruppi dirigenti. Due sono i dati che vale la pena di sottolineare. Il primo è
che, dissolto il velo del centralismo democratico, è emerso un gruppo dirigente
diviso e rissoso, con riferimenti politici, ideali e culturali spesso viscidi e
divergenti. Ciò è vero sia per il Pds, poi Ds e oggi Pd, dove ciò è quasi
sancito come regola, che per il Prc, unico partito italiano da cui a più ondate
sono usciti tutti i fondatori.
Il secondo
elemento che emerge è la pavidità e l’ inconsistenza degli oppositori alla
svolta. Tutti e tre gli autori descrivono il Convegno di Arco della mozione ingraiana-cossutiana come il momento di svolta. Tutti e tre
ritengono che una scelta unitaria – o tutti dentro il nuovo partito o tutti
fuori – sarebbe stata l’unica possibilità di opporsi alla deriva e affrontare
in modo efficace la battaglia per una forza politica che innovasse la
tradizione piuttosto che separarsi da essa, fornendo una sponda al mondo
popolare e ai lavoratori e rappresentando un argine non minoritario alla deriva
del Pds. Quello che avvenne è noto: una parte degli oppositori di Occhetto
uscì, un’altra rimase o meglio se ne andò alla spicciolata dopo qualche anno.
Pietro Ingrao, teorico del “restare nel gorgo”, si ridurrà a prendere la
tessera del Prc, dove peraltro non giocherà nessun ruolo di rilievo.
Il
risultato, dopo venti anni, è che in Italia non esiste più una rappresentanza
istituzionale del mondo del lavoro di una qualche consistenza, che non c’è un
argine forte di opposizione democratica di fronte ad una destra aggressiva e
protesa ad una chiusura autoritaria della crisi politico-istituzionale, che
forme consociative nel Pds e nei Ds, nel passato, e oggi nel Pd continuano ad operare, mentre la sinistra
cosiddetta radicale appare assolutamente impotente, destinata a farsi risucchiare
dalle sirene del giustizialismo dipietrista o a
scomparire. La via per la ricostruzione di qualcosa di simile ad un partito
della sinistra, ad una comunità politica di massa, autonoma culturalmente e
politicamente dal potere capitalistico, appare lunga e tortuosa, destinata ad
avvenire in forme molecolari (e non è detto che riesca a realizzarsi),
superando la testimonianza culturale o la pura organizzazione della protesta
sociale. Forse le virtù del fu Pci, in questo caso, possono ancora fornire qualche
utile insegnamento.
Renato Covino
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Domenico Losurdo, Stalin. Storia e
critica di una leggenda nera. Con un saggio di Luciano Canfora, Carocci editore, 2008, pp. 382, €
29.00
Questo libro non nega, né “riabilita” -
come invece ha scritto, con toni esagitati, un gruppo di redattori del
quotidiano Liberazione che osteggiano l’attuale maggioranza di Rifondazione
comunista - gli errori e gli orrori che accompagnano la storia dell’Unione
Sovietica dal 1922 (l’anno in cui Stalin diventa segretario del Partito) al
1953 (l’anno della sua morte), cioè nel trentennio dell’industrializzazione a
tappe forzate, della drammatica collettivizzazione delle terre, dell’eroica
resistenza all’aggressione e della vittoria sul nazismo, e insieme del
dilatarsi dell’ “universo concentrazionario”, dei processi politici e della
decimazione dei quadri comunisti, dell’annullamento della democrazia
socialista, del “culto della personalità”.
Tuttavia, il metodo comparatistico “a
tutto campo” seguito da Losurdo non convince: svela
l’ipocrisia insita nelle demonizzazioni unilaterali dell’URSS staliniana e dei
suoi apparati statali che vengono
profuse anche a livello storiografico e l’ampia (e ampiamente
documentata) esposizione dei crimini e dei genocidi perpetrati dalle potenze
occidentali liberali e imperialiste nel corso del XIX°
e del XX° secolo è certo efficace, inoppugnabile;
però, come già è stato rilevato (si veda per es. la recensione di Antonio
Moscato in R-Resistenze Ricerche Rivoluzioni, Marzo Aprile 2009), questo
modo di argomentare basato sul tu quoque
(“anche tu hai fatto quello che siamo stati costretti a fare noi, anzi hai
fatto di peggio”) non porta lontano, perché finisce con il giustificare quasi
tutto quanto è accaduto nell’ URSS durante il tempo “del ferro e del fuoco” che
ha marcato il Novecento.
Anche le scelte più dure compiute da
Stalin e dai dirigenti a lui fedeli furono nel complesso obbligate, causa
l’arretratezza del paese, la situazione internazionale, l’accerchiamento da
parte delle nazioni imperialiste e le ricorrenti minacce d’invasione, per garantire la sopravvivenza dell’URSS:
questa è la tesi di fondo proposta dal libro, che di fatto esclude la
possibilità di opzioni diverse, di scelte alternative più consone ad una
prospettiva socialista (in sostanza: la storia è feroce e, volenti o nolenti,
anche alla ferocia bisogna adeguarsi, senza indulgere al fascino dell’“utopia
astrat-ta”, per non essere spazzati via).
Losurdo, si è detto, non ignora le pagine
nere dello stalinismo, ma scrive: “Non mancano coloro che leggono la storia del
paese nato dalla Rivoluzione d’ottobre lamentando il progressivo ‘tradimento’
delle idee elaborate da Marx ed Engels;
in realtà, sono per certi versi proprio queste idee ‘originarie’ (l’attesa
messianica di una società senza più Stato e norme giuridiche, senza più confini
nazionali e senza mercato e senza denaro, priva in ultima analisi di ogni reale
conflitto) ad aver giocato un ruolo nefasto, ostacolando il passaggio ad una
condizione di normalità e prolungando e acutizzando lo stato di eccezione (pro-vocato dalla crisi
dell’antico regime, dalla guerra e dalle successive aggressioni)” (p. 314).
Dunque, le degenerazioni nel (non
del ) sistema sovietico sarebbero derivate dal fatto che neppure Stalin
e gli altri dirigenti del Partito riuscirono a liberarsi completamente dalle
suggestioni e dai condizionamenti dell’ “estremismo rivoluzionario” che
caratterizzò i primi anni dell’ URSS. La polemica condotta dall’A. nei
confronti dell’“universalismo astrat-to”, dell’ “egualitarismo”, dell’
“antistatalismo” è continua, martellante (uno dei principali bersagli concreti,
manco a dirlo, è Trockij) e c’è da chiedersi se -
forse al di là delle intenzioni - non suggerisca l’ impraticabilità di un
cambiamento reale (radicale) dell’attuale “stato delle cose”, relegandolo nei
cieli dell’ “utopia”. Qui è il limite più grave e inquietante del libro.
m. ro.
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Marino Badiale e Massimo Bontempelli, La
sinistra rivelata, Massari Editore, 2007, € 14,00
Il libro cerca di chiarire quello che
gli Autori definiscono come un autentico paradosso: “il fatto cioè che i ceti
politici di sinistra, mentre operano scelte economiche e sociali in totale
contraddizione con gli ideali storici della sinistra (giustizia sociale,
solidarietà, difesa dei ceti subalterni), continuano a essere votati in grande maggioranza da
persone che affermano di ispirarsi a quegli ideali”. Questo paradosso vale anche per la cosiddetta “sinistra
radicale”. Il libro illustra i tanti esempi di questo atteggiamento: che si
parli della tutela dei lavoratori, dei diritti degli immigrati, della
soggezione agli Stati Uniti in tema di politica estera o della sudditanza ai diktats di Israele nel conflitto israelo-palestinese,
la penna affilata dei due Autori affonda nelle contraddizioni e nei
contorsionismi di quella sorta di “pensiero deviato”, imbelle, “doppiopesista” e ipocrita che costituisce da alcuni decenni
l’ossatura della sinistra italiana.
Analoga operazione di disvelamento essi compiono a proposito dell’accettazione da
parte della sinistra delle grandi scelte epocali fatte dall’Unione Europea
dalla metà degli anni ’80 in poi: mercato unico e sua liberalizzazione totale,
trattato di Maastrict e relativi parametri, creazione
della moneta comune, l’euro, sottomissione al mito dell’Europa e ai ricatti
tecnocratici di una costruzione soprannazionale che ha stritolato qualsiasi
meccanismo di difesa e di controllo dell’economia da parte degli Stati
nazionali che fosse potenzialmente sottoposto ad un qualche controllo della
politica e quindi dei cittadini. Essi descrivono questo sfacelo e lo collegano
alla totale perdita di prospettiva politica della sinistra (sia quella
tradizionale che quella “radicale”).
Da qui ad arrivare alla tesi che “la contrapposizione tra destra e sinistra
non riguarda più la realtà economica e sociale, ma si concentra su questioni
limitate e su giochi di apparenza” il passo è breve e, per esser sinceri, non
particolarmente originale.
Ciò che rende veramente interessante
il libro - nonostante una certa prolissità e il tono spesso moralistico - è il
tentativo di spiegare il fenomeno di cui abbiamo detto, tentativo che ha il suo
cuore nel terzo capitolo, “Antropo-logia della sinistra: un’identità vuota”.
Per spiegare la fragilità e la resa
del ceto politico di sinistra si parte da un dato di fatto, cioè l’affermazione
di quello che gli Autori chiamano il “capitalismo assoluto”, quello che “è penetrato
in ogni poro e in ogni profondità della vita umana”, generando un inedito
totalitarismo, non della politica, ma dell’economia auto referenziale del
plusvalore” (vedi i capitoli 2 e 4). Per conquistare o mantenere le proprie
posizioni di potere nel sistema, le varie forze politiche (di sinistra, ma
anche di destra) devono accettare questo stato di cose e declassarsi a semplici
gestori delle situazioni prodotte dall’economia, delle ricadute sociali delle
continue innovazioni decise in sede economica.
Ma perché questi ceti politici di
sinistra pur operando in totale contraddizione con i propri valori ideali e
storici continuano a essere votati (in grande maggioranza) da elettori che
affermano di ispirarsi a quegli ideali? Badiale e Bontempelli
riportano una gustosa lista di pseudo argomentazioni con cui il “buon elettore
di sinistra” giustifica i comportamenti dei suoi leaders.
Tutte queste motivazioni hanno in comune l’abbandono di qualsiasi criterio di
giudizio anche solo genericamente “sociale” e, invece, la piena fiducia nello
“sviluppo” e nella “modernizzazione” come fonti di emancipazione. Gli Autori
infatti sostengono che “la sinistra ha cercato l’emancipazione attraverso la
modernizzazione, ha sempre cercato di favorire il progresso economico e tecnologico
nella convinzione che da esso scaturisse, in un modo o nell’altro
l’emancipazione delle classi subalterne, dando così un valore prioritario
all’istanza modernizzatrice” (pag. 189).
Poiché il crollo dell’URSS sembra
giustificare la tesi che il capitalismo – e non il socialismo - sia fonte di
progresso economico, innovazione e sviluppo, la coscienza di sinistra ha
rapidamente ceduto alle sirene della modernità, sganciata da qualsiasi giudizio
di merito sui suoi esiti. A ciò essi aggiungono un secondo elemento e, cioè, il
profondo senso di appartenenza che per tutto il Novecento ha marcato buona
parte dei militanti di sinistra. La fedeltà tradizionale del militante
comunista al Partito-Chiesa a prescindere dai contenuti della linea
politica, dalle scelte del partito e in contrasto, spesso, con i propri valori
etici, sarebbe rimasta una caratteristica intrinseca, mai messa in discussione,
del popolo di sinistra. “Questa mancanza
di fondamenti ideali stabili, che mina l’identità comunista (e di sinistra) fin
dalle sue origini, viene coperta da costruzioni mitiche e illusorie” (p. 192).
Il popolo di sinistra accetta qualsiasi cosa purchè
lo faccia un “governo di sinistra”. Non che questo segmento della popolazione
sia politicamente indifferente: tutt’altro! Esso, però, mostra un (troppo) forte senso dell’appartenenza alle
sue organizzazioni, è coinvolto emotivamente nelle discussioni politiche sui
temi di attualità, salvo poi usare il criterio dei “due pesi e due misure”,
perché incapace di andare veramente a fondo nelle cose e di valutare il
comportamento dei “suoi” politici per quel che realmente fanno.
Per spiegare la psicologia di ampi
strati “di sinistra” gli Autori fanno anche esplicito riferimento al fenomeno
dell’integralismo religioso - negli ultimi decenni salito alla ribalta in tante
zone del mondo - e al concetto di “rivolta deviata”. L’integralismo è una rivolta con fortissime
connotazioni religiose contro il disagio e l’insicurezza creati dai processi distruttivi
che il capitalismo dispiega in tutto il mondo, ma è una rivolta contro solo
alcuni aspetti parziali (spesso molto appariscenti, non sostanziali) del
capitalismo. Questa rivolta assume forme diverse perché fa appello agli
elementi storici e culturali di ciascun paese (o di ciascuna componente etnico-religiosa di uno stesso paese) per creare una
identità forte che bilanci il sentimento di insicurezza e il disagio economico
reale e crescente della stragrande maggioranza della popolazione che soffre
della globalizzazione.
Allo stesso tempo quelle forme - anche
dure - di protesta difficilmente si scagliano contro i principi economici
basilari del capitalismo (perché le loro leaderships
stanno ben attente a non inceppare il meccanismo economico che garantisce
potere e status). Anzi, l’integralismo ha una propria dimensione sociale
ed economica, perché vuole “conquistare maggiore potere e risorse, per sé e per
la propria base sociale, all’interno della struttura economica mondiale
esistente” (p. 207-208). Così si avanza una ipotesi: che questa “iden-tità
vuota”, questo modo di spiegarsi il mondo e affrontarlo, questa ideologia, sia
il modo con cui alcuni strati sociali ben precisi, identificati per il nostro
paese nella massa dei lavoratori intellettuali di posizione medio– bassa,
predominante a sinistra (per numero e pervasività, ma
non certo “egemoni” come scrivono impropriamente Badiale e Bontempelli)
si difendono dalle tensioni terribili provocate dalla globalizzazione, che ne
mette a repentaglio sicurezza, garanzie e prospettive per il futuro (nello
specifico caso italiano con l’aggravante del declino economico nazionale).
Proprio perché sono lavoratori di
livello medio-basso (quindi lontani dal potere vero)
non sono in grado di difendersi efficacemente e vivono in prima persona gli
effetti dell’insicurezza, della perdita di prospettiva, della retrocessione
sociale tipici della nostra società. Ecco quindi che attraverso questa
politica/ideologia dell’appartenenza alla Sinistra in perenne lotta con
Naturalmente questo meccanismo
comporta esiti sociali diversi per chi li rappresenta sulla scena politico
istituzionale (dalle più alte cariche istituzionali ai parlamentari e poi “giù
per li rami” sino ai più banali incarichi in circoscrizione): incarichi ben
retribuiti, opportunità di arricchimento, onori, prebende e privilegi materiali
e di posizione.
La fortissima identificazione con un
modello culturale di sinistra va di pari passo, quindi, con la sostanziale accettazione
dello stato di cose presenti: se questa non è una ideologia (cioè una falsa
rappresentazione della realtà), che cos’è allora?
Badiale e Bontempelli, vedono, quindi, la cultura di sinistra come
una ideologia analoga (mutatis mutandis, naturalmente) alle varie forme di
integralismo, “cioè come una reazione difensiva di fronte alle ansie indotte
dalla globalizzazione” (p. 215). Gli integralismi religiosi e l’attuale
ideologia di sinistra italiana avrebbero una caratteristica in comune: l’accettazione
sostanziale dei meccanismi della globalizzazione capitalistica e il rifiuto di
alcune (solo alcune) conseguenze culturali di essa. Il comportamento degli
elettori di sinistra rientrerebbe, quindi, per gli Autori nella categoria della
“rivolta deviata”.
“Come il senso di ribellione delle
masse islamiche viene indirizzato dai leaders
integralisti verso la contestazione di alcuni aspetti particolari del costume e
della cultura occidentali (…), come il
senso di an- goscia e di
insicurezza di molti strati popolari europei viene indirizzato da molti leaders populistici contro l’immigrazione, così in
Italia la frustrazione e il disagio dei ceti di lavoratori intellettuali
subordinati vengono indirizzati dai leaders
politici e intellettuali di sinistra verso una contestazione ossessiva della destra di Berlusconi, Bossi e Fini,
senza che ci si interroghi mai sui contenuti effettivi delle politiche della
destra e della sinistra” (pp. 230-231).
L’ideologia di sinistra di oggi risponde – secondo gli Autori – a due
necessità: da un lato essa rappresenta uno strumento con cui le elites di sinistra, impegnate in dure lotte di
potere e di carriera, riescono a mantenere legate a sé larghe fette di
popolazione; dall’altra essa fornisce una gratificante “organizzazione di
senso” a quei ceti subordinati che senza di essa probabilmente verrebbero
investiti dall’angoscia e dalla perdita di senso che i continui mutamenti e le
continue tensioni della globalizzazione generano.
“Il punto fondamentale è rappresentato
dal fatto che il disagio e il rifiuto non possono arrivare a identificare il
capitalismo contemporaneo come il vero nemico perché esso è percepito come qualcosa che non ha alternative, un
destino ineluttabile, una necessità a cui non ci si può sottrarre. In questa situazione
focalizzare la necessità di combattere il capitalismo in quanto tale genera
angoscia perchè la lotta contro il capitalismo appare
impresa disperata. L’ideologia della sinistra italiana contemporanea, con la
sua ossessione antiberlusconiana e il suo sostanziale disinteresse per i
contenuti, è dunque proprio ciò che permette ad alcuni ceti subordinati di dar
espressione al proprio disagio, di “prendersela con qualcuno” e
contemporaneamente distogliere lo sguar-do da una realtà (…) che ap- pare angosciante” (p. 231).
Questo meccanismo illusorio è fatto di
caratteri e meccanismi narcisistici che creano una immagine di sé fittizia,
compensatoria e rafforzativa rispetto ad una realtà fatta di angosce e paure prodotte da una realtà sociale
destrutturata e destrutturante della personalità. Così con i tipici meccanismi
delle nevrosi (rimo-zione, scissione, riduzione e illusione) il popolo della
sinistra va avanti accettando tutte le decisioni che i suoi rappresentanti
prendono spontaneamente o subiscono passivamente (non fa differenza) nelle
fatidiche “stanze dei bottoni”.
In definitiva il libro – nonostante
certe generalizzazioni un po’ azzardate - è un buon punto di partenza per
smontare l’ideologia attuale della sinistra italiana perché apre uno squarcio nella
nebbia che ci circonda e fa intravedere alcune ipotesi per un faticoso lavoro
di inversione di tendenza.
Il capitolo terzo merita di essere
studiato per le implicazioni di ricerca e approfondimento che ci propone. Certo
non sarà facile affrontare l’angoscia generata dalla vittoria del capitalismo
assoluto e – attraverso un’attività culturale seria - ribaltarla in un
sentimento opposto di speranza, disponibilità all’impegno politico e al
sacrificio. Gli stessi Autori se si rendessero conto fino in fondo del peso
insopportabile di questa angoscia e della difficoltà di invertire la tendenza,
sarebbero meno tranchant nei loro giudizi, meno semplicisti nelle loro
analisi politiche e meno ottimisti sulle prospettive di rinascita di una vera
sinistra di opposizione in Italia.
Per quanto ci riguarda Cassandra
è disponibile a collaborare a questo sforzo di ricerca e offre le proprie
pagine anche agli autori di La sinistra rivelata.
li.te.
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